I lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano dieci minuti e mi lasciano sulla scrivania cinque fogli di carta. Per spiegarmi lo stesso problema i miei collaboratori impiegano tre giorni e decine di pagine», diceva John Fitzgerald Kennedy. Eppure, per una funzione così strategica (e delicata), in Italia non esiste una legge. In compenso ci sono – secondo un’indagine della Luiss condotta tra il 2017 e il 2019 – più di 450 disposizioni di qualsiasi genere e livello rivolte a decisori o a portatori d’interesse. Spesso contraddittorie. Sono quarant’anni che il Parlamento ci prova, a regolamentare la materia, ma senza essere riuscito ad andare al di là dell’introduzione, ormai dieci anni fa, del reato di traffico di influenze illecite. Ma questa, con il Ddl 2495 “Disciplina dell’attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi”, potrebbe essere la volta buona. Forse.

Quanti tentativi falliti

«Dopo 97 progetti di legge mai approdati in aula, ma sempre rimasti al palo in commissione, la Camera il 12 gennaio ha finalmente licenziato, con 339 voti a favore, nessun contrario e 42 astenuti (Fdi e Alternativa), un testo di legge sulla lobby. Ma ancora non ci siamo». Vincenzo Manfredi, delegato nazionale advocacy e public affairs della Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana), non nasconde il suo scetticismo sul testo che, nel momento in cui scriviamo, è all’esame del Senato. Scetticismo ampiamente condiviso, perché se la legge da subito ha riscosso commenti contrastanti, tutti però concordano su un punto: questa legge, così com’è concepita, non va bene. «La legge sulla lobby dovrebbe partire da un assunto diverso da quello che sembra essere la ratio dell’articolato attuale», spiega Manfredi: «la rappresentanza di interessi è una fondamentale declinazione della democrazia, e non una materia che va regolata perché fonte di possibili patologie». Anche perché i relatori pubblici di Ferpi – che, al di là dell’audizione di Manfredi davanti alla Commissione Affari istituzionali in Senato, ancora non si è espressa “ufficialmente” – già sottoscrivono un codice deontologico e sono sottoposti alle norme della L. 4/2013 per la regolamentazione delle professioni non ordinistiche, con iscrizione ad un registro e piani di aggiornamento specifici per il mantenimento dello status di soci qualificati presso il Mise.

Tutto da rifare

Ma cos’ha, questo disegno di legge, che non va? Partendo dalla fine, c’è il tema delle sanzioni: «Va chiarito espressamente chi siano i soggetti verso i quali possono essere comminate le sanzioni. Le società di lobby sottoscrivono contratti di consulenza strategica con clienti che necessitano di rappresentanza di interessi: la legge non chiarisce se la sanzione sia a carico della società di lobby o del dipendente della stessa che ha rappresentato direttamente il cliente presso il decisore pubblico».

C’è poi la questione delle esclusioni dall’istituendo Registro dei rappresentanti di interessi: non solo di alcune categorie che fanno rappresentanza di interessi per “statuto” – come le associazioni di categoria o i sindacati, cosa che non trova uguali in nessun Paese democratico. Ma c’è anche l’esclusione dei dirigenti pubblici, in questo caso non dal registro ma dalla nozione di decisore pubblico: questo significa che si può fare lobby nei confronti di un parlamentare mentre non si può fare nei confronti di un direttore generale di un ministero. E persino gli iscritti all’Ordine dei giornalisti. Un divieto che ha del grottesco: «Può creare problemi» sottolinea Manfredi «a tutti quei colleghi che hanno la responsabilità delle strutture di relazioni istituzionali di aziende pubbliche e private che molto spesso sono anche giornalisti iscritti all’albo». Ovvero, aggiungiamo noi, la quasi totalità delle aziende: private, pubbliche, grandi, medie e piccole. «Anche il divieto per i manager di società pubbliche o di enti pubblici economici è una criticità: di fatto si vieta alle più importanti aziende italiane di contribuire alla formazione dell’interesse generale».

Illustri eccezioni

Il divieto di iscrizione per i giornalisti fa il paio con la deroga per alcuni gruppi di interesse: «È piuttosto grave che associazioni come Confindustria o i sindacati , o ancora Abi, l’associazione bancaria italiana, o Ania, l’associazione nazionale fra le imprese assicutratici, siano escluse dall’applicazione della legge», spiega a Economy Fabio Bistoncini, socio fondatore e partner di FB e Associati, società nata nel 1996, che si occupa appunto di advocacy e lobbying. Bistoncini è firmatario, insieme con altri 36 professionisti del settore, tra i quali il segretario generale di Competere Roberto Race, il presidente di Allea Alessandro Beulcke e l’amministratore unico di Epr Comunicazione Camillo Ricci, del Manifesto della buona lobby, che sinteticamente evidenzia incongruenze, limiti e lacune della legge, come quella, appunto, relativa alle associazioni di categoria e ai sindacati.

