Europa
PARLAMENTO EUROPEO

Quelle che si profilano per la prossima estate in Europa saranno le elezioni più pazze di sempre. I circa 400 milioni di elettori che tra il 6 e il 9 giugno prossimo saranno chiamati alle urne per rinnovare il Parlamento di Strasburgo non avranno di fronte le scelte vere, e di terribile rilevanza, che si pongono sul nostro futuro, ma soprattutto vuote chiacchiere programmatiche incapaci di affrontare il vero, gigantesco nodo di tutti i nostri problemi: la mancanza di risorse finanziarie per risolverli.

LEGGI ANCHE: Dopo le dichiarazioni di Trump l’Europa si appella alla Nato

Lo denuncia a chiare lettere uno studio commissionato dal gruppo parlamentare dei Verdi al Parlamento Europeo a un famoso think tank francese, il Rousseau Institute, sui costi della transizione energetica. Uno studio opportunamente rilanciato da Antonio Gozzi, presidente operativo del colosso siderurgico Duferco e candidato alle prossime elezioni per il vertice della Confindustria, sul sito Piazzalevante.it.

Quanto costa la transizione energetica e quanto può spendere l’UE

In sostanza, lo studio rileva che i costi della transizione energetica, secondo i piani enunciati dalle stesse istituzioni europee, ammonterebbero da oggi al 2050 a 40.000 miliardi di euro, e cioè a 1.520 miliardi l’anno, pari al 10% del Pil europeo. Una cifra oggi sideralmente lontana dalle risorse messe a disposizione dai bilanci di previsione sia dell’Unione che degli Stati membri. Per avvicinarsi a questa colossale somma, sarebbe necessario un gravosissimo ricorso a ulteriori fondi pubblici. Ma questa prospettiva è resa impossibile dalle regole fiscali europee stabilite nel nuovo Patto di stabilità.

Va dato atto al governo Meloni di aver guidato lo sparuto gruppo di Stati membri che chiedevano di non conteggiare nel deficit le spese sostenute da tutti per la transizione energetica, ma la proposta non è passata anzi, diciamolo: non è stata praticamente nemmeno presa in considerazione. Quindi, il Green Deal fortemente voluto dalla Commissione Europea a chiacchiere! – è stato affossato dalle regole di austerità imposte all’Europa dalla stessa Commissione su ordine della solita Germania, e dai suoi stati-sudditi.

Il Rousseau Institute calcola che quasi tre quarti degli investimenti per la neutralità climatica provengano dai governi. O non provengono da nessun altro! E quindi o si riscrive il Patto o non si fa il Green Deal così com’è stato approvato. Salvo riscriverlo all’acqua di rose, dopo aver fatto la morale al mondo – dagli Usa alla Cina – per essere incalliti e recidivi inquinatori.

Chi paga il green deal in Europa

Ma vediamo con qualche esempio perché senza soldi pubblici… addio Green Deal.

L’idrogeno verde sarebbe essenziale per la decarbonizzazione dei trasporti e delle industrie energivore, ma oggi costa il triplo del metano. E chi paga?

Coibentare le abitazioni per renderle energeticamente neutre costerebbe solo per l’Italia 600 miliardi di euro, il quintuplo dell’esecrato 110%. Acciaio, chimica, cemento, carta, vetro, ceramica: sono industrie che divorano energia e vomitano CO2, o se ne finanzia la conversione a fonti energetiche non inquinanti – le rinnovabili, l’idrogeno verde e tra una quindicina d’anni il nucleare sicuro – o per disinquinare vanno chiuse: è mai possibile?

Insomma: l’ipocrisia di questa classucola politica che inquina la Commissione europea è impressionante. E nessuno ne parla. I trattoristi che hanno assediato Palazzo Brogniart, a Bruxelles, ottenendo qualche contentino sui pesticidi non vanno oltre nelle loro rumorose richieste. Ma in un’Europa democratica dovrebbero essere centinaia le categorie economiche a reclamare un bagno di realtà dalle autorità e la cancellazione della demenziale austerity voluta da una Germania che ancora dipende dal carbone e ha ampiamente dimostrato di non aver nulla da insegnare a nessuno né in materia energetica né in campo generalmente economico.