A Wolfsburg il compromesso è arrivato quando lo scontro sembrava ormai destinato a uscire dalle stanze del consiglio. Il Consiglio di sorveglianza di Volkswagen ha dato il via libera all’unanimità al Future Plan 2030 di Oliver Blume, aprendo la strada a una delle ristrutturazioni più profonde nella storia del gruppo tedesco. Al centro non c’è soltanto una nuova stagione di tagli occupazionali, ma la revisione dell’intero perimetro industriale: fabbriche, marchi, investimenti, modelli e struttura societaria. E sullo sfondo prende forma anche uno scenario fino a poco tempo fa difficilmente immaginabile: la possibile uscita di scena del marchio Seat entro la fine del decennio.
Il compromesso che evita lo scontro
L’approvazione arrivata il 3 settembre chiude, almeno per ora, una fase di forte contrapposizione tra management, rappresentanti dei lavoratori e Bassa Sassonia, secondo azionista del gruppo. Il piano prevede un ulteriore adeguamento della forza lavoro globale nell’ordine di circa 50 mila posizioni, comprese quelle manageriali, in aggiunta ai programmi di riduzione già avviati. Volkswagen non ha ancora indicato nel dettaglio dove cadranno i nuovi interventi, ma Reuters sottolinea come, sommando le misure già concordate, la ristrutturazione possa interessare complessivamente circa 100 mila posti. Il gruppo punta a evitare licenziamenti traumatici privilegiando, dove possibile, uscite volontarie e strumenti concordati con le parti sociali.
Quattro fabbriche senza un futuro già assegnato
Il nodo industriale più delicato riguarda Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm, stabilimenti per i quali oggi Volkswagen non riesce a garantire una produzione economicamente competitiva una volta terminate le attuali assegnazioni, tra il 2031 e il 2034. Non è stata decisa formalmente la loro chiusura: entro giugno 2027 dovrà essere definito un nuovo assetto produttivo europeo e il gruppo si è impegnato a valutare anche utilizzi alternativi degli impianti. Il problema, però, è strutturale. Volkswagen stima che la capacità produttiva europea superi la domanda di oltre 500 mila vetture l’anno, un eccesso che rende sempre più difficile sostenere fabbriche con costi elevati e volumi insufficienti.
Blume alza l’asticella: margine al 9%
Dietro i sacrifici c’è un obiettivo finanziario molto preciso. Volkswagen vuole tornare a un margine operativo del 9% entro il 2030, contro il 3,8% registrato nella prima metà del 2026, assumendo come riferimento vendite per circa nove milioni di veicoli l’anno. Tra il 2027 e il 2031 il gruppo prevede circa 135 miliardi di euro di investimenti e ricerca e sviluppo, ma contemporaneamente intende ridurre drasticamente la complessità: entro il 2035 il portafoglio dei modelli dovrebbe essere dimezzato e le varianti di prodotto ridotte di circa il 75%. Anche il perimetro societario finirà sotto esame, con l’obiettivo di alleggerire di circa un terzo partecipazioni e attività considerate non strategiche.
Seat, il marchio che rischia di fermarsi al 2029
È su Seat che il riassetto assume anche un forte valore simbolico. Secondo WirtschaftsWoche, che riferisce di documenti interni preparati per il vertice Volkswagen, il marchio spagnolo sarebbe destinato a essere progressivamente ritirato dal mercato entro la fine del 2029. La scelta consentirebbe al gruppo di concentrare maggiormente risorse e investimenti su Cupra e sui marchi considerati più promettenti in termini di crescita e redditività. Il passaggio, tuttavia, non è stato ufficializzato nel comunicato con cui Volkswagen ha annunciato l’approvazione del Future Plan: allo stato attuale, dunque, l’addio a Seat resta una prospettiva riportata dalla stampa tedesca, e non ancora una decisione pubblica formalmente comunicata dal gruppo.
Una Volkswagen più piccola per tornare competitiva
Il messaggio che arriva da Wolfsburg è comunque netto: Volkswagen non considera più sostenibile difendere dimensioni, capacità e strutture costruite per un mercato automobilistico diverso da quello attuale. La pressione dei produttori cinesi, il rallentamento della domanda, la difficile transizione verso l’elettrico e l’aumento dei costi stanno imponendo una revisione del modello industriale tedesco. Il Future Plan 2030 prova così a trasformare un gruppo più snello in un gruppo più redditizio, sacrificando volumi, complessità e parte della capacità produttiva per recuperare competitività e capitale. Il sì unanime del Consiglio di sorveglianza chiude una battaglia interna, ma ne apre un’altra: stabilire chi, tra fabbriche, marchi e lavoratori, pagherà il prezzo maggiore della trasformazione.
















