di Giovanni Talente

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I baby boomer statunitensi hanno un patrimonio netto vicino ai 90.000 miliardi di dollari, pari a circa il 52% della ricchezza complessiva delle famiglie americane, pur rappresentando circa il 20% della popolazione. Controllano il 54% delle azioni e dei fondi comuni detenuti dalle famiglie, per un valore prossimo ai 30.000 miliardi, e il 41% del patrimonio immobiliare residenziale, più di qualunque altra generazione. Sono i numeri dell’analisi dell’economista Ed Yardeni ripresa da Fortune il 31 agosto 2026, che per descrivere il fenomeno ha coniato la formula di G-shaped economy, dove la G sta per generazionale, in alternativa alla più nota lettura a K. In Italia la Relazione annuale della Banca d’Italia presentata alla fine di maggio 2026 fotografa la stessa dinamica su scala diversa: la ricchezza netta delle famiglie ha raggiunto 12.326 miliardi di euro a fine 2025, pari a 8,5 volte il reddito disponibile complessivo contro le 8,3 volte dell’anno precedente, e la quota detenuta dalle famiglie più anziane è quasi raddoppiata fino al 32%, mentre quella delle famiglie più giovani è scesa dal 13% al 4%.

Il passaggio più interessante dell’analisi americana riguarda i tassi di interesse. I boomer detengono circa 3.100 miliardi di dollari in fondi monetari, all’incirca il 60% del totale delle famiglie, cui si aggiunge un altro 16% in mano alla generazione precedente. Per chi si trova in quella posizione un rialzo dei tassi non è un costo ma un ricavo, perché aumenta il rendimento della liquidità già investita. Per chi deve accendere un mutuo è l’esatto contrario. «I consumi sono sostenuti sempre più dal patrimonio pensionistico accumulato anziché dal reddito da lavoro», osserva Yardeni, secondo cui questa dinamica spiega perché tassi più alti abbiano frenato la spesa delle famiglie molto meno di quanto gli economisti si attendessero. La stessa decisione di politica monetaria produce effetti di segno opposto a seconda dell’età di chi la subisce.

Che si tratti di una frattura generazionale e non soltanto di reddito lo dice la serie storica. Secondo i dati della Federal Reserve, i boomer sono passati dal 19,5% della ricchezza delle famiglie nel 1989 a oltre la metà nel 2026. I millennial, che pesano sulla popolazione più o meno quanto loro, detengono circa 18.000 miliardi di dollari e la generazione Z circa 6.000. Sul mercato immobiliare il divario è misurabile: oggi il 33% dei ventisettenni americani possiede una casa, contro il 40% dei boomer alla stessa età secondo Redfin, mentre nel 2025 la quota di acquirenti alla prima casa è scesa del 21% e l’età mediana di chi compra per la prima volta ha toccato il record di 40 anni. Per l’economista della New York University Edward Wolff, le generazioni più giovani «non hanno potuto godere dell’apprezzamento dei prezzi delle case nella stessa misura» dei loro genitori.

In Italia il quadro è persino più netto, e viene da una fonte istituzionale. Tra il 1991 e il 2022 la quota di famiglie in cui il percettore del reddito principale ha meno di 36 anni si è ridotta dal 16% al 6%, mentre quella con capofamiglia oltre i 65 anni è salita di circa cinque punti, al 28%. Nello stesso arco la ricchezza detenuta dalle famiglie più anziane è quasi raddoppiata al 32% e quella delle più giovani è crollata dal 13% al 4%. La Banca d’Italia aggiunge una precisazione che smonta la spiegazione più comoda: l’incremento riflette principalmente l’andamento positivo della ricchezza media di quelle famiglie rispetto al totale, mentre il contributo del maggior peso demografico di quella classe d’età appare secondario. Non è che gli anziani siano semplicemente più numerosi. Sono diventati più ricchi, e le coorti nate tra il 1941 e il 1950 hanno beneficiato di un contesto più favorevole sia sulla crescita dei redditi sia sulla dinamica dei prezzi degli immobili.

Da qui arriva la risposta al paradosso che il brief pone, e per l’Italia è quantificata. Nella stessa Relazione si legge che i nuclei che si attendono di ricevere un’eredità presentano in media consumi superiori del 7% e un risparmio inferiore di circa il 17% rispetto a chi non ha quella aspettativa. Nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie italiane è cresciuto dello 0,9% in termini reali e i consumi sono aumentati in linea con i redditi, lasciando invariato il tasso di risparmio. La spesa, in altre parole, non è sostenuta soltanto da quello che si guadagna, ma anche da quello che si prevede di ricevere. È un canale che non compare in busta paga e che le statistiche sul potere d’acquisto non intercettano.

Sull’altro versante il conto è opposto. Nel secondo trimestre 2026 le retribuzioni contrattuali orarie italiane sono cresciute del 2,5% contro un’inflazione al 3,0%, prima inversione dopo dieci trimestri consecutivi di recupero, e il Rapporto annuale Istat colloca il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali sotto dell’8,6% rispetto a gennaio 2019. Stefano Menghinello, direttore del dipartimento per le statistiche economiche dell’Istat, aveva segnalato il rischio di «un sorpasso dell’inflazione rispetto alla dinamica dei salari nominali». Nello stesso periodo i prezzi delle abitazioni sono saliti del 5,2% su base annua nel primo trimestre 2026. Chi possiede vede rivalutarsi il patrimonio, chi vive di stipendio vede allontanarsi il bene che dovrebbe comprare.

L’obiezione più naturale è che il problema si risolverà da solo con le eredità. La Banca d’Italia lo esclude, o quantomeno lo ridimensiona. Il patrimonio delle famiglie anziane sarà oggetto nei prossimi anni di «un significativo trasferimento intergenerazionale, con effetti sui comportamenti economici e sulla distribuzione della ricchezza», ma passerà alle generazioni nate tra il 1966 e il 1975, numericamente più esigue per la minore fecondità, e non ai trentenni di oggi. La quota di patrimonio di origine ereditaria salirà per quelle coorti a circa il 40%, contro il 30% delle generazioni precedenti. E gli eredi con titolo di studio elevato, provenienti da famiglie a loro volta istruite, ne trarranno benefici maggiori: il trasferimento amplia il divario invece di chiuderlo.

Due elementi impediscono di leggere gli anziani come un blocco unico di beneficiari. La ricchezza è concentrata anche al loro interno: negli Stati Uniti il 10% più ricco delle famiglie boomer controllava il 71% della ricchezza della generazione nel 2022, quasi un terzo degli americani sopra i 55 anni non ha alcun risparmio previdenziale e circa metà di quelli che ne hanno è sotto i 100.000 dollari, mentre i saldi delle linee di credito garantite dall’abitazione sono risaliti del 20% dal minimo di fine 2021. «Il patrimonio netto e il flusso di cassa sono due cose molto diverse», ha osservato a Fortune Ashley Morgan, avvocato specializzato in insolvenza dei consumatori. Vale anche per l’Italia, dove la ricchezza degli over 65 è investita per oltre il 60% in immobili, cioè in un attivo che non produce reddito se non viene venduto o dato in garanzia. La casa di proprietà rende ricchi sulla carta e non necessariamente liquidi alla cassa.