Due o tre generazioni non bastano per dimenticare. Forse è così che si spiega la tenace resistenza degli ucraini e il coraggio del loro presidente Zalensky che solo dalle nostre parti – negli editoriali di Antonio Padellaro sull’house organ dei Cinque Stelle, il Fatto Quotidiano, e in certe sconclusionate e agghiaccianti interventi dello storico ufficiale dello stalinismo all’italiana, Luciano Canfora – può essere scambiato per un fastidioso e petulante guerrafondaio vista l’insistenza con cui chiede all’Europa e all’Occidente di fare di più, molto di più, per proteggere la democrazia di un Paese che, proprio per questo, rappresenta la più seria minaccia alla dittatura putiniana.

La carestia in Ucraina che sterminò i kulaki

Oggi migliaia di ucraini, soprattutto donne e bambini, muoiono sotto le bombe termo-bariche del Cremlino e milioni di profughi (che per il nostro coltissimo Canfora sono appena dei “passanti” scampati alle stragi) si rifugiano in Europa. Meno di un secolo fa, tra il 1932 e il 1933, quattro milioni di ucraini morirono di fame per la carestiascientificamente provocata da Stalin con l’obiettivo di distruggere, sterminare, tutto il ceto dei piccoli e medi proprietari terrieri, l’asse portante della società ucraina, i cosiddetti “kulaki” in lingua russa, considerati nemici della rivoluzione bolscevica e dei piani di industrializzazione forzata del comunismo.

Quattro milioni su sette sterminati in tutta l’Unione Sovietica: 245mila nella regione di Tchernihiv, a nord di Kiev; un milione nella regione della capitale; 545mila nella regione di Vinnytsia a sud ovest; un altro milione di morti nella regione di Karkhiv, oggi sotto i bombardamenti dell’Armata Rossa; 68mila nella confinante Moldavia (che oggi scruta con ansia gli sviluppi della cosiddetta “operazione militare speciale” iniziata il 24 febbraio nei territori del vicino); 326mila nell’area di Odessa, a ovest e finora relativamente risparmiata dai massacri; 368mila a sud est, nell’area di Dnipropetrovsk sul mar d’Azov;e altri 230mila morti nel Donetsk, oggi la repubblica secessionista che vuole stare con gli invasori.

L’Holodomor di Stalin come l’invasione di Putin?

Forse è tutta qui, nell’agghiacciante contabilità dell’Holodomor, la Shoah ucraina(letteralmente Holodomor vuol dire in ucraino “morte per carestia”) che nel 2003 l’Onu ha inserito nel drammatico elenco dei genocidi perpetrati nel ‘900 e che gli ucraini ricordano ogni anno il quarto sabato di novembre; forse è tutta qui, dicevo, la spiegazione della resistenza di un popolo che non vuole piegarsi al nuovo Stalin del Cremlino (come l’ha appena soprannominato l’Economist nella sua ultima copertina).

Basta leggere i resoconti di guerra di oggi e metterli a confronto con la ricostruzione storica dell’Holomodor, del genocidio staliniano degli anni ’32-’33 fatta con autentica partecipazione da uno storico francese, Jean-Louis Panné, coautore con Stéphane Courtois e François Furet dell’ormai ben noto “Libro nero del comunismo”, editore Mondadori, e con la cronaca di quell’eccidio ricostruita con scrupolo da storico dalla giornalista americana Anne Applebaum, editorialista del Washington Post, in un altro libro da rileggere in questi giorni, “La grande carestia rossa” anche questo edito da Mondadori (Le Scie, 2019); ecco, basta mettere a confronto i fatti di ieri e i fatti di oggi per capire la partita che si sta giocando tra la Russia di Putin e l’Ucraina di Zelensky, tra il nuovo zar che piace al professor Canfora e il giovane presidente che, come tutti i giovani ucraini, sogna l’Occidente e le libertà democratiche (“Perché noi siamo come voi, aiutateci” ha ancora ripetuto in collegamento con la piazza di Firenze).

Contadini fatti morire con l’arma della fame

 Meno di un secolo fa, la distanza di due-tre generazioni, Stalin si convinse che solo una “certaine famine artificiellement organisée”, una carestia scientificamente organizzata e applicata con i metodi del terrore, come scrive lo storico francese Furet, citato prima, in un altro saggio fondamentale per capire la storia del comunismo, “Il passato di un’illusione”, poteva piegare la base sociale dell’Ucraina dell’epoca (ma anche di oggi), la proprietà contadina.

Bisognava distruggere “par l’arme de la faime la résistance des paysans ukraniens” (cito ancora Furet, che è stato – giova ricordarlo – uno dei maggiori storici della Rivoluzione francese) e per questo Stalin non esitò a chiudere tutta l’Ucraina nella morsa micidiale delle guardie armate dell’Nkdv, la più fanatica milizia bolscevica guidata dai commissari del popolo, che distrussero i raccolti, massacrarono e deportarono intere famiglie (il risultato è stato di quattro milioni di morti, come s’è detto), sequestrarono e bruciarono migliaia di piccole e medie aziende agricole.

L’obiettivo, come aveva anticipato la Pravda nell’edizione del 22 gennaio del 1930, era quello di “distruggere la base sociale del nazionalismo ucraino”. Con tutti i mezzi. Per esempio, distruggendo sistematicamente i forni per fare il pane (lo imponeva la legge sovietica del 7 agosto 1932), condannando a dieci anni di carcere e alla deportazione chi veniva sorpreso a rubare dai depositi di grano ammassato dai commissari del popolo dell’Nkdv.

La legge del 1932 ha causato 150mila morti al giorno, 200mila deportati nei gulag, 5mila fucilazioni stando alla terribile contabilità del giurista polacco Raphael Lemkin, l’avvocato che ha gettato le basi del diritto internazionale da cui è nato il processo di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti e che ha inventato il termine “genocidio”.

Gli ucraini e quel genocidio dimenticato

Ma il fatto più agghiacciante è che nessuno in Occidente si accorse, allora, del genocidio degli ucraini. Lo racconta con commozione la regista polacca Agnieszka Holland nel suo ultimo film, “L’ombra di Stalin” (2020, selezionato alla Berlinale), il cui protagonista, un giovane giornalista scozzese, arrivato a Mosca affascinato dal progetto di modernizzazione staliniano, viene a sapere per caso del massacro degli ucraini e allora corre a Kiev dove assiste ai massacri.

Peccato che quando torna a Londra non trova un giornale disposto a pubblicare i suoi reportage. Non gli crede nessuno (tranne lo scrittore George Orwell che poi si ispirerà ai suoi racconti per descrivere la dittatura staliniana nella “Fattoria degli animali”).

Non ci crede neanche il presidente dell’Assemblea nazionale francese, il radical-socialista Edouard Herriot, citato anche da Carlo Levi nel “Cristo s’è fermato a Eboli”, che nel 1932 si fa accompagnare dalla polizia staliniana per visitare l’Ucraina e al suo ritorno che fa? Dichiara che la carestia in Ucraina una “fable”, una favola della propaganda capitalista.

Ora, avete capito perché Mosca e il nuovo Stalin del Cremlino hanno così tanti amici in Occidente e perché è così difficile aiutare realmente un popolo che, meno di un secolo fa, è stato vittima di un genocidio comunista?