L’Europa ha scelto, da tempo, la via della regolazione come strumento di leadership internazionale. Con il GDPR, nel 2018, ha imposto al mondo un modello di protezione dei dati personali che è stato replicato o imitato in decine di Paesi. Con l’AI Act, entrato in vigore nel 2025, ha tentato di fare lo stesso con l’intelligenza artificiale. Ma oggi, la convivenza tra questi due pilastri normativi solleva un interrogativo cruciale: quanto costa all’economia europea un sistema di regole non perfettamente armonizzato?

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Riutilizzo delle informazioni

Il nodo centrale è il riutilizzo delle informazioni. Il GDPR impone un principio restrittivo: i dati possono essere trattati solo per finalità chiaramente esplicitate e accettate dall’utente. Al contrario, il Data Act e il Data Governance Act promuovono con forza la condivisione e il riuso, fino a prospettare un vero mercato dei dati. Questa dicotomia non è solo giuridica, ma economica. In termini di investimento, un’impresa che intende sviluppare sistemi di intelligenza artificiale deve oggi calcolare un doppio rischio: da un lato quello di violare i limiti del GDPR, dall’altro quello di non sfruttare appieno gli incentivi del Data Act. L’esito è una perdita di efficienza allocativa, con aziende che rinviano o riducono gli investimenti in innovazione per mancanza di certezza giuridica.

L’economia dei dati nell’Ue

Secondo le stime riportate da Il Sole 24 Ore, l’economia dei dati nell’Ue vale oggi 829 miliardi di euro, il 175% in più rispetto al 2018. È un dato straordinario, che conferma come l’informazione sia divenuta la nuova materia prima dell’economia. Tuttavia, la stessa fonte ricorda che nel 2024 la Commissione ha inflitto 24 milioni di euro di sanzioni a OpenAI per utilizzo scorretto dei dati personali. Se si mette a confronto l’entità delle sanzioni con il valore complessivo del mercato, appare evidente una contraddizione: il regime normativo europeo vuole incentivare la circolazione dei dati, ma nello stesso tempo colpisce con penalizzazioni che, per quanto simboliche, rischiano di scoraggiare proprio gli investimenti più innovativi.

La sovrapposizione delle regole

Il problema non è la severità delle regole, ma la loro sovrapposizione non coordinata. Mario Draghi, nel Rapporto sulla competitività europea, ha parlato di una “babele normativa”, con oltre 100 atti digitali e più di 270 direttive nazionali che si incastrano in modo disomogeneo. La frammentazione normativa si traduce in aumento dei costi di compliance, in rallentamento dell’innovazione e in un concreto rischio di arbitraggio regolatorio. Le aziende devono destinare risorse crescenti a consulenze legali e audit interni, sottraendole a ricerca e sviluppo; i progetti di intelligenza artificiale più avanzati vengono spesso rinviati in attesa di chiarimenti; le multinazionali, infine, sono spinte a spostare investimenti verso aree geografiche con regole più chiare o più flessibili.

La regolazione come strumento di tutela

Il vero nodo è che in Europa la regolazione è stata concepita più come strumento di tutela che come politica industriale. Ma nell’economia dei dati tutela e sviluppo non possono viaggiare separati. Una disciplina che non riesce a bilanciare protezione dei diritti e spinta alla competitività rischia di tradursi in un boomerang: più regole non significano automaticamente più sicurezza, ma possono equivalere a meno innovazione.