Barbara Cortese, Segretario Generale di Assoholding

Quanti “giganti dai piedi di argilla” sono destinati a soccombere alla prova con la complessità dei mercati? Eppure gli strumenti il nostro ordinamento li possiede. Uno fra tutti: la holding. «La holding è un modello di organizzazione aziendale e pianificazione patrimoniale molto duttile: sostanzialmente integra una struttura di “direzione e coordinamento” delle società operative», spiega a Economy Barbara Cortese, segretario generale di Assoholding, l’associazione di categoria che rappresenta oltre 15mila holding in Italia, tra grandi multinazionali come Campari, Cocacola, Ferrero, Bulgari, Illy e la miriade di Pmi sul territorio. Delle quali, ricorda Cortese, l’85% sono imprese familiari: «Mediante la holding la famiglia che detiene la proprietà di più società può attuare una politica unitaria definendo una strategia di gruppo condivisa e razionalizzando la gestione e i risultati aziendali. La holding mediante contratti di cash pooling può svolge funzioni di “tesoreria accentrata” finanziando secondo le necessità le società operative del gruppo, consentendo di blindare gli immobili o gli intangible di notevole valore (marchi, brevetti, privative, ecc.), evitando che siano coinvolti nelle vicende delle controllate, esposte ai rischi di mercato». Senza contare che è uno degli strumenti migliori per diversificare il business e per gestire adeguatamente la delicata fase del passaggio generazionale.

Ma è un nuovo modello di holding quello che Barbara Cortese ha concepito e sta lanciando: la holding Pir benefit. «È un modello che ho verificato sia sotto il profilo normativo, sollecitando la circolare dell’agenzia delle Entrate 19/E del 21 dicembre 2021, che ha recepito le nostre osservazioni sull’holding Pir, sia sotto il profilo operativo: la stiamo costituendo come partecipata da soggetti che fanno capo ad Assoholding… un po’ come palestra per poi spiegarne i risvolti operativi. È qualcosa di innovativo, perché lega i temi della strutturazione aziendale e della pianificazione patrimoniale con la sostenibilità».

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto essere “Pir compliant” per una holding significa «diventare uno strumento per veicolare i Piani individuali di risparmio», spiega Barbara Cortese: «invece di investire nel Pir si può investire direttamente nella holding che andrà poi a veicolare il piano di investimento. I benefici fiscali rimangono i medesimi dell’investimento in un Pir, ma senza l’obbligo di manterenere fermo l’investimento per cinque anni». A una condizione: «deve essere una holding pura» e dunque limitarsi all’attività di detenzione di partecipazioni. Non si tratta in sostanza di un fondo comune di investimento, né di una holding di famiglia ma di un gruppo di investimento che attraverso decisioni congiunte effettua investimenti rilevanti nei Pir con la conseguenza di poter impiegare in maniera più proficua l’enorme mole di risparmio dei privati. Si tratta di una forma di pianificazione patrimoniale sostenibile che assume un ruolo strategico per il trasferimento delle risorse economiche verso l’economia reale, con considerevoli ricadute sia in termini occupazionali che di sviluppo sostenibile per le Pmi», sottolinea il segretario generale di Assoholding.

Se poi la holding si costituisce come società benefit, il cerchio si chiude: «Le holding Pir benefit anticipano, recependo di fatto i principi, affermati nella bozza di direttiva sulla corporate sustainabiliy due diligence del 23 febbraio scorso, circa l’integrazione della sostenibilità nella governance aziendale e nei sistemi di gestione e dell’inquadramento delle decisioni aziendali in termini di diritti umani, clima e impatto ambientale, così come in termini di resilienza dell’azienda nel lungo termine», conclude Cortese. «Sono innumerevoli i benefici che ne derivano tra cui, a titolo esemplificativo, la possibilità di favorire una filiera sostenibile, un aumento del supporto da parte dei propri stakeholder, maggiori facilitazioni nelle aggregazioni d’impresa e, soprattutto, un imponente miglioramento della propria immagine e della brand reputation».