Con sorpresa si è potuto leggere ai primissimi di agosto che la Parmalat ha chiuso i conti semestrali in miglioramento per il minor contributo negativo del Venezuela. Non ho dubbi sul risultato, ma credo sia la prima volta che i conti non vengono presentati semplicemente al netto dell’iperinflazione venezuelana, quindi deve essere successo qualcosa di straordinario, perché le condizioni del Paese non sono certo migliorate rispetto all’anno precedente. Del Venezuela in Italia si parla poco e praticamente solo in queste occasioni nelle quali bisogna prendere atto che l’inflazione venezuelana è giunta al 42.000% e che il Pil è diminuito del 15%.
Sulla stampa internazionale invece si leggono racconti raccapriccianti della vita in un paese in bancarotta, dove non funziona più nulla, dove chi può emigra – due milioni di persone nel 2017 – dove il sistema sanitario è al collasso: solo come esempio, la Clinica Razzetti, un importante ospedale di Barcellona, grande centro a trecento chilometri a est di Caracas, fino a pochi anni fa fiore all’occhiello della sanità venezuelana, non ha più neppure il latte per i neonati, i pochi medici rimasti in servizio sacrificano parte dei loro modesti e incerti stipendi per comprare il cibo per i pazienti e in generale la situazione dei ricoverati fa sembrare il pronto soccorso del più malconcio ospedale del nostro Sud una clinica svizzera.
Il regime si mantiene con la repressione militare e la distribuzione quotidiana di sussidi alimentari. La situazione economica del paese è andata peggiorando negli ultimi anni ed è precipitata con il governo dell’attuale Presidente Maduro, una versione se possibile ancor più incompetente e demagogica del precedente governo del Presidente Hugo Chavez, che ha governato il paese quasi ininterrottamente dal 1999 al 2013, mantenendosi al potere con gli aggressivi programmi sociali a sostegno di una numerosa popolazione di diseredati, senza riuscire a migliorarne le condizioni, e riuscendo invece a sperperare i redditi della vendita del petrolio senza investire nelle infrastrutture essenziali ad una florida economia di mercato, quale potrebbe essere quella dell’undicesimo produttore di petrolio del mondo, possessore delle più vaste riserve a livello mondiale, e questo per un pregiudizio nazionalistico antibusiness, antiamericano, anticapitalistico.
In venezuela l’inflazione è arrivata al 42.000% e il pil è crollato del 15%. In argentina il governo di juan peron ha avviato un periodo di populismo
In altre parole, in poco più di dieci anni di regime populista si è riusciti a portare al collasso economico uno dei paesi più ricchi del mondo. Come tutti sanno, le prove generali del populismo al potere sono state fatte dall’Argentina, paese ricchissimo di risorse naturali, miraggio dell’emigrazione italiana dell’inizio del secolo scorso, luogo delle grandi fortune dei Ferruzzi e dei Rocca, e non solo, governato dal 1946 al 1955 dallo stentoreo Generale Juan Peron, vera icona, con la moglie Evita, del populismo Latinoamericano, il quale condusse il paese verso una inarrestabile traettoria di difficoltà economiche affrontate da tutti i governi successivi con provvedimenti atipici e sorprendenti fino al default del 2002, dal quale il paese non si è ancora ripreso.
I casi Venezuela e Argentina, molto diversi nei tempi e nei modi, hanno però in comune di essere il prodotto della gestione di governi dediti alla soddisfazione delle esigenze irrinunciabili del popolo senza riguardo alle conseguenze, o addirittura alla risposta a emergenze sociali spesso inventate al solo fine di coprire la propria incapacità gestionale. Non illudiamoci che il nostro Paese sia sicuramente immune da sviluppi analoghi a quelli citati, e con una differenza aggravante: il nostro Paese ha risorse inferiori eccetto che per le capacità lavorative, capacità che oggi vengono mortificate dal conclamato disprezzo della competenza e del sapere.
Certo, la Bce ci protegge ancora dall’iperinflazione e lo potrà fare finché resteremo nell’Euro, ma i programmi continuamente enunciati e ribaditi dai nostri attuali governanti sono pericolosamente simili agli slogan chavisti e peronisti i cui risultati sono verificabili: la politica delle grandi illusioni ha sempre prodotto grandi delusioni.
















