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Volkswagen prova a ridisegnare il proprio perimetro industriale mentre la crisi dell’auto europea entra in una fase sempre più delicata. Il ceo Oliver Blume descrive una situazione “più che critica” e prepara il confronto con i lavoratori mettendo sul tavolo nuovi interventi sui costi, possibili riduzioni dell’occupazione e una strategia di diversificazione che potrebbe portare alcuni impianti del gruppo a lavorare anche per il settore della difesa. Sullo sfondo resta un problema strutturale: in Europa la capacità produttiva del colosso tedesco sarebbe superiore alla domanda di circa 500 mila vetture l’anno.

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Fabbriche sotto pressione e capacità produttiva in eccesso

Il nodo centrale riguarda la sostenibilità della rete industriale europea. Blume ha indicato gli stabilimenti di Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm tra quelli per i quali, nelle condizioni attuali, non emergerebbe una prospettiva di redditività stabile nel prossimo decennio. Il gruppo deve inoltre assorbire un eccesso di capacità quantificato in circa 500 mila automobili ogni anno, un divario che rende sempre più difficile mantenere gli attuali livelli produttivi senza intervenire sui costi. La chiusura delle fabbriche resta, nelle parole del ceo, la soluzione più estrema e onerosa.

Osnabrück guarda alla Difesa: trattative già avanzate

La risposta potrebbe passare anche dalla riconversione di una parte degli impianti. Volkswagen sta infatti valutando attività alternative alla produzione automobilistica nei siti maggiormente esposti alla crisi e, secondo quanto riportato, sarebbero già in corso trattative avanzate con società della Difesa per utilizzare lo stabilimento di Osnabrück. Per Wolfsburg significherebbe aprire un nuovo fronte industriale, sfruttando competenze, capacità manifatturiere e infrastrutture oggi dedicate all’auto. Non si tratterebbe quindi soltanto di ridurre la produzione, ma di trovare nuovi sbocchi per stabilimenti che rischiano di diventare economicamente insostenibili.

Il piano dei risparmi e il peso dei 50 mila tagli

La pressione sui conti ha già prodotto conseguenze significative sul fronte occupazionale. Il gruppo avrebbe programmato complessivamente 50 mila riduzioni di posti di lavoro e, secondo Blume, sarebbero già stati raggiunti accordi con circa 37 mila dipendenti. Ma il percorso di ristrutturazione potrebbe non essere terminato. Il ceo si prepara a incontrare i lavoratori a Wolfsburg, Zwickau ed Emden per illustrare la necessità di ulteriori risparmi e difendere una strategia che punta a ridurre rapidamente la base dei costi. A complicare il quadro c’è anche il confronto con la Bassa Sassonia, azionista di peso di Volkswagen con il 20% dei diritti di voto, che secondo i media tedeschi avrebbe già frenato alcune ipotesi di ristrutturazione.

La concorrenza cinese e lo scontro con i sindacati

Per Blume la crisi non riguarda soltanto Volkswagen, ma l’intera industria automobilistica tedesca, alle prese con quello che il manager considera il più profondo cambiamento della propria storia. La crescita dei costruttori cinesi, la pressione sui prezzi e la trasformazione tecnologica del settore stanno comprimendo i margini e imponendo una maggiore disciplina sui costi. Sul fronte sociale, però, il clima resta teso: la presidente di IG Metall Christiane Benner ha annunciato opposizione alla chiusura degli stabilimenti, sostenendo che i lavoratori abbiano già sostenuto sacrifici molto pesanti. Il confronto tra vertici e sindacato diventa così uno dei passaggi decisivi della ristrutturazione Volkswagen.