Wall Street ha cambiato passo in poche sedute, e il cambio di umore è stato netto. In meno di un mese il comparto software ha perso 1.200 miliardi di dollari di capitalizzazione, travolto da un’ondata di vendite che ha ribaltato la narrativa dominante: l’intelligenza artificiale, da motore della nuova crescita, è diventata per molti investitori un fattore di rischio. Il timore non riguarda più solo la sostenibilità delle valutazioni, ma la possibilità che interi modelli di business vengano resi rapidamente meno redditizi da una tecnologia che corre più veloce della capacità di adattamento delle imprese.
Il report di Citrini e la paura dell’obsolescenza
A innescare la correzione è stato un report di Citrini Research, un’analisi molto circolata che ha prospettato uno scenario di forte pressione sul valore del lavoro intellettuale. La tesi è che l’AI possa comprimere il valore di competenze finora rare e costose, con effetti diretti sui ricavi delle società software e ricadute anche su gestori patrimoniali e assicurazioni. La reazione del mercato è stata immediata: Datadog, CrowdStrike e Zscaler hanno perso oltre il 9% in una seduta, mentre IBM ha registrato un calo del 13%, il peggiore giornaliero dal 2000. In questo quadro ha preso forma la “FOBO” (“fear of becoming obsolete”), la paura di diventare obsoleti, che ha colpito anche società come DoorDash, considerate esposte alla disintermediazione degli agenti autonomi.
La fuga verso i titoli “pesanti”
Nel pieno della volatilità, i flussi di capitale hanno cercato riparo nei cosiddetti “Halo stocks”, cioè società con asset fisici e minore rischio di obsolescenza tecnologica. È una rotazione che segna un ritorno ai fondamentali materiali: utility ed energia sono state premiate, con rialzi rispettivamente del 9% e del 23% nei sottoindici citati. Il messaggio del mercato è chiaro: dopo anni in cui tassi bassi e liquidità abbondante favorivano modelli scalabili e “asset light”, il nuovo contesto — tassi più alti e incertezza sulla traiettoria dell’AI — riporta in primo piano infrastrutture, produzione energetica e attività industriali. Una inversione di tendenza che mette in discussione una parte del paradigma finanziario dell’ultimo decennio.
Il rischio credito e la tregua firmata Meta
Le preoccupazioni non si fermano all’azionario. Sullo sfondo si allarga il timore di un impatto sul credito, soprattutto nei segmenti che hanno finanziato con decisione l’espansione tecnologica. Jamie Dimon ha richiamato i rischi dell’eccesso di fiducia, evocando dinamiche che ricordano il 2006-2007, mentre anche nel private credit sono emersi segnali di debolezza, con cali per gruppi come Apollo Global Management e Blue Owl. La spirale si è arrestata, almeno temporaneamente, con l’annuncio di Meta: un piano da 100 miliardi di dollari per l’acquisto di processori Amd. La mossa ha sostenuto i semiconduttori e ha dato ai mercati un segnale preciso: le Big Tech non intendono rallentare. Resta però aperta la questione decisiva: se gli investitori più prudenti continueranno a finanziare questa corsa con la stessa convinzione.
















