A cura di Tiziana Tornaghi, Managing Partner, IBM Consulting Italia

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All’inizio del 2026 l’intelligenza artificiale ha superato la fase delle promesse. Non è più una tecnologia da sperimentare, ma una leva concreta che sta già ridefinendo competitività, produttività e modelli di servizio in imprese e pubbliche amministrazioni.

La vera domanda oggi non è se adottare l’AI, ma come trasformarla in valore reale, sostenibile e differenziante.

Dopo un 2025 segnato da una rapida diffusione di “soluzioni intelligenti” – dalla gestione degli acquisti al customer service – emerge con chiarezza una nuova consapevolezza: senza una strategia solida, l’AI rischia di amplificare complessità già esistenti. Dati frammentati, vincoli normativi, rischi di sicurezza e dipendenze tecnologiche stanno diventando fattori critici quanto le performance dei modelli.

Siamo entrati in una fase nuova: quella della scalabilità, della fiducia e delle scelte strategiche. È qui che si giocherà la partita del 2026. Le organizzazioni che sapranno governare l’AI – e non solo utilizzarla – saranno in grado di accelerare l’innovazione, valorizzare le persone e costruire relazioni più solide con clienti e cittadini.

Un recente studio dell’IBM Institute for Business Value, condotto su 1.000 dirigenti C-level e 8.500 lavoratori, mette in luce le quattro tendenze che segneranno l’agenda del 2026. Ecco quelle che considero più rilevanti.

  1. La resilienza dell’AI passa dalla sovranità tecnologica

La qualità dei risultati dell’AI dipende dall’infrastruttura che li sostiene. Cloud, chip e semiconduttori sono ormai parti di una filiera critica. Affidarsi a un solo fornitore o a un’unica area geografica significa esporsi a rischi operativi, normativi e di continuità tecnologica.

Non sorprende che il 93% dei dirigenti intervistati ritenga la sovranità dell’AI – il controllo continuo su sistemi, dati e infrastrutture – un elemento essenziale della strategia 2026.

Per essere davvero resilienti, bisogna pensare a come proteggere il nostro vantaggio competitivo. Non si tratta solo degli strumenti di cui si dispone, ma delle scelte strategiche: dove operano i modelli, come vengono gestiti i dati, chi potrà garantire continuità in caso di shock globali.

Serve un’architettura capace di spostare workload, dati e agenti AI tra ambienti affidabili e fornitori diversi, senza frizioni.

  1. Le persone stanno guidando l’adozione dell’AI

Contrariamente alla narrazione dominante, l’adozione dell’intelligenza artificiale non è frenata dalla resistenza delle persone, ma dalla capacità delle organizzazioni di integrarla in modo intelligente nel lavoro quotidiano. I dati mostrano un cambiamento netto: rispetto allo scorso anno, da due a tre volte più lavoratori – a seconda delle fasce d’età – vedono l’AI come un’opportunità e non come una minaccia.

Il motivo è chiaro. L’AI consente di eliminare attività ripetitive e a basso valore, liberando tempo ed energie per ciò che davvero fa la differenza: pensiero critico, creatività, capacità decisionale e relazione. Il vero vantaggio competitivo non deriverà quindi dall’automazione fine a sé stessa, ma dalla collaborazione evoluta tra persone e sistemi intelligenti.

Per ottenere questo impatto non bastano strumenti generici. Il valore si sprigiona quando l’AI viene progettata per processi specifici e integrata nel cuore delle operazioni: dalla gestione degli acquisti alla riduzione degli arretrati amministrativi, fino al supporto alle decisioni complesse. È qui che emergono i risultati trasformativi.

Ma c’è un altro aspetto, spesso sottovalutato: ciò che le persone non fanno grazie all’AI. Le organizzazioni che sanno riallocare il talento su attività ad alto valore – dove servono giudizio umano, visione e responsabilità – costruiscono un vantaggio strutturale nel tempo.

Questo cambiamento richiede un investimento profondo in cultura, formazione e nuovi percorsi professionali. E la domanda è già evidente: il 56% dei lavoratori sarebbe disposto a cambiare azienda e il 42% ad accettare una riduzione dello stipendio pur di accedere a programmi di sviluppo delle competenze più rilevanti nell’era dell’AI.

