Elon Musk

La Francia maestra di vita. Grama, in questo caso. Spieghiamoci. Quelli della mia generazione sono cresciuti nutrendosi di letteratura francese, di filosofia francese e – perché no – di canzoni francesi. E abbiamo girato il mondo con nella borsa quel riassunto icastico della Rivoluzione francese che è la trinomia “liberté, egalité, fraternité”. Cose in cui crediamo e crederemo sempre, anche se in questo momento questi valori ci appaiono un po’ appannati dalle parole d’ordine dei gilet gialli, dalla ribellione delle banlieue diventate estranee alla Francia dei Camus, dei De Gaulle e – perché no – di Aznavour.

Ma in questo quadro nessuno in Francia ha oggi l’autorità per dire “la ricreazione è finita”, come fece De Gaulle nel ’68. E lo vediamo dal risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Al momento in cui scriviamo, il secondo turno non si è ancora celebrato e possiamo solo sperare che confermi quanto prospettano i sondaggi, cioè la vittoria di Macron, sia pure non travolgente. Ma i risultati del primo turno restano comunque sorprendenti, se non per i numeri, per l’informazione chiarissima che quei numeri ci forniscono e che cioè non ci sono più i grandi partiti di massa. Il voto è ormai un fatto individuale, si votano i leader, le persone, anzi i personaggi, non un’ideologia né una qualsiasi prospettiva di valori che orienteranno l’azione politica.

Anche Macron, forse il leader più simile ai vari Chirac, Mitterrand, Pompidou, appare privo di valori ideologici, di un sistema di valori organizzati. Appare solo come il rappresentante  degli interessi di una borghesia allargata, aumentata, che vorrebbe soddisfare tutti e quindi fatica ad essere credibile. La sua avversaria principale, Marine Le Pen, è una sommatoria di egoismi nazionali e locali, tanto vocianti quanto indifferenziati. I defunti partiti socialista e comunista – pensate cos’è stato il Pcf – sono sciolti nella retorica di Jean-Luc Mélenchon, sono diventati un discorso, capace di affascinare forse una gioventù immatura e impaurita, lo vediamo dal secondo ‘68, dai movimenti studenteschi di questi giorni, dalle marce alla Sorbonne, e vedremo se poi qualcuno di questo gruppo di inadeguati eredi della grande tradizione politica francese ridotta a lotta tra due galli avrà il coraggio di bocciarli tutti per manifesta idiozia. Vive la Repubblique, vive la Francia!

E l’Italia? E in Italia che facciamo, con simili confronti Oltralpe? Dobbiamo accontentarci dei sondaggi! Forse l’attuale Parlamento, nutrito di vertiginosi cambiamenti di gabbana, scissioni, raggruppamenti, disaggregazioni, non riflette il Paese attuale.

Ma pensare alle prossime elezioni, aiutati appunto dai sondaggi, ci deve spaventare e infatti ci spaventiamo. Perché sappiamo di correre il rischio che dalle prossime politiche uscirà un Parlamento ancora peggiore che rifletterà sì il Paese, ma un Paese inaccettabile. Del quale possiamo essere appunto solo spaventati.

Se guardiamo i numeri di oggi come appunto ce li restituiscono i sondaggi, il primo partito italiano – che ci piaccia o no – è il partito fascista, al quale si può sommare la Lega che non ha mai avuto una sua vera ideologia, salvo forse il localismo del professor Miglio, fautore di una società corporativa e federale, l’Europa dei comuni e non delle nazioni.

Se guardiamo oltre abbiamo un partito personale, Forza Italia, molto ridimensionato; e un partito-non-partito, il Movimento Cinquestelle, la cui ideologia è il pensiero di un comico, sdoganatore di parolacce, più una costellazione di gruppetti di persone sorprendentemente incolte e in cerca di un’etichetta. Poi, se volete, troviamo un’esplosione di frammenti della vecchia sinistra e un unico partito o similpartito, il Pd, tanto indifferenziato che non si può non essere d’accordo con gli orientamenti del suo leader, ma globalmente incapace di diventare una maggioranza.

In conclusione, siamo prevalentemente un Paese fascista, cosa tristemente e paradossalmente confermata dalla stessa popolarità di un  personaggio ammirevole come Mario Draghi, lontano ovviamente da questa ridda di scalmanati politici, però capo di un governo non eletto, e sufficientemente energico da piacere a tutti i variegati nostalgici del regime.

Questo è il motivo per cui le prossime elezioni ci spaventano, perché rifletteranno un Paese che non merita Draghi e dobbiamo solo sperare che la maggioranza del Paese non pensi che Salvini possa gestire i problemi che emergeranno, perché emergeranno, dalla pandemia e dalla guerra, e che avremo la forza di ribellarci in nome dell’intelligenza, della cultura, della giustizia e – perché no – del buon senso.

Anche in Italia, in forma diversa, se vogliamo “essere franchi”, la scomparsa dei partiti come strutture di selezione e formazione della classe dirigente che deve orientare la soluzione dei problemi che il Paese si trova ad affrontare volta per volta si è consumata e non è mai stata recuperata.

In Italia come in Francia questo ruolo formativo e selettivo dei partiti è cessato e si è instaurato un pseudo-rapporto diretto tra la persona eletta e i suoi elettori, i quali credono di partecipare alla gestione del Paese solo perché possono esprimere qualsiasi cosa gli passa per la testa su una piattaforma social affollata di persone qualunque. Dove poi c’è qualcuno che fa il riassunto di queste chiacchiere e le rilancia in tv, in streaming, sui social, e ogni chiacchiera si moltiplica, si confronta e si uccide, elidendosi a vicenda. Per cui nell’insieme queste chiacchiere costituiscono un rumore di fondo assordante, inconcludente, insignificante e nell’insieme preoccupante.

Questa confusione è diventata così evidente che forse lo stesso sistema socio-economico e tecnologico produrrà una reazione, percepirà il grido di dolore che inizia a sollevarsi da chi rimpiange una democrazia più autentica. E forse un primo segnale di questa reazione lo abbiamo visto con l’offerta d’acquisto di Elon Musk su Twitter e l’opposizione che ha suscitato, perché gli americani come gli italiani non capiscono ancora che c’è bisogno di un cambiamento profondo, ma forse Musk ha in testa una qualche trasformazione fondamentale da tentare partendo da un social di seconda fila dal punto di vista dei numeri numeri, ma di prima categoria quanto ai contenuti e agli orientamenti.