Due settimane sono bastate a smaltire la sbornia. Unitree, il costruttore cinese di robot umanoidi sbarcato il 19 agosto sullo STAR Market di Shanghai, ha perso circa la metà del valore rispetto al picco del giorno del debutto. Un debutto che resterà negli annali: collocamento a 150,80 yuan per azione, apertura a 1.100, più 629 per cento in un colpo solo e una capitalizzazione che ha sfiorato i 445 miliardi di yuan, 66 miliardi di dollari, per una società che nel 2025 ha fatturato 1,7 miliardi di yuan. La chiusura del primo giorno era già venti punti sotto il massimo, e da lì la discesa non si è fermata.
Il paradosso è che anche dopo il dimezzamento il titolo tratta intorno a 118 volte i ricavi annui. A quel prezzo l’investitore non sta comprando un’azienda, sta comprando uno scenario: quello in cui gli umanoidi sostituiscono i lavoratori. Unitree, per ora, in quello scenario non c’è. Dei suoi robot antropomorfi meno del dieci per cento va all’industria: quasi tre quarti del fatturato di quel segmento arriva da università e centri di ricerca. E il fondatore Wang Xingxing, trentasei anni, ha detto lui stesso che l’adozione di massa può essere lontana dieci anni. Nel frattempo i conti raccontano la fatica della crescita: nel primo trimestre i ricavi sono saliti di oltre il 68 per cento ma l’utile netto rettificato si è più che dimezzato, mangiato da ricerca e sviluppo e da spese commerciali.

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Il collocamento, del resto, era costruito per esplodere. Sul mercato è finito il 10 per cento del capitale, ma il flottante effettivamente negoziabile subito era appena il 7,4, con i pacchetti strategici bloccati da lock-up fino a trentasei mesi e una domanda al dettaglio moltiplicata per migliaia di volte. Poca carta e molti compratori: la formula perfetta per un prezzo che non significa nulla. Quando quei vincoli scadranno, la scarsità che ha gonfiato l’esordio verrà meno.
Sarebbe però un errore liquidare la sostanza industriale insieme alla bolla. La Cina è oggi il centro di gravità del settore: Unitree ha consegnato nel 2025 oltre 5.500 umanoidi, il volume più alto al mondo, con margini lordi sopra il 60 per cento e più del 40 per cento del fatturato realizzato all’estero, e ha in libro soci Tencent, Alibaba, Ant e Meituan. Pechino sostiene apertamente la filiera, Nvidia ci ha costruito attorno la sua divisione di intelligenza artificiale fisica, e Morgan Stanley stima che gli umanoidi possano valere cinquemila miliardi di dollari entro il 2050. Il contrappasso è la geopolitica: da luglio Washington ha inserito robot umanoidi e quadrupedi di produzione estera nella Covered List della Fcc, e per una società che vende quasi metà all’estero non è un dettaglio.
C’è infine una lezione che riguarda i mercati più delle macchine. Le grandi società americane di intelligenza artificiale, da OpenAI ad Anthropic a Perplexity, restano private: hanno accesso a fondi profondissimi e ai bilanci dei giganti tecnologici, e restando fuori dalla Borsa evitano trasparenza obbligatoria, fondi attivisti e la tirannia della trimestrale. In Cina il capitale privato è più sottile e il governo spinge le imprese tecnologiche strategiche a quotarsi in casa. Il risultato è che il risparmiatore cinese può comprare l’intelligenza artificiale molto prima del suo omologo americano. Alla fine, come si vede, la paga anche molto di più.