La maggior parte degli investitori inizia a preoccuparsi delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti solo quando la campagna elettorale domina le notizie, di solito tra settembre e ottobre. Il problema è che i mercati non aspettano il ciclo mediatico. Le aspettative legate al voto iniziano a influenzare il sentiment e la volatilità ben prima che si vada alle urne e, quando tutti parlano di “rischio elettorale”, spesso i prezzi lo hanno già incorporato.

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Per questo il momento migliore per riflettere è adesso: analizzare i dati storici, distinguere il segnale dal rumore e prendere decisioni di portafoglio ponderate, senza la pretesa di azzeccare il risultato politico.

Primo: il rallentamento pre-midterm è reale.

Storicamente, non è il mese delle elezioni a fare la differenza, ma l’anno che le precede. Secondo Dimensional, nei 12 mesi prima delle elezioni di medio termine l’S&P 500 ha registrato in media un rialzo del 2,9%, contro l’8,9% di lungo periodo. Questa debolezza riflette l’incertezza sulle politiche future e l’assenza di un segnale chiaro su chi governerà.

Secondo: la volatilità tende ad aumentare.

Le elezioni di medio termine non portano necessariamente rendimenti negativi, ma rendono il percorso più accidentato. Dati Capital Group mostrano che, dal 1970, la volatilità nei midterm year è stata mediamente più elevata (circa 16% contro il 13%). Per gli investitori retail questo significa maggiore rischio di decisioni emotive: vendere nel panico, uscire troppo presto dai titoli migliori o inseguire settori difensivi già saliti.

Terzo: il “rally di sollievo” post-elezione è uno schema ricorrente.

Una volta noto l’esito del voto, l’incertezza si riduce e i mercati tornano a concentrarsi su fondamentali come utili, inflazione e tassi. Storicamente, l’anno successivo alle midterm ha registrato rendimenti superiori alla media, intorno al 15%. Non è una garanzia di risultati positivi, ma indica che il premio per la paura tende a dissolversi.

Quarto: il partito del presidente perde spesso seggi, e i mercati tollerano lo stallo.

Dal secondo dopoguerra, il partito al governo ha perso in media 26 seggi alla Camera e quattro al Senato. Questo porta spesso a una situazione di “gridlock” che non spinge automaticamente le borse, ma riduce la probabilità di cambiamenti drastici su tasse, regolamentazione e spesa pubblica. Anche questo effetto viene di norma anticipato dai mercati.

Implicazioni per il portafoglio.

La lezione principale è non farsi trascinare dalla politica. Tentare di anticipare le reazioni del mercato agli eventi elettorali è un gioco a bassa probabilità di successo, perché i prezzi assorbono rapidamente le informazioni e le elezioni raramente cambiano il trend di lungo periodo. Se l’allocazione è coerente con orizzonte temporale e tolleranza al rischio, la disciplina conta più delle mosse tattiche.

Ha senso invece riflettere sulla diversificazione geografica, soprattutto per chi è molto esposto agli Stati Uniti, e mantenere una certa flessibilità per cogliere opportunità create dalla volatilità. Avere un “ammortizzatore” in portafoglio – titoli di qualità, con flussi di cassa solidi e valutazioni ragionevoli – aiuta a gestire meglio le fasi turbolente. I settori più ciclici e rischiosi tendono a dare il meglio dopo le elezioni, ma storicamente è più efficace accumularli nella debolezza pre-voto piuttosto che inseguirli nel rally successivo.

In sintesi: meno attenzione al teatro politico quotidiano, più focus sulle variabili che contano davvero per i mercati – politica fiscale, regolazione, tassi e inflazione. È lì che si giocano le valutazioni, non nei titoli dei talk show.