di Sonia Raule Tatò Presidente Vegzone

Oggi il mercato dello champagne vale 6 miliardi di euro con 320 milioni di bottiglie vendute ogni anno. Sicuramente questi numeri renderebbero orgogliose le pioniere di questo mercato, alcune giovani e affascinanti signore che, nel XIX secolo, rimaste vedove, furono tanto lungimiranti da rimboccarsi le maniche e gestire alcune delle case di champagne più riconoscibili della storia, creando quelle caratteristiche – l’effervescenza, la vivacità, la vasta gamma di sapori e aromi – che, evolvendosi nel tempo, lo rendono  ancora oggi il più affascinante e intrigante tra i vini.

Indubbiamente furono assai furbe e determinate perché, appellandosi al loro “status”, riuscirono a mantenere le proprietà e le attività commerciali del marito, controllare le loro finanze, aprire conti in banca – alle donne non era concesso – e muoversi liberamente in società. Furono temerarie, coraggiose, spregiudicate e competitive, ma principalmente pronte a tutto, anche a farsi contrabbandiere o seduttrici ma, con le loro bollicine, conquistarono il mondo, diventando le prime capitane d’industria. Non sappiamo se si conobbero, sicuramente non si fecero la guerra come se avessero stretto un patto di non belligeranza.

È il 1808 e immagino, in un porto della Francia, la figura fiera di Apolline Godinot Henriot, cappello e soprabito scuro da viaggio attendere sul bordo di una banchina il piroscafo che la porterà alla conquista dei primi clienti. Ai suoi piedi una cassapanca di vimini dove sono ben sistemate le bottiglie di Brut Souverain NV, la creazione che dovrà esaltare i meriti della casa da lei fondata dopo la morte del marito, la Veuve Henriot Ainè. Ha solo 33 anni e già sogna il successo anche se ancora non può immaginare che nei secoli a seguire lo champagne Henriot resterà in mano alla sua famiglia con una struttura produttiva da un milione di bottiglie l’anno. Fu così che “Veuve” comparve per la prima volta sull’etichetta di uno champagne, ma non è che l’inizio di una lunga storia.

Nel 1798 Philippe Ponsardin, uno dei maggiori commercianti di Reims organizza il matrimonio della sua unica erede Barbe Nicole con Francois Clicquot. In circostanze diverse avrebbe preferito un matrimonio con un aristocratico, ma siamo nel pieno furore rivoluzionario e gli unici partiti possibili sono i borghesi, i soli ad avere ancora la testa sul collo! Francois, titolo mancante a parte, viene da una ricca famiglia di imprenditori tessili che possiede molti territori nella zona dello Champagne. Di lì a poco si suicida – così dicono molti storici – lasciando Barbe vedova a solo 27 anni.

Lei, che deve aver ereditato il temperamento paterno, si dimostra subito una donna d’affari sorprendentemente esperta, salvando l’attività vinicola del marito e decidendo di concentrarsi solo sulla produzione dello champagne. Il 1810 è senz’altro l’anno della consacrazione di Barbe Nicole a “madre” di un impero, principalmente per la produzione del suo primo millesimato: in quello stesso anno, decide di cambiare definitivamente il nome dell’azienda Clicquot in Veuve Clicquot Ponsardin.

Alla fine delle guerre napoleoniche vede per prima l’opportunità di entrare nel mercato russo e aggira l’embargo  contrabbandando 10.550 bottiglie nella Russia imperiale pensando alle celebrazioni che avranno luogo, una volta firmati i trattati. Lo zar Alessandro è entusiasta e dichiara che non berrà altro champagne se non Veuve Clicot Ponsardin. Per tenere il passo con l’improvvisa domanda e non rimanere il fanalino di coda di quel Moet che durante la sua carriera ha più volte cercato di boicottare i suoi affari, Barbe Nicole sviluppa un processo noto come remuage, che consolida il lievito sul collo della bottiglia, consentendone la rimozione rapida e riducendo gli sprechi, aumentando l’efficienza e creando un prodotto limpido e stabile.

Il remuage è ancora oggi uno dei pilastri della produzione di champagne. Nel 1821 Barbe Nicole estromette la figlia Clémentine dalla direzione dell’azienda, non ritenendola all’altezza, per lasciarla  invece  nelle mani dello stagista e amante, Edouard Werlé, di 23 anni più giovane di lei. Barbe si ritira infine  nel castello di Bousault e lì muore il 29 luglio 1866, a 89 anni, mentre la Veuve Clicquot Ponsardin produce e vende 775mila bottiglie di champagne all’anno. L’unico rammarico che oggi potrebbe avere Barbe Nicole è che l’azienda, insieme a quella del suo acerrimo nemico Jean-Rèmy Moet, faccia parte dello stesso gruppo, l’Lvmh.

