Volontariato, la sharing economy italiana

Non chiamatela mai beneficenza, e neanche solidarietà va bene: è troppo poco. Il volontariato, il terzo settore, è molto di più. «è il laboratorio di tutte le formule virtuose della sharing economy»: il giornalista economico che si cela dietro lo sguardo azzurro di Ferruccio De Bortoli non dorme affatto mentre l’ex bis-direttore del Corriere racconta come mai si trova a presiedere la Vidas, una delle associazioni assistenziali senza fini di lucro più apprezzate d’Italia. «Dopo dieci anni di consiglio e due di presidenza, posso dire, dall’interno, che il terzo settore è una leva essenziale dell’economia italiana, di cui sottovalutiamo non solo l’importanza sociale ma anche la portata sistemica». L’unico giornalista a potersi fregiare di due querele nello stesso mese da parte sia di Silvio Berlusconi che di Massimo D’Alema; l’unico direttore di giornale ad avere pilotato una quotazione in Borsa, quella del Sole 24 Ore, che portò 250 milioni dentro le casse (e non fuori!) della casa editrice; l’alchimista della libertà di stampa che ha saputo esprimere il massimo dell’indipendenza possibile dentro l’unico quotidiano-istituzione del Paese (e “quindi” oggi, a 65 anni, non sembra servire più agli editori italiani) ebbene: sta servendo il prossimo diversamente, ma non meno di prima.

Il terzo settore è una leva essenziale dell’economia del Paese, di cui sottovalutiamo non solo l’importanza sociale ma anche la portata sistemica

Direttore, cosa c’entra il volontariato con la sharing economy? 

C’entra, perché questo nostro Paese ha un capitale sociale, nel senso di umano, estremamente elevato, e le buone relazioni tra persone lo mettono a frutto. Se gli esseri umani devono condividere beni comuni o servizi di prossimità in una diversa dimensione della vita urbana, avere un buon tessuto di relazioni, quindi un capitale sociale fatto di volontariato e persone che donano il loro tempo, predispone a ciò. Il terzo settore, inoltre è un ammortizzatore privato di straordinaria efficacia. Se dal 2008 ci siamo impoveriti del 10% e abbiamo perso il 25% della produzione industriale senza subire gravi contraccolpi in termini di tensioni sociali, è anche grazie al terzo settore.

Ma, in termini economici, di che stiamo parlando?

Di circa il 4% del Pil, creato da oltre 300 mila organizzazioni, con un’occupazione di 700 mila persone e 4 milioni di volontari. è una leva di crescita con un moltiplicatore molto elevato. Induce investimenti e crea occupazione. Il governo Renzi ha giustamente varato una riforma del Terzo Settore, la legge 106 del 2016, ipotizzando per la prima volta una fondazione nazionale con un grande obiettivo pubblico – il lavoro, la lotta agli sprechi, la manutenzione del territorio  in funzione della tutela del paesaggio e della prevenzione delle calamità – ma non è stata ancora regolamentata. 

E lei, come si trova qui?

Molto bene. Entrare alla Vidas è stata per me una grande prova personale e una lezione di civiltà. Se invece vuol sapere come ci sono arrivato, lo devo a Giovanna Cavazzoni, la fondatrice, che mi chiamò dieci anni fa in consiglio e poi insistette affinchè io facessi il presidente. Purtroppo è mancata un anno fa…

Ma la Vidas fa un’attività triste: assiste i malati terminali di cancro…

Fino al varo della legge 34 del 2010, che regola le cure palliative, il malato terminale veniva mandato a casa dagli ospedali, come uno scarto della società. Perdeva la dignità di paziente. Una volta giudicato terminale, non lo si considerave più meritevole di accudimento perché non poteva più guarire. Qui c’è stato il messaggio di grande civiltà della Vidas. Nell’ultimo tratto la vita c’è ancora, anzi per certi versi è anche superiore per intensità, perché il passato viene rivalutato con i ricordi. Se una persona viene assistita amorevolmente, se le famiglie sono poste nella condizione di non essere travolte dal dolore, allora si compie un atto di grande civiltà, anzi, di misericordia civile, un qualcosa che io stesso avevo sottovalutato a lungo. 

E ora, invece…

Be’, oggi la Vidas è la sedicesima associazione per raccolta del 5 per mille su 36 mila associazioni che concorrono. E operiamo solo nella città metropolitana di Milano…

Com’è stato possibile?

