DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Un presidente capace con una dichiarazione sui dazi, una decisione industriale o una scelta geopolitica di modificare le aspettative degli investitori. E, contemporaneamente, un patrimonio finanziario sul quale vengono registrate migliaia di compravendite. È questa sovrapposizione a riportare Donald Trump al centro del dibattito americano sui rapporti tra politica e Wall Street: nei primi 17 mesi della nuova presidenza, fino a giugno, sui suoi conti sarebbero state effettuate circa 28.700 operazioni azionarie.

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Il portafoglio presidenziale corre più del Congresso

Il confronto rende immediatamente la dimensione del fenomeno. Nello stesso arco temporale, deputati e senatori americani avrebbero dichiarato complessivamente circa 22.200 transazioni: 19.400 riconducibili alla Camera e 2.900 al Senato. Il portafoglio del presidente avrebbe quindi registrato, da solo, oltre seimila operazioni in più rispetto all’intero Congresso degli Stati Uniti. La frequenza è altrettanto significativa: si tratta mediamente di circa 80 operazioni al giorno. Bloomberg aveva già documentato a luglio che la disclosure finanziaria di Trump riportava circa 21 mila operazioni effettuate nel solo 2025. Il numero delle transazioni, va precisato, non permette però di stabilire che sia stato il presidente a ordinare personalmente acquisti e vendite.

Democratici alla Camera, repubblicani al Senato

L’attività di investimento rimane intensa anche a Capitol Hill. Alla Camera circa il 65,4% delle compravendite dichiarate sarebbe riconducibile a esponenti democratici, mentre al Senato il rapporto si rovescia, con il 68,5% riferito a esponenti repubblicani. Tra i deputati più attivi vengono indicati il democratico Ro Khanna e il repubblicano Michael McCaul. Sono numeri che alimentano un confronto già aperto negli Stati Uniti sull’opportunità di consentire ai rappresentanti delle istituzioni di acquistare e vendere singoli titoli mentre esercitano funzioni pubbliche. Il tema riguarda il potenziale conflitto di interessi generato dall’accesso a informazioni non disponibili al mercato e dalla capacità delle decisioni politiche di incidere sulle quotazioni. Il numero delle transazioni, da solo, non dimostra tuttavia l’utilizzo di informazioni privilegiate.

La stretta sul trading dei parlamentari e l’eccezione presidenziale

Il dibattito è diventato anche legislativo. Alla Camera è avanzata una proposta per limitare la compravendita di singole azioni da parte dei membri del Congresso. Trump si è dichiarato favorevole a una stretta sul trading dei parlamentari, presentandola come una misura contro possibili abusi legati alle informazioni acquisite nell’esercizio delle funzioni pubbliche. La questione politicamente più delicata riguarda però il perimetro delle restrizioni, la misura discussa al Congresso non comprenderebbe il presidente. Trump ha inoltre espresso contrarietà all’estensione di analoghi vincoli alla Casa Bianca. Ne deriva un’asimmetria che ha riportato in primo piano il tema delle regole applicabili agli investimenti finanziari dei vertici delle istituzioni americane.

La Casa Bianca: investimenti affidati a gestori indipendenti

La posizione dell’amministrazione introduce una distinzione essenziale. I portavoce della Casa Bianca sostengono che il patrimonio finanziario di Trump venga amministrato da gestori terzi e indipendenti e che né il presidente né i componenti della sua famiglia intervengano nelle singole decisioni di investimento. Non è quindi corretto equiparare automaticamente le 28.700 transazioni a 28.700 ordini impartiti personalmente da Trump. Resta però aperto il tema della separazione tra potere pubblico e patrimonio privato. Le decisioni di un presidente possono avere conseguenze sui tassi, sui commerci internazionali, sulle aziende e sulle prospettive di interi settori. È questa coincidenza, più ancora del numero record di operazioni, ad alimentare negli Stati Uniti la discussione sulle regole necessarie per mantenere una distanza riconoscibile tra Casa Bianca e Wall Street.