Una Pasqua di ordinaria follia italianama abbiamo tre santi a cui votarci

Noi italiani abbiamo, oggi, quello che ci meritiamo quando siamo nella normalità: cioè quando siamo furbastri, opportunisti, menefreghisti ed individualisti. Ma il governo che, per questo, oggi ci ritroviamo a Palazzo Chigi, che fa danni o peggio fa niente, non rappresenta invece noi italiani per come siamo adesso, nell’emergenza, e cioè in gamba, solidali, e perfino disciplinati.
Ma come si fa a mandar via un governo che non ci somiglia senza averne pronto un altro, che sia verosimilmente migliore?
Del resto, da “normali”, l’abbiamo voluta noi. Abbiamo votato come primo partito un’accozzaglia di gente, i Cinquestelle, ovviamente in tantissimi casi anche perbene, ma privi del benchè minimo orizzonte politico sensato, trascinati da un ex-comico pazzoide, che ha poi insediato un “neet” arrogante e ignorante a capo del partito, il quale oggi – girando per il mondo con gli inusitati galloni del ministro degli Esteri – costituisce un vilipendio permanente al buon nome dell’Italia, che non è un Paese di sfaccendati come lui.
Come secondo partito, c’è un Pd che non ricorda più né le sue radici sociali né il millantato mantra del buon governo con il quale ha vanamente contrastato il passo a Berlusconi per nove anni su venti, senza per questo né arrestare il declino inesorabile che il Paese ha conosciuto dal 2007 in poi né affermare in alcun modo apprezzabile i suoi principi. Corroso da rivalità interne, sderenato da un lunghissimo strascico di fallimenti.
L’opposizione, orfana di un ex-leader che naviga verso gli 84 anni ed è stanco e isolato, credeva di aver trovato un nuovo campione, Matteo Salvini, che però ha ballato una sola estate, mollando poi il colpo per ragionamenti politici ad oggi tutti perdenti, che neanche i suoi hanno capito fino in fondo e che ora, da leader dell’opposizione, sembra non riuscire ad esprimere né un contributo correttivo e integrativo della linea della maggioranza né un’alternativa politica praticabile.
Arriviamo a questa Pasqua di quarantena con l’economia a terra e una montagna di promesse vane. Piacciono solo al ministro Gualtieri, uno storico che dimostra ad ogni riga di ogni suo decreto, di non avere la più pallida idea della vita vera delle imprese e dei mercati. Imprese lasciate sul lastrico, mentre le concorrenti francesi, tedesche, inglesi, perfino svizzere, stanno già contando nei loro conti correnti i soldi pubblici affluiti per aiutarle a sostenere la crisi. Soldi che, giura Gualtieri, “arriveranno entro l’anno”, non sapendo lui – poverino, e poveri noi – che di questo passo entro l’anno il 15% delle imprese italiane arriverà, tutt’al più, con i libri in tribunale per chiedere il fallimento.  
Ieri, nell’ultima esibizione pubblica prima del ponte pasquale che ponte non è, il presidente del Consiglio ha perso le staffe, rinfacciando all’opposizione di essere opposizione – con toni che se fossero stati usati da Berlusconi avrebbero fatto scandalizzare i benpensanti – ma in realtà ha soprattutto dovuto rintuzzare ben due – due! – sgarri subiti da uno dei nemici interni, cioè proprio da Gualtieri e dal Pd: Gualtieri, che ha celebrato come un successo gli asseriti passi avanti che l’Italia avrebbe compiuto nella trattativa con l’Europa su Mes ed Eurobond, nella realtà minimi o inesistenti; e il Pd che, per bocca di un vecchio lupo di mare come Graziano Del Rio, gli ha buttato tra i piedi la mina della patrimoniale, per far capire che alla fine il conto dovrà pagarlo Pantalone, cioè la minoranza degli italiani che paga tutte le tasse. E Conte lì a dover smentire un gruppo di deputati piddini che votano per lui!
Intanto, attorno a Conte, la burocrazia di Palazzo infiltrata dai grillini di Di Maio gli fa la fronda. E lui reagisce suscitando comitati tecnici privi di potere se non quelli che dovrebbe conferirgli lui.
