L’università italiana continua a parlare anche il linguaggio dei divari territoriali. Non soltanto per numero di iscritti, capacità di attrazione o servizi offerti, ma per il peso che gli studi hanno sul bilancio delle famiglie. Nell’anno accademico 2024/25, negli atenei statali, la contribuzione media cambia sensibilmente spostandosi lungo la Penisola: al Nord supera i 1.200 euro considerando tutti gli iscritti, mentre al Sud scende a 651 euro e nelle Isole a 599. Una distanza che racconta però qualcosa di più complesso di una semplice differenza nei listini universitari: al centro ci sono redditi, esoneri e un sistema di agevolazioni che incide in maniera molto diversa da territorio a territorio. I dati arrivano dal nuovo Focus dell’Ufficio di Statistica del ministero dell’Università e della Ricerca.
Il conto dell’università sale, ma non per tutti
Negli atenei statali italiani la contribuzione media è arrivata a 959 euro per studente nel 2024/25, contro i 914 euro del 2022/23, con un aumento del 4,9% nel triennio. Se però si restringe il calcolo a chi effettivamente versa le tasse, l’importo sale a 1.550 euro, quasi cento euro in più rispetto ai 1.452 di due anni prima. A diminuire è invece la quota dei paganti: oggi rappresentano il 61,8% degli iscritti, contro il 62,9% del 2022/23. È il segnale di un sistema nel quale l’aumento dei contributi convive con una crescente diffusione di esoneri e agevolazioni, che modifica profondamente il costo medio effettivamente sostenuto dalla popolazione universitaria.
Nord e Sud, il divario passa anche dall’Isee
La distanza territoriale è netta. Negli atenei statali del Nord-Ovest la contribuzione media calcolata su tutti gli iscritti raggiunge 1.221 euro, praticamente il doppio dei 651 euro del Sud e dei 599 delle Isole; nel Nord-Est il valore è di 1.212 euro. Ma guardando soltanto agli studenti che pagano, la forbice si restringe: 1.810 euro nel Nord-Ovest, 1.756 nel Nord-Est, 1.273 al Sud e 1.143 nelle Isole. La differenza decisiva sta quindi anche nella platea dei contribuenti: paga il 67,5% degli iscritti nel Nord-Ovest e il 69% nel Nord-Est, contro appena il 51,1% al Sud e il 52,4% nelle Isole. Secondo il MUR, il fenomeno riflette soprattutto la maggiore presenza nel Mezzogiorno di studenti con Isee sotto le soglie che consentono l’accesso alla no-tax area.
Seicentomila studenti senza tasse universitarie
Il dato più significativo riguarda proprio gli esoneri. Nel 2024/25 gli studenti degli atenei statali totalmente esentati dalla contribuzione sono 601.423, pari al 38,1% degli iscritti; erano 586.157 l’anno precedente. All’interno di questa platea, 219.850 studenti beneficiano della cosiddetta no-tax area “pura”, mentre 243.942 sono esonerati in quanto beneficiari o idonei alle borse di studio previste dalla normativa sul diritto allo studio. A questi si aggiungono 23.694 studenti con disabilità e quasi 114 mila esoneri riconducibili ad altre motivazioni. Il risultato è un sistema nel quale più di uno studente statale su tre non sostiene direttamente la contribuzione universitaria, con un impatto evidente sulle medie territoriali e sulla distribuzione del costo dell’istruzione superiore.
Private sempre più care, telematiche sotto quota 2.200
Il quadro cambia radicalmente nelle università non statali. Negli atenei privati con didattica tradizionale la contribuzione media è salita a 7.493 euro per studente, con un incremento del 15,1% rispetto al 2022/23; considerando soltanto i paganti si arriva a 8.537 euro, con un aumento del 16,1%. La distanza rispetto al sistema pubblico si è così ulteriormente allargata: chi paga in una privata tradizionale versa mediamente oltre cinque volte quanto corrisposto da uno studente pagante di un ateneo statale. Più contenuto il costo delle università telematiche, dove la media è di 2.150 euro considerando tutti gli iscritti e di 2.303 euro per i soli paganti, valori comunque cresciuti rispettivamente del 7,5% e dell’8,7% nel triennio.













