«Vogliamo cambiare il mondo e si comincia dall’università
Danilo Iervolino, fondatore e presidente di Pegaso

“L’idea di far nascere un’università per le start-up ci è venuta dall’osservazione del mercato, cioè della realtà, ma anche dal desiderio di imprimere un impatto positivo sul mondo”: benvenuti nel “mondo avanti” di Danilo Iervolino (foto a destra in alto), l’imprenditore che ha fondato, ancora giovanissimo, l’Università telematica Pegaso undici anni fa e che oggi è al vertice di un vero impero della didattica di nuova generazione. “Il nostro intento è stato quello di creare le condizioni per le quali un’impresa neonata possa avere basi solide non solo sul suo prodotto ma anche su tutte le materie gestionali che richiedono competenze: la finanza aziendale, il marketing, il diritto del lavoro, occorrono competenze trasversali di cui tanti parlano ma che quasi nessuno dà”.

E l’impatto positivo sul mondo?

E’ implicito, con la differenza che noi ci crediamo al punto da dimostrarlo e dichiararlo. Sono convinto che molti dei futuri geni di domani possano nascere dall’Italia. L’idea di un’impresa che nasce piccola ma può scalare le sue dimensioni fino al mercato globale è perfetta per noi italiani, in pochi anni sono nate quasi 8000 start-up che danno lavoro a 10 mila addetti, si può e si deve parlare di fenomeno….

Ma sono piccole e gracili!

Infatti, fatturano mediamente 80 mila euro, quindi sono piccole, ed hanno ancora un grado di mortalità troppo elevato. Forse perchèe le idee da cui nascono non sono poi così buone? No: è che vengono finanzoate poco e male. Nel tempo in cui Uber ha raccolto 23 miliardi di dollati, una nostra start-up magari racimola 230 mila euro.

E la vostra startup university cosa propone, per avere l’impatto di cui parlava?

Il nostro progetto, costruito con quello che è il più accreditato incubator-accelerator italiano – Digital Magics – è un unicum nel campo nazionale, perché insegna rilasciando crediti universitari, validi a tutti gli effetti secondo un piano di studi con tutte le tipologie di corsi necessari appunto a far crescere sane e forti le startup, e lo fa non solo con docenti professionali di prim’ordine ma anche attraverso le testimonianze vive e vitali di persone che ce l’hanno fatta. Vede, il web viene definito il luogo dove le idee fanno sesso, Tim Barnes Lee l’ha definito anche una rivoluzione più sociale che tecnologica. Io lo definisco il posto più democratico e meritocratico che ci sia, perché permette a chiunque di poter diventare un leader globale. I giovani startupper che nascono con il mito del self made man, hanno con noi la possibilità concreta di  trasformare il mito nella loro realtà.

Insomma, lei è l’ideologo della start-up!

Indubbiamente, ci credo fino in fondo. Ho scritto due libri, “Now!” e “Just press start (up)” per testimoniarlo anche in base alla mia personale esperienza di imprenditore. Le start-up rappresentano la vera occasione di agganciarci appieno alla rivoluzione digitale, quella in cui gente appassionata e creativa può impattare il mondo positivamente, e rendere realtà il cambiamento sempre più necessario.

Non teme che il tema startup sia inappropriata per l’insegnamento universitario?

Al contrario, sono certo che le università debbano aprirsi alle tematiche attuali, alle grandi opportunità, per poterle offrire al meglio ai giovani e alle future generazioni. Secondo noi, in questo modo un’università si apre, diventa democratica e flessibile, accompagna i giovani alla creazione della loro startup, sicuramente valorizzando il processo creativo e di grande innovazione che è il germe per farle fiorire ma focalizzandosi anche su tutto quello che riguarda l’expertise della gestione aziendale in termini economici, di marketing, giuslavoristi, che sono poi altrettanti elementi di base del fare imprenditoriale. E, ricordiamocelo, i nostri corsi non forniscono mai una formazione solo teorica ma fanno in modo da “sporcarci tutti le mani” per dare concretezza a quel che viene insegnato. Il corso parte con alcuni momenti didattici che sono una sorta di one day university per poi confluire in un percorso di durata annuale, un anno appassionante in cui i futuri e aspiranti startupper avranno l’opportunità di conoscere aziende, vivere le loro prime esperienze, creare progetti pilota per poi lanciarsi in proprio nell’agone imprenditoriale.

C’è qualcosa del modello della Singularity University americana!

Grandissima esperienza, ma noi siamo diversi perché loro hanno sceto di occuparsi dei massimi sistemi, di temi come il clima o l’energia, con una declinazione su misura di una cultura e di una fascia elitaria di competenze, mentre noi scendiamo nel concreto delle realtà imprenditoriali vincenti.

Chi sono i vostri concorrenti?

Non ce ne sono, per ora. Veda, negli Usa, il presidente Jefferson fece un’importante riforma del sistema universitario, come anche Newmann in Gran Bretagna e Jaspers in Germania. In Italia, invece, l’ordinamento accademico si richiama ancora ai regi decreti, ad un sistema che venne strutturalmente toccato l’ultima volta da Aldo Moro, abbiamo università pubbliche che non sono ancora abbastanza aperte al cambiamento e dovrebbero cambiare pelle. C’è bisogno di un’università 4.0, animata dalle persone giuste, mutuando i modelli dai Paesi più avanzati.

Cioè?

Occorrono persone appassionate e creative che vogliano avere un impatto positivo sul mondo. Start-up non è solo nuova partita Iva ma  un modo di lanciare cuore oltre ostacolo. Un punto di riferimento importante può essere Israele come start-up nation. Lì il paradigma è chiaro, lineare ed efficiente: moltissime start-up nascono dentro le università e vengono poi accelerate in centri costituiti ad hoc. Ma quando in Italia si spendono 6,5 miliardi di euro per la formazione e in Germania 24, la partita è persa. Mi viene da sorridere quando dobbiamo autovalutarci e i parametri di valutazione si riferiscono ad università considerate ancora come vetusti anfiteatri del sapere misurando le loro biblioteche, quando ormai l’intera biblioteca del Trinithy College di Dublino sta in una chiavetta…

Almeno converrà che l’arco di studio universitario può restare quello attuale, di 4 o 5 anni?

Nient’affatto, ormai l’ università non è più un pezzo, un vagone isolato, del trenino della vita. Quando si pensava che tra i 7 e i 25 anni si fosse il momento dello studio e poi cominciasse quello del lavoro. Non è più così. Inutile pensare che dopo aver studiato si trova lavoro subito, e non ci si deve più aggiornare al contrario: bisogna sempre autoalimentare le proprie competenze e manutenerle: siamo all’university of life. E poi, mi stia a sentire: l’università dei privilegi e dei privilegiati deve finire, chi ritiene che debba essere per pochi sbaglia. I dati Ocse collocano l’Italia all’ultimo posto per numero di iscritti e di laureati sulla popolazione. Non servono dietrologie per capire che c’è qualcosa che non va, di strutturale.

L’Università italiana è al 90 per cento pubblica e gratuita. E quindi: o è diventata elitaria, o piuttosto le persone la vedono come una perdita di tempo inutile, e non si fidano della formazione universitaria che viene fornita. Occorre rendere consapevole l’opinione pubblica sull’urgenza  che l’università italiana cambi pelle. Bisogna agire tutti insieme per uscire dall’immobilismo di ieri e di oggi.  (Sergio Luciano)