Miranda (ExportUsa):
Joe Biden, Presidente degli Stati Uniti d'America

Rozzo, aggressivo, insopportabilmente guascone, francamente cafone, chiacchierato ed equivoco per tutti i suoi comportamenti, privati, pubblici e imprenditoriali, razzista: non si potrà rimpiangere un presidente come Donald Trump, che una persona prudente ed equilibrata come Enrico Letta – per citare un italiano serio – non ha esitato a definire “il peggior presidente della storia degli Stati Uniti”.
E però. E però, non rileva tanto la conta delle cose buone che sono successe in America sotto la sua presidenza, perché è innegabile che ne siano successe: forse, sarebbero successe lo stesso anche se alla Casa Bianca ci fosse andata la Clinton.
Quel che rileva nel calcolo dei pro e dei contro dell’avvento di Joe Biden sulla poltrona politica più importante del mondo è che quel Biden non è. Non è un uomo nuovo, non è un uomo cristallino, non è un leader convincente, non è chiaro nei programmi, nelle alleanze, a volte neanche nei discorsi e negli atteggiamenti. Che i democratici americani abbiano saputo esprimere come sfidante di Trump nella competizione forse più delicata degli ultimi quarant’anni soltanto un personaggio del genere, così debole e incolore, è sconcertante.
Non ha vinto Biden, è Trump che ha perso. E che abbia perso di misura, e non sonoramente come blateravano, nell’ennesima confusione mentale, quasi tutti i sondaggi, è la riprova del fatto che le radici di Trump e del trumpismo in America sono profonde, quelle di Biden cortissime, quelle dei democratici non pervenute.
Il partito progressista al quale guardano i movimenti politici omologhi in tutti i Paesi occidentali è apparso negli ultimi quattro anni confuso e indeciso. Ha bruciato una candidata credibile come Liza Warren, ha cestinato l’aggressivo ma affascinante Bernie Sanders, non ha mai preso sul serio la giovanissima e aggressiva Ocasio Cortez… E si è arroccato nel solito birignao da East Cost metropolitana, in un perbenismo conformista dolciastro e inconcludente, da film di Woody Allen ma senza autoironia, che scambia i diritti sociali per i diritti civili, si mobilita affinchè le toilette nei luoghi pubblici abbiano rigorosamente gli spazi riservati agli “altri sessi” ma non chiude il dramma dell’assistenza sanitaria classista alla quale l’Obamacare aveva fatto si e no il solletico, non risolve il dramma delle disuguaglianze abissali della società americana, non riattiva un ascensore sociale ormai arrugginito.
Non si poteva essere trumpiani, ma non si può essere acriticamente per Biden. Chiunque meglio di Trump ok, ma il domani democratico è una maceria tutta da ricostruire. Per ora c’è solo da sperare nell’opaco “deep state” americano, quello che – destra o sinistra, repubblicani o democratici – fa andare avanti sempre e comunque quella locomotiva da soldi che sono gli States e che, bene o male, ci traina tutti.
Due tra le tante le sfide su cui Biden sarà chiamato dalla storia a misurarsi: i rapporti con la Cina, gestibili forse con guanti più morbidi ma senza cedimenti a un regime dittatoriale e paraschiavista che va arginato in un espansionismo terrificante finora impunito e vincente; e la lotta contro i tech-giant, che il partito democratico al Congresso ha finalmente incardinato nella sede propria, quella dell’antitrust, superando le ambiguità di Obama che con i colossi del tech c’è andato a nozze fino a dar l’impressione di essersi prostituito ad essi e che per il bene della democrazia mondiale vanno rimessi a cuccia.