Doppia battuta d’arresto per l’amministrazione di Donald Trump sul fronte delle nuove restrizioni. La Corte suprema degli Stati Uniti ha respinto le limitazioni al voto per corrispondenza volute dal presidente, mentre un giudice federale ha fermato una norma che avrebbe ridotto la durata dei soggiorni negli Usa per studenti, ricercatori e giornalisti stranieri. Due decisioni che intervengono su temi diversi, ma che segnano un nuovo confronto tra la Casa Bianca e la magistratura federale.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Sul voto postale, la Corte suprema ha mantenuto il blocco imposto dai tribunali inferiori alla procedura elaborata dall’amministrazione Trump. Il provvedimento avrebbe obbligato gli Stati a predisporre elenchi degli elettori destinati a ricevere la scheda per posta. Secondo il massimo tribunale americano, è improbabile che l’amministrazione riesca a dimostrare la fondatezza della propria posizione nel merito. La decisione è arrivata con il dissenso di due giudici conservatori, Samuel Alito e Clarence Thomas, che si sono schierati contro la maggioranza.

Voto per corrispondenza, perché Trump è stato fermato

L’amministrazione aveva presentato la modifica come un intervento circoscritto sulle procedure postali, sostenendo che fosse necessario per contrastare il rischio di frodi elettorali.

I tribunali che avevano già bloccato la misura avevano però espresso una valutazione molto più severa. Secondo i giudici, l’iniziativa avrebbe attribuito al governo federale competenze non previste dalla Costituzione, intervenendo su una materia nella quale gli Stati conservano un ruolo centrale.

A pesare sulla decisione c’erano inoltre dubbi sulla capacità del Servizio postale statunitense di gestire concretamente il nuovo sistema. La Corte suprema, con la sua decisione, ha quindi lasciato in vigore il blocco della procedura.

Stop alla stretta sui visti per studenti e giornalisti

Il secondo fronte riguarda invece l’immigrazione e, in particolare, l’accesso degli stranieri al sistema universitario e della ricerca americano. Il giudice distrettuale F. Dennis Saylor, a Boston, ha sospeso una nuova normativa dell’amministrazione Trump destinata a modificare la durata dei soggiorni consentiti a diverse categorie di cittadini stranieri.

La decisione è arrivata a ridosso dell’entrata in vigore della misura, dopo il ricorso presentato da una coalizione di sindacati e organizzazioni legate al mondo universitario.

Il provvedimento contestato avrebbe introdotto un limite massimo di quattro anni per i visti F, utilizzati dagli studenti internazionali, e per i visti J, destinati ai partecipanti ai programmi di scambio. Per i giornalisti stranieri titolari di visto I sarebbe stato invece previsto un limite di 240 giorni.

Il giudice Saylor ha definito particolarmente deboli le motivazioni alla base della modifica, sottolineando come il sistema precedente fosse rimasto in vigore per quasi mezzo secolo e avesse consentito a decine di milioni di studenti e ricercatori stranieri di studiare e lavorare negli Stati Uniti.

Università e ricerca, il rischio per l’economia Usa

La questione dei visti non riguarda soltanto l’immigrazione. Dietro la battaglia giudiziaria c’è infatti anche un tema economico: la capacità degli Stati Uniti di attrarre studenti, ricercatori e professionisti dall’estero.

Attualmente circa 1,6 milioni di persone possiedono un visto F, mentre altre 500mila circa hanno un visto J. Una parte consistente di questi flussi riguarda le università e i centri di ricerca americani, che da decenni rappresentano un punto di riferimento internazionale per la formazione e l’innovazione.

Il giudice Saylor ha sottolineato proprio il contributo prodotto da questo sistema nel tempo, richiamando gli effetti sulla ricerca scientifica, medica e tecnologica e sulla crescita economica.

Il peso degli studenti stranieri è particolarmente evidente nei grandi atenei americani. Università come MIT e Harvard fanno infatti affidamento su una presenza significativa di studenti internazionali, soprattutto nei percorsi post-laurea.

Due decisioni che frenano l’agenda di Trump

Le due sentenze intervengono su ambiti differenti, ma hanno un elemento comune: entrambe limitano l’attuazione di iniziative fortemente volute dall’amministrazione Trump.

Da una parte c’è il tentativo di intervenire sulle regole del voto per corrispondenza in nome della lotta alle presunte frodi elettorali; dall’altra una revisione delle regole sui soggiorni degli stranieri che avrebbe potuto incidere sul sistema universitario e della ricerca.