Già: Conte. E’ un premier isolato e senza partito, salvo quello che con relativa riservatezza sta da mesi pensando di costituire, ripercorrendo la via infausta tentata da Mario Monti con Scelta Civica. E’ comunque, Conte, l’unico che per ora si salva, se non altro per foga e impegno. Ma non gli bastano queste due doti a risolvere da solo la montagna di problemi che ha di fronte e soprattutto il problema dei problemi, una burocrazia che si può aggirare (ma non curare) solo a colpi di commissariamenti totali che lui non ha oggi la forza politica di imporre. Se Renzi non avesse spalleggiato Giuseppe Sala a fare e disfare sopra e oltre ogni burocrazia (e anche ogni procuratore), l’Expo 2015 non avrebbe mai aperto. Ma quel Renzi lì, in quella fase, aveva l’Italia ai suoi piedi.
Oggi, lo stesso Renzi guida la terza forza politica della maggioranza, Italia Viva, e fa sapere in giro che “a maggio si cambia”, ovvero che finita l’emergenza – come se il 4 maggio l’emergenza passasse davvero, e non entrasse invece, con la “fase 2”, in una nuova e delicatissima stagione – toglierà i suoi voti all’esecutivo per farlo cadere.
Tanto che proprio ieri – come annota il documentato e credibilissimo (più di tutti gli altri) Corriere della Sera – da Palazzo Chigi sono ripartite le telefonate ai “responsabili” che in queste stesse Camere dovrebbero, secondo Conte, sostituire gli eventuali defezionari.
Marginalissima la polemica sul Mes e sugli eurobond. I titoli pubblici a indistinta garanzia europea sono concreti e vicini all’Italia come lo sbarco su Marte. E il Mes, così come si profila dopo il preaccordo firmato da Gualtieri e respinto dal suo capo (!), servirebbe si e no a riparare a posteriori al danno fatto in dieci anni, almeno dal governo Monti in poi, alla sanità italiana, danno fatto di tagli scriteriati, impietosamente venuto alla luce nelle prime drammatiche settimane dei morti a ripetizione senza cure e delle residenze per anziani abbandonate a se stesse e dei medici vittime della mancanza di apparati protettivi e delle terapie intensive insufficienti, mentre le carceri scoppiano e si riempiono di malati e i ponti crollano, a conferma di un cumulo di macerie di infame gestione politica bipartisan protrattasi per almeno 25 anni.
Si può sperare solo in tre fattori.
Il primo: la resilienza degli italiani. Siamo abituati a non avere un governo. Nel nostro inno nazionale – per chi ne conosce le obsolete parole – ripetiamo ogni giorno in tutte le caserme “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Appunto. Ma poi diamo prova eccellente di noi stessi quando si tratta di inventare, lavorare, reagire, esportare, ricostruire. Sarà così anche stavolta, si tratta di capire se basterà o se la batosta si rivelerà talmente grave da lasciarci tramortiti. Ma intanto, diamoci da fare in ogni modo e lavorando. La bellissima costituzione che abbiamo – quella sì – ce lo prescrive al primo articolo. Siamo fondati sul lavoro, aggrappiamoci al lavoro.
Il secondo: la scienza. Tra prodotti a base di clorochina, antivirali come il Remdesivir o il Tocilizumab, il farmaco contro l’artrite reumatoide usato a Napoli con buoni risultati anche contro il Covid-19… un qualche cocktail farmacologico capace di imbrigliare le complicanze di questa bestiaccia e ridurne drasticamente la letalità sta venendo fuori.
Il terzo: Mattarella. il Presidente della Repubblica è stato bravo e serio e prudente, finora. Ha un profondo rispetto della Costituzione e un’idiosincrasia per gli strappi. Ma è perbene, ama l’Italia, non ha intrallazzi né smanie di potere, né referenti stranieri o lobbistici come Napolitano. Se il niente dannoso che per ora il governo sta facendo dovesse degenerare – come accadrà “salvo intese” – Mattarella interverrà. Una piccola ulteriore spallata di chiunque, voluta o casuale, e ci sarà un governo del presidente con l’unico italiano credibile a guidarlo, Mario Draghi. E magari – s’è visto già di tutto, che ci sarebbe di strano? – con Giuseppe Conte come vice. Già: ma con quali voti, in Parlamento? Gli attuali, ma su un programma d’emergenza vera, dettato dal Colle e da Draghi, e un orizzonte di due anni. Oppure, anche le elezioni anticipate. Un esecutivo elettorale non riuscirebbe a far peggio di questo. E soprattutto, tornando alle urne, noi elettori non riusciremmo a far peggio di quel che abbiamo fatto tre anni fa.
In un contesto del genere, cosa c’è di più giusto e importante che non farci gli auguri? Auguri!