Non solo: il ddl introduce l’obbligo da parte di ciascun rappresentante di interessi di tenere e aggiornare con cadenza settimanale una propria agenda degli incontri con i decisori pubblici (indicando chi si è incontrato, dove, quando, perché e persino, in maniera sintetica, cosa ci si è detti), da pubblicarsi entro 45 giorni dalla data dell’incontro e consultabile da chiunque entro 20 giorni dalla pubblicazione.  «Noi proponiamo una cadenza di aggiornamento almeno bimestrale, per garantire una sistematizzazione delle informazioni più rilevanti, nonché tempistiche di lavorazione  compatibili con l’attività delle aziende e società».

Per non parlare della privacy: «In linea con le migliori pratiche europee, è essenziale raccogliere le sole informazioni utili a soddisfare un reale principio di trasparenza, evitando richieste di dettaglio tali da produrre l’effetto indesiderato di disincentivare la compliance». Anche perché nella documentazione trasmessa al decisore pubblico da pubblicare integralmente – e dunque consultabile da chiunque – potrebbero esserci informazioni tutelate dal segreto industriale, price sensitive per le aziende quotate, oppure inerenti alla sicurezza nazionale. «Non si capisce, poi, perché l’agenda debba pubblicarla il lobbista e non il decisore: dovrebbe essere il contrario. È una richiesta che, ne siamo certi, non passerà. Ma noi continueremo a fare la nostra battaglia di principio… sapendo di perdere».

Tra principi e realtà

Tutti d’accordo sulla necessità di mettere delle regole, peccato però che le regole non vadano bene a nessuno.  «La regolamentazione dell’attività di rappresentanza degli interessi ha costituito per lungo tempo una priorità sia per i decisori pubblici sia per tutti i professionisti delle relazioni istituzionali», sottolinea Gianluca Comin, presidente di Comin & Partners. «Una buona legge, in grado di interpretare i tempi, guardando all’evoluzione di questa professione e dei rapporti tra centri decisionali e nuove forme di partecipazione, è necessaria; ma ancor più occorrerebbe realizzare un cambio di paradigma culturale. Infatti, oggi, nel nostro Paese, il termine “lobbista” sembra ancora avere un’accezione esclusivamente negativa che rimanda alla degenerazione del fenomeno, piuttosto che al suo reale significato. Il lobbista è colui che, professionalmente e in maniera continuativa, rappresenta ad ogni livello gli interessi, le posizioni e le proposte di soggetti privati verso il decisore pubblico. Nelle democrazie moderne, pluraliste e aperte», prosegue Guianluca Comin, «tale figura assolve a un ruolo fondamentale, diventando il perno di un dialogo virtuoso e propositivo tra il pubblico e il privato, al fine di favorire scelte razionali e consapevoli rispetto allo scopo della decisione. Dunque, solo una norma che è in grado di interpretare e tradurre questo equilibrio tra poteri pubblici e rappresentazione di legittimi interessi privati potrà essere davvero considerata un traguardo per l’Italia».

Sulla stessa linea anche Simone Dattoli, amministratore delegato e fondatore di Inrete, che pur accogliendo «positivamente l’obiettivo del disegno di legge di voler normare l’attività di lobbying e rispondere ai principi di pubblicità, partecipazione democratica, trasparenza e conoscibilità dei processi decisionali» ritiene «necessario però intervenire in Senato con delle modifiche che consentano una maggiore efficacia del processo decisionale per bilanciare i nuovi obblighi per gli iscritti». Sul banco degli imputati, anche per Dattoli, l’esclusione per le organizzazioni sindacali, quelle imprenditoriali e le società partecipate: «crea disparità tra soggetti che operano nello stesso settore, produce implicitamente interessi prevalenti su altri e apre a zone grigie e non normate».

E poi «l’obbligo di aggiornare con cadenza settimanale l’agenda del portatore di interesse comporta necessariamente una valutazione delle modalità attuative che mal si conciliano con le tempistiche aziendali. Tali obblighi rischiano di risultare anacronistici rispetto all’evoluzione dei processi decisionali. Liberarsi dei preconcetti e sperare davvero in un esito legislativo, questa volta, potrebbe essere davvero una buona notizia».

E dunque? La Commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso di affidare la pratica a un “comitato ristretto” che, per il relatore, Giovanni Perilli (M5s) «avrebbe un effetto deflattivo sul numero di proposte di modifica. Nel Comitato ristretto sono rappresentati tutti i Gruppi, per cui non vi è il rischio di una compressione del dibattito: si tratta invece di una sede che, proprio perché informale, facilita il confronto e l’approfondimento».

E nel grande gioco della lobbying si torna alla casella di partenza.