Il petrolio torna al centro dei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela, con una serie di accordi industriali destinati a ridisegnare gli equilibri energetici tra Washington e Caracas. Le intese annunciate prevedono investimenti per decine di miliardi di dollari e aprono alle società americane una quota significativa delle enormi riserve venezuelane, mentre il governo di Caracas punta a rilanciare un settore petrolifero indebolito da anni di sottoinvestimenti. Sullo sfondo resta però una questione decisiva: quanto il nuovo modello riuscirà a trasformare le riserve del sottosuolo in produzione, ricavi e infrastrutture realmente utilizzabili.
La nuova partita sulle riserve venezuelane
Il segretario americano all’Energia Chris Wright ha seguito a Caracas la firma di accordi con Chevron, GE Vernova ed Eni, presentati come l’avvio di una nuova fase di investimenti nel Paese. Il fulcro dell’operazione riguarda circa 65 miliardi di barili di riserve, una quantità equivalente a poco più di un quinto del patrimonio petrolifero venezuelano indicato dall’Opec. L’amministrazione statunitense sostiene che il progetto consentirà di valorizzare giacimenti oggi scarsamente sfruttati attraverso capitale, tecnologia e nuove infrastrutture, mentre Caracas considera gli accordi uno strumento per riportare il settore energetico su una traiettoria di crescita produttiva.
Chevron accelera: sette miliardi per raddoppiare la produzione
Il progetto industriale più concreto è quello annunciato da Chevron, già principale compagnia petrolifera statunitense presente nel Paese. Il gruppo ha ottenuto nuove concessioni nella cintura dell’Orinoco e prevede investimenti superiori a 7 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, con l’obiettivo di portare la produzione fino a circa 600 mila barili al giorno, più del doppio dei livelli attuali. Secondo l’amministratore delegato Mike Wirth, la maggiore esposizione al mercato venezuelano riflette le aspettative sul potenziale delle risorse locali e sulla possibilità di recuperare capacità produttiva dopo un lungo periodo di deterioramento degli impianti.
Caracas punta a 209 miliardi di profitti in 25 anni
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha indicato in circa 209 miliardi di dollari i profitti che il Venezuela potrebbe ottenere dagli accordi nell’arco di venticinque anni. L’obiettivo dichiarato è utilizzare l’aumento delle entrate petrolifere per sostenere occupazione, salari, servizi pubblici e investimenti sociali. Il punto di partenza resta una dotazione energetica straordinaria: secondo l’Opec Annual Statistical Bulletin 2025, il Venezuela dispone di oltre 303 miliardi di barili di riserve provate, davanti all’Arabia Saudita, indicata a circa 267 miliardi. La disponibilità geologica, tuttavia, non coincide automaticamente con la capacità di estrarre greggio in tempi rapidi e a costi competitivi.
Investimenti enormi, ma resta il nodo della certezza giuridica
Proprio la sostenibilità dell’operazione rappresenta il principale elemento di rischio per gli investitori. Dopo anni di manutenzione insufficiente, il rilancio dell’industria venezuelana richiederà capitali, infrastrutture e tempi probabilmente lunghi, mentre resta aperto il tema della validità degli accordi nelle future transizioni politiche. Ian Vásquez, vicepresidente per gli studi internazionali del Cato Institute, ha inoltre sollevato dubbi sulla mancata approvazione parlamentare di alcune intese, richiamando le procedure previste dalla Costituzione venezuelana. Per le compagnie coinvolte, la vera variabile non sarà quindi soltanto il prezzo del petrolio, ma anche la stabilità normativa necessaria per proteggere investimenti destinati a svilupparsi nell’arco di decenni.