Anche se dobbiamo l’importanza dello champagne a madame Clicquot, il sapore che tutti noi associamo a questa bevanda è dovuto al merito di un’altra vedova: Louise MéClin Pommery. Il suo obiettivo è, fin dall’inizio, quello di creare un prodotto di qualità per una base di clienti che considera sottorappresentati: gli inglesi. Avendo frequentato un collegio inglese, Louise conosce l’affinità britannica per il sidro duro e vede in essa un’opportunità. C’è un unico problema. Gli inglesi preferiscono le bevande secche a quelle dolci, e gli champagne all’epoca di Veuve Clicot contengono da 10 a 15 volte più zucchero di un demi-sec.

La soluzione è semplice: chiede al suo chef de cave di ridurre il quantitativo di zucchero per elaborare uno champagne più secco che la renderà celebre in Inghilterra. Lo stile da lei creato, lo champagne brut, è ora lo standard nelle vendite mondiali. Fu la prima tra gli imprenditori a concedere piani pensionistici e benefici medici e fu anche al prima donna a ricevere funerali di stato.

Un’altra regina dello Champagne è Mathilde Laurent Perrier che, alla morte del marito, ribattezza l’azienda con il suo nome: Veuve Laurent Perrier. Dopo aver rimborsato i debiti contratti dal marito, impegnando tutta la sua assicurazione sulla vita, si mette all’opera facendo un ulteriore passo avanti nel lavoro di madame Pommery, creando e imbottigliando il Gran Vin sans sucre, un millesimato senza zuccheri aggiunti nella seconda fermentazione. L’imbottigliamento debutta al Brèbant, il ristorante della torre Eiffel nel1889. Inutile dire che fu un grande successo.

Il gesso friabile della regione dello champagne veniva estratto dai Romani già nel I secolo lasciando vaste caverne, dette les crayères. Louise avviò per prima un sorprendente progetto di costruzione, collegando le vecchie cave con quasi 18 chilometri di tunnel, volte e passaggi sotterranei dove oggi sono custodite centinaia di migliaia di bottiglie, impilate dal pavimento al soffitto. Come giustamente aveva intuito Luoise la loro temperatura è ideale per conservare e maturare lo champagne. Per quanto riguarda il XX secolo, le donne dello champagne hanno dovuto affrontare diverse sfide: la Grande Depressione, il Proibizionismo, ma soprattutto la prima e la seconda guerra mondiale. La regione dello champagne ha visto la distruzione da parte degli eserciti nemici, le cantine saccheggiate, le piantagioni e la manutenzione  dei vigneti interrotte. Jeanne Krug gestisce l’attività di famiglia dopo la cattura del marito da parte dei tedeschi. Ospita truppe e cittadini nelle sue cantine, costruendo scuole e un’infermeria in quegli spazi bui ma sicuri. In seguito, grazie all’attività instancabile di Camille Olry-Roederer che rilevò l’attività del marito, riprende vita il concetto di glamour ed eleganza con la Cristal Cuvée. Cavalvando lo slancio della popolarità del suo champagne, Camille, decorata con la Legion d’Onore, commercializza la cuvée di prestigio nei circoli dell’alta società.

Tra le donne che hanno fatto grande lo champagne c’è sicuramente Elisabeth “Lily” Lauriston-Boubers, nata nell’ultimo anno del XIX secolo. Nel 1923, sposa Jaques Bollinger. La loro unione segna per Lily anche l’inizio di una lunga storia d’amore per lo champagne e a 42 anni, in seguito alla morte del marito durante l’occupazione nazista dello Champagne, assume la presidenza della Bollinger e porta il marchio sulla scena internazionale.

È una degustatrice di grande talento e sa come miscelare i vini. Una delle sue più grandi creazioni è il lancio delle bottiglie vintage invecchiate per 12 anni: le loro etichette sono le prime nella storia a riportare la data della sboccatura. Nel 1961 il Daily Mirror cita una sua celebre frase: “bevo champagne quando sono triste e quando sono felice. A volte lo bevo quando sono sola. Quando ho compagnia lo considero obbligatorio. Lo mangio se non ho fame e lo bevo quando non ne ho. Altrimenti non lo tocco mai, a meno che non abbia sete”.

“L’importanza di queste donne nei momenti chiave della produzione dello champagne è ancora rappresentata. Il 40% delle tenute dei coltivatori di champagne è di proprietà di donne, inoltre le donne rappresentano il 28% dei ruoli dirigenziali di alto livello nelle aziende di champagne,” dice Mélanie Tarlant, enologa di dodicesima generazione e membro de La Transmission, Femmes en Champagne, un’associazione guidata da donne per i produttori di champagne. E nessuna è vedova.