di Andrea Granelli
In un’interessante riflessione uscita sul Corriere della Sera – “I ripostigli digitali e il vizio di non scegliere” – Federico Cella mette il dito su un tema delicato e poco affrontato. L’accumulo compulsivo e distratto di oggetti digitali che poi non vengono più ritrovati. Per descrivere questo fenomeno introduce una simpatica quanto potente espressione: “disposofobia digitale”.
Riprendiamo la sua considerazione: «Accumuliamo, o meglio: accatastiamo. Tutto. Foto e video a migliaia, email di ogni genere, inviti, “to do list” periodiche, liste della spesa, note (scritte e vocali). E poi serie tv e film, videogiochi e podcast. E musica […] Tanto di spazio ce n’è, gigabyte a chili. Il cloud, “nuvola” personale di memoria, negli anni è diventato un ripostiglio dove appunto accatastare tutto. Salvo il fatto che siate persone estremamente organizzate e precise, è lì che seppelliamo il nostro “tesoro digitale”».
Cose che «non vogliamo leggere ma che non siamo sicuri di poter buttare, serie tv a cui mettiamo la spunta perché, forse, in un futuro, potremmo volerle vedere. È l’opzione di non scegliere: né di dedicarci la nostra vera attenzione, né di decidere una buona volta di fare pulizia e distinguere e valorizzare ciò che ci interessa davvero.» È questo meccanismo che crea l’evocata “disposofobia digitale”. Ma questa fobia/inettitudine non è solo un problema legato all’accumulo di conoscenza, ma anche alla ricerca di informazioni sulla rete. All’origine di tutto ciò ci sta la pigrizia, il principio dell’economia dello sforzo che ha la sua apoteosi nel concetto di “a distanza di click”, che si basa sul presupposto che sia sufficiente premere un tasto per attivare azioni magiche. Una versione moderna della lampada di Aladino. Solo che noi viviamo nella realtà e non in un mondo fiabesco. Oltre tutto il problema della ricerca ossessiva e dell’archiviazione compulsiva a colpi di mouse sta creando crescenti problemi poiché, come noto, la qualità dell’informazione ricercata non dipende da efficienza e velocità ma da abilità, pensiero critico e serendipity. Il problema dell’accumulo seriale di informazioni trovate velocemente tramite i motori di ricerca – anzi per molti tramite IL motore di ricerca – si acuisce per il fatto che è sempre in agguato il fake e l’informazione manipolata.
Nel caso, invece, dell’accumulo e archiviazione compulsiva delle cose (che ci sembrano in quel momento) importanti, rischiamo solo che diventino inaccessibili. Senza metodo e strumenti, è come se stessimo riempiendo una soffitta o uno scantinato di oggetti immateriali che progressivamente si ricoprono di pulviscolo di bit o addirittura di ragnatele digitali … anche se la parola ragnatela (web) ha acquisito nel mondo della Rete un significato positivo di connessione di persone e conoscenza … un meccanismo che valorizza e non nasconde ciò che avvolge.
Il punto da cui partire è allora il desiderio … la voglia di costruire la nostra Biblioteca di Babele – o meglio il nostro “tesoro digitale” per riprendere l’espressione di Federico Cella – a cui segue il dotarsi di un metodo e di uno strumento opportuno.
Nel mio caso si tratta dello zaino digitale, un metodo e uno strumento che ho sviluppato nel corso degli anni e che mi ha permesso non solo di costruire un potente antidoto contro la “disposofobia digitale” ma di costruire un vero e proprio archivio personale che raccoglie in modo ordinato e fruibile la mia conoscenza e la mia esperienza e la rende accessibile – questa sì – a distanza di click.
La ricetta è un metodo di raccolta, selezione, estrazione ed organizzazione non solo di ciò che ho letto o fatto, ma anche di ciò che mi colpisce e mi incuriosisce. Le tecniche per ritrovare facilmente le informazioni sono molteplici: architettura informativa, indici tematici, ordine temporale di inserimento dell’informazione … ma anche l’uso di motori di ricerca locali (l’evoluzione dello storico “Find”). Questi strumenti – uniti a un modo meditato di organizzare la conoscenza – mi permettono di navigare con efficacia nel “gurgite vasto” del mio archivio digitale (come direbbe Virgilio) senza perdermi né affondare.
E poi l’uso sistematico di immagini e schemi che vanno oltre la codifica testuale fornendo altre modalità di catalogazione e reperimento. In questo ambito la storia della cultura ha molto da insegnarci: le rappresentazioni medioevali – gli alberi (della vita, della virtù, della scienza…) o le torri (ad es. la Turris Sapientiae) – o gli emblemi e insegne barocche (testo integrato da immagini) usate dagli educatori e dai predicatori per facilitare l’apprendimento e il reperimento rapido – sono efficacissime ancora oggi; anzi possono vivere una seconda stagione nell’era digitale.