Nel 2026, la vera competizione non sarà sull’accesso alla tecnologia, ma sulla capacità di sviluppare persone pronte a lavorare con l’AI e a guidarne il valore.

  1. La trasparenza è la nuova moneta della fiducia dei clienti

Nel 2026 la fiducia dei clienti nell’intelligenza artificiale non sarà un tema accessorio, ma un fattore determinante per il successo di prodotti, servizi e modelli di business. Il 95% dei dirigenti riconosce che il modo in cui l’AI viene utilizzata e comunicata influenzerà direttamente l’adozione e la crescita.

I clienti sono disposti ad accettare l’errore, ma non l’opacità. Due terzi cambierebbero marchio se scoprissero un uso dell’AI non dichiarato. Al contrario, oltre la metà sarebbe pronta a pagare di più per aziende trasparenti su come dati e algoritmi vengono impiegati. La fiducia, oggi, si costruisce sulla chiarezza.

Questo richiede un cambio di paradigma: il cliente non può più essere considerato un utilizzatore passivo di sistemi intelligenti, ma un cocreatore consapevole del valore. Trasparenza significa offrire visibilità sull’uso dell’AI, spiegazioni comprensibili delle decisioni automatizzate, controllo granulare sui dati e la possibilità di scegliere come e quando interagire con sistemi intelligenti.

Le organizzazioni più avanzate stanno già traducendo questi principi in pratica: dashboard dedicate, modelli esplicabili, accesso anticipato alle nuove funzionalità, meccanismi di feedback continui. Non si tratta solo di etica o di conformità normativa, ma di un nuovo modo di progettare l’esperienza cliente.

In questo contesto, la trasparenza diventa un vero acceleratore di adozione, fedeltà e advocacy. Le aziende che sapranno costruire relazioni basate su fiducia, controllo e responsabilità saranno quelle in grado di differenziarsi in un mercato sempre più guidato dall’AI.

  1. Trasformare l’incertezza in una leva strategica

La domanda non è se vivremo in un contesto volatile, ma come risponderemo alla volatilità del contesto. Il 74% dei leader vede nell’attuale instabilità economica e geopolitica un’opportunità.

L’AI rappresenta un abilitatore fondamentale di questa agilità. Le aziende che utilizzano agenti AI per modellazione e decision-making in tempo reale sono due volte più propense a cogliere opportunità nei momenti di discontinuità. Gli agenti possono ripianificare supply chain, modificare campagne o adattare offerte al mutare dei comportamenti dei clienti, molto più rapidamente dei processi tradizionali.

Per cogliere queste opportunità serve ottimizzare per la reattività: integrare agenti AI nei processi decisionali, consentendo loro di adeguare prezzi, messaggi e varianti di prodotto in base ai segnali del mercato.

Maggiore autonomia, tuttavia, significa anche maggiore esposizione a rischi come cyberattacchi o bias non intenzionali. La differenza la faranno sistemi di agenti ben orchestrati, governati e allineati a regole etiche solide.

Una scelta di leadership

Il 2026 non premierà chi adotterà più rapidamente l’Intelligenza Artificiale, ma chi saprà governarla con visione, responsabilità e coerenza strategica. Il valore non nascerà dalla tecnologia in sé, ma dalla capacità di integrarla in modo consapevole nei processi, nelle decisioni e nelle relazioni.

Le organizzazioni che guideranno questa fase saranno quelle in grado di tenere insieme quattro elementi chiave: controllo della propria infrastruttura AI, persone valorizzate e competenti, relazioni trasparenti con clienti e cittadini e una capacità strutturata di trasformare l’incertezza in opportunità.

In un contesto sempre più complesso e volatile, l’AI diventa una scelta di leadership. Richiede coraggio nelle decisioni, chiarezza nelle priorità e una governance capace di bilanciare autonomia e controllo. Chi saprà orchestrare questi fattori in una strategia coerente non solo libererà valore reale, ma detterà il ritmo della trasformazione nei prossimi anni.

Il futuro dell’AI non è scritto nei modelli, ma nelle scelte che faremo oggi.