Dando ancora un po’ di vita vera a chi ha perso ogni speranza, tutelando la loro dignità, permettendo loro di vivere i ricordi con meno angoscia. E facendo tutto questo come associazione aconfessionale, tutelando cioè tutti i riti, in una logica di integrazione e manutenzione del tessuto sociale.

Su quante risorse potete contare? 

Abbiamo un bilancio di 9 milioni annui, finanziato dal 5 per mille nella misura del 15% circa. Il resto arriva da donazioni, lasciti e contributi pubblici: avendo un ospedale, l’Hospice Vidas, abbiamo un accreditamento, che si estende anche all’assistenza domiciliare. Ma non accreditiamo tutti questi posti letto in hospice, lasciamo spazi liberi anche per chi non è coperto dal Servizio sanitario nazionale, come gli immigrati clandestini. Non diciamo no a nessuno: siamo arrivati ad avere fino a 200 malati assistiti contemporaneamente. Abbiamo 120 dipendenti e oltre 250 volontari.

Sviluppi futuri?

Ci stiamo attrezzando per occuparci anche di terminalità pediatrica. Un mondo con venature di dolore e disagio sociale ancora più forti. Si è studiato che la malattia mortale di un bambino, oltre alla famiglia, coinvolge nell’insieme 2-300 persone, perché diventa un’icona di sofferenza per intere comunità. è un settore in cui naturalmente ci sono terminalità più lunghe, per cui occorrono professionalità specifiche. Nel 2019 apriremo il nostro primo hospice pediatrico.

Cosa ne pensa della morte?

Bisognerebbe parlarne senza tabù. L’esorcizzazione della morte che si respira intorno a noi è una forma di regressione della società, mentre la fine della vita è un fatto naturale con cui si deve convivere. è un tema al quale dedichiamo attenzione attraverso il nostro comitato scientifico, che si occupa molto di bioetica. Ovviamente non bisogna confondere le cure palliative con l’eutanasia, sono cose completamente diverse. Noi ci impegniamo a rendere più sopportabile il dolore e a prolungare in maniera dignitosa la vita dei malati terminali.

E del testamento biologico, che ne dice?

Lo considero un passo avanti. Ricordo che il Cardinal Martini, nel 2007, mandò al Sole un articolo che titolammo “Io, Welby e la morte”, nel quale esortava ad evitare l’accanimento terapeutico, spiegando che ciò non significava accelerare la morte ma accompagnare verso l’esito finale una persona senza inutili accanimenti. è un tema delicatissimo, al quale personalmente mi sono avvicinato con cautela, a fronte della mia impreparazione.

E dunque?

Apprezzo lo spirito della Vidas. Nella parte finale della vita acquistano valore i piccoli gesti: anche uno sguardo o una carezza. Un semplice istante può essere sorgente di gioia e di serenità, di relazioni autentiche, di riscoperta di legami o rapporti familiari. Si vedono famiglie che si riuniscono, padri che si riconciliano coi figli, persone che ritrovano le ragioni dello stare insieme. Mi rimprovero il fatto che, un po’ come tutti, non pensandoci, per troppo tempo ho lasciato che il problema non esistesse.

Parla da credente…

Io sono cattolico, ma Vidas, ripeto, è una struttura aconfessionale. Infatti penso che visitare infermi e occuparsi degli altri sia una forma di educazione civica tra le più alte. Noi invece esorcizziamo la morte e continuiamo a vivere in una sorta di artificialità psicologica.Per me questa alla Vidas è una grandissima esperienza umana. Mi ha fatto rendere conto di quanta vita sprechiamo. Siamo dissipatori e irresponsabili. Ma ce ne accorgiamo solo nell’ultimo tratto della nostra esistenza. 

Una mano tesa da 35 anni

Fondata nel 1982 da Giovanna Cavazzoni, la Vidas fornisce assistenza a Milano, Monza e in altri 112 comuni dell’hinterland milanese. Nel 2016 ha assistito 1.254 pazienti di cui 236 nell’Hospice, erogando 75 mila giornate di assistenza. Per la costruzione della Casa Sollievo Bimbi, l’associazione ha stanziato oltre 15 milioni di euro. I lavori si concluderanno in tempo per l’apertura, fissata al 2019.