infrazioni europee

“Si discute molto di Eurobond per le risorse per una difesa europea e quello sarebbe secondo me un terreno per poter ripetere un’esperienza del genere”: lo ha detto Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli affari economici a margine dei lavori degli Stati generali dell’Italia a Bruxelles. E siamo messi male, se una persona perbene come Gentiloni si lancia in una simile fuga in avanti.

La Commissione di cui lui è membro ha commissionato a Mario Draghi una ricerca sulla competitività europea, che verrà consegnata ovviamente alla commissione futura, quella che emergerà dal nuovo politico dell’Unione deciso – si fa per dire, ma accontentiamoci – da noi elettori.

Ebbene, Draghi il “succo” del suo lavoro l’ha già distillato e comunicato, incontrando i ministri dell’Ecofin: per tenere l’Europa sulla carreggiata della doppia transizione occorrono 500 miliardi di investimenti all’anno per 20 anni, totale 10 mila miliardi. E che mai glieli darà all’Europa, tutti questi soldi? Gli sceicchi sauditi? Giammai, e poi sono oligarchi totalitari (alla faccia di chi ci va a fare il conferenziere); o i futuri oligarchi vincenti, in Russia o in Ucraina? O – molto meglio – i fondi americani, che però sono già padroni di mezz’Europa, ma della metà che preferiscono?

La verità è che quei soldi li deve mettere l’Unione europea stessa. Anche raccogliendoli dai privati,  attraverso gli eurobond. Se invece Gentiloni oggi e magari anche Macron, tra un match di pugilato e l’altro, vogliono utilizzare gli eurobond per comprare armi, s’accomodino. Sarebbe l’ennesimo sgorbio politico di un’Europa che non funziona. Difficilmente le armi portano sviluppo e competitività, almeno non sulle prime.

Nell’insieme questo dibattito sul futuro della competitività europea è malcilento e inconsistente. Le leadership europee di riferimento arrivano all’appuntamento elettorale sfibrate e deboli. E si compattano solo nelle deprecazioni – sacrosante, per carità – delle efferatezze putiniane. Come se un fumetto aleggiasse sulle loro teste: “Voi dite che facciamo pena? Sarà anche vero, ma siamo sempre meglio dello zar!”

E così l’indignazione anti-putiniana diventa un’arma di distrazione di massa contro l’inconsistenza dei nostri leader. Il presidente francese e il Cancelliere tedesco Scholz soprattutto. Quanto alla Meloni, che nell’insieme ha più energia politica, è più “nuova”, ed è più forte in casa sua (sua pure non quanto vorrebbe) ha scelto, per contare in Europa, di fare la portavoce della Casa Bianca a Bruxelles e adesso ne paga il conto, perché Biden è barcollante e Trump lo incalza, lo stesso Trump assai caro al nemico interno con cui la Meloni deve fare i conti, che è Salvini.

Nella debolezza della politica europea, impazza senza freni l’eurocrazia, la burocrazia inefficiente e vanesia dei palazzi comunitari. Che ammannisce alla Commissione una polpetta avvelenata dopo l’altra. Come il recente provvedimento con il quale sono stati aumentati i dazi applicati ai cereali e ai semi oleosi provenienti dalla Russia e dalla Bielorussia. L’obiettivo principale della misura è di evitare una potenziale destabilizzazione del mercato europeo nel caso di un ulteriore incremento delle importazioni russe. Da tempo, molte organizzazioni agricole europee avevano chiesto misure pur di stabilizzare i prezzi. Ma queste che sono state prese vannoa vantaggio delle produzioni ucraine, già oggi avvantaggiatissime; il che sposta sulle spalle dei coltivatori europei – non a caso infuriati – un costo specifico, tra i vari costi sollettivi (come devono essere) del sostegno dell’Unione al governo di Kiev. O come la paralisi imposta all’accordo Lufthansa-Ita, giustamente stigmatizzata dal ministro Giorgetti: sono gli eurocrati ad imporla, e la politica o non può, o non sa o è collusa e sfuggente.

In generale, va ricordato che il Fondo monetario internazionale ha accertato che nel 2023 il Pil russo, nonostante le sanzioni, è cresciuto del 3%, contro il magro 0,5% dell’Eurozona. Per la serie: con le sanzioni potremmo anche fermarci. E quanto al riarmo… se nella sua follia omicida Putin dovesse puntare a estendere il conflitto non la farà certamente con le armi convenzionali. A che serve rafforzarne gli arsenali?

L’Europa è il luogo dove siamo e dove vogliamo e dobbiamo restare, ma è completamente da ripensare. Addirittura da rifondare, ripartendo da un’assemblea costituente che ci emancipi dalla dimensione asfittica della politica monetaria nella quale stiamo affondando, per volere essenziale dei tedeschi e dei loro stati satelliti.

Saranno in grado gli elettori dei 27 di esprimere una discontinuità efficiente? Lecito dubitarne.

 

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Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.

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