VLADIMIR PUTIN PAPA FRANCESCO JORGE MARIO BERGOGLIO

Chi se lo ricorda? Nel 2015, solo un anno dopo la rivoluzione arancione e l’eccidio di piazza Maydan, Kiev, mentre russi e ucraini si massacravano – anche allora – nelle pianure del Donbass (nella disattenzione dell’Occidente), papa Francesco (pontefice dal 2013) fece un appello al cessate il fuoco, a fermare quella che era “una guerra tra cristiani”.

Non è una guerra di religione

Naturalmente non se ne fece niente – come in questi giorni in cui tutti gli appelli internazionali e il lavoro diplomatico di mezzo mondo, Italia compresa con il suo piano di pace un po’ abborracciato cadono nel vuoto e l’armata di Mosca conquista nuove posizioni proprio nel Donbass e Putin comincia a sognare la capitolazione di Kiev – non se ne fece niente, ma quella espressione “guerra tra cristiani” accese qualche speranza da un lato (una mediazione vaticana?),  ma dall’altro fece storcere il naso a tanti cristiani – cattolici e ortodossi – i quali si aspettavano una condanna senza appello, inequivocabile delle responsabilità del Cremlino.

Sì, quella era una “guerra tra cristiani” ma non era una guerra di religione né allora né oggi che Papa Francesco non ha nessun timore a definire l’Ucraina “un paese martire vittima di un atto barbaro e sacrilego”, definizione perfetta dell’invasione del 24 febbraio.

Da che parte sta il Pontefice?

Attenzione, però, leggiamo il seguito. Quell’ “atto barbaro e sacrilego” forse ha un responsabile: sarebbe stato in qualche modo provocato dalla Nato che “ha lasciato liberi i suoi cani di abbaiare ai confini della Russia”. Sono anche queste parole del Papa pronunciate durante una delle solite udienze generali del mercoledì.

Guerra tra cristiani, cagnara della Nato ai confini dell’impero putiniano…Ma da che parte sta il Pontefice? cominciano a chiedersi molti intellettuali e studiosi di geopolitica di formazione cattolica che scrutano (e provano a interpretare) le mosse della diplomazia vaticana.

Qualcuno apre anche una polemica pubblica (sulle colonne del quotidiano Le Monde) come il professor François Mabille che, nel suo campo, cioè nell’area della  cultura cattolica,  è un’autorità: docente di dottrine politiche alle università cattoliche di Lille, Francia, e di Uppsala, Svezia, direttore dell’Osservatorio geopolitico delle religioni di Parigi e segretario generale della Federazione degli atenei cattolici oltre che autore di saggi sulla geopolitica mondiale vista con gli occhi della Chiesa di Roma come “La longue transition du catholicisme, gouvernementalité et influence” uscito nel 2014 e il più specifico “Catholiques et la paix au temps de la guerre froide” del 2004.

Già nel 2019 Bergoglio criticava “la guerra giusta”

Il punto di vista del professor Mabille è che Papa Francesco capisce poco di politica internazionale (a differenza di Papa Giovanni Paolo II che invece conosceva per esperienza diretta il totalitarismo dei regimi sovietici, Mosca e i paesi del Patto di Varsavia) e che il suo approccio ai dossier è “angeliste”, come si dice in Francia, che è sinonimo di candore, buonismo, irenismo.

Per dimostrarlo il professor Mabille cita alcuni passaggi dell’enciclica “Fratelli tutti” del 2020 (che, guarda caso, nasce dal “Documento sulla fratellanza umana e la pace mondiale” firmato un anno prima, nel 2019, insieme con l’imam ed ex Gran Muftì dell’Egitto Amhad-Al- Tayyeb, uno che ha studiato alla Sorbona ma che, rientrato al Cairo, si è schierato con il regime di Mubarak, tanto per far capire il personaggio). In particolare, il paragrafo 258 dove Papa Francesco critica pesantemente il concetto di “guerra giusta” e perfino quello di “legittima difesa” con le armi considerando, dice il pontefice, il livello attuale degli armamenti.

Il Papa non vuole rompere con lo zar del Cremlino

Concetto questo che entra immediatamente in contraddizione con quanto dichiarato pubblicamente (in una intervista ai tg della Rai) da monsignor Paul Richard Gallagher, inglese, segretario del Vaticano per le relazioni con gli Stati, in pratica il ministro degli esteri della Santa Sede, secondo cui “l’Ucraina ha il diritto di difendersi dall’aggressore”. Papa Francesco era stato informato? Gallagher parlava a titolo personale due mesi dopo l’invasione russa?

Troppa ambiguità, in ogni caso. Così come ambigua è apparsa (agli ucraini, ma non solo), qualche settimana dopo le parole di Gallagher, la condanna papale di tutti i nazionalismi(e a pensarci bene viene in mente il presidente francese Mitterand quando, prendendosi per mano con il cancelliere tedesco Kohl, denunciava il nazionalismo come causa scatenante di tutte le guerre: solo che il Papa è il Papa, il capo della Chiesa di Roma non il leader di un Paese).

Insomma, fin dall’inizio del conflitto si è avuta la sensazione che il Papa non volesse rompere con lo zar del Cremlino, il quale ama farsi vedere fedele devoto con il cero in mano fianco a fianco con il patriarca della Chiesa di Mosca (che non ha niente a vedere con quella di Kiev, come abbiamo imparato in questi mesi), Kirill, il gran bastonatore dei (corrotti) costumi occidentali (liberalismo e democrazia compresi).

E se volesse salvare i cattolici russi?

Forse la ragione di tutto ciò sta nel fatto che Papa Francesco, al netto del suo “angelism”, della sua ingenuità geopolitica, ha un altro obiettivo: garantire la libertà religiosa ai cattolici della Federazione russa, e quindi avere da Mosca il nulla osta per le proprie strutture, diocesi, vescovi, scuole cattoliche.

Vale la pena ricordare che l’anno scorso, prima della guerra, monsignor Gallagher è andato a Mosca proprio con questo mandato e che alla fine del suo viaggio e dopo una serie di incontri con il patriarca e varie autorità del Cremlino ha dichiarato che, insomma, c’erano buone possibilità di intesa tra Roma e Mosca.

Dichiarazioni che fanno riflettere, ovviamente: come si possono costruire buone relazioni con una autocrazia, con una dittatura, sia pure con l’obiettivo di “tutelare le minoranze cristiane” che – guarda caso – è stato il pretesto con cui Putin è intervenuto in Siria?

Il professor Mabille è tranchant: “Una cosa è parlare e negoziare con un Paese democratico, un’altra dialogare e farsi piacere un regime come quello russo che ha chiuso giornali e Ong, liquidato l’opposizione, arrestato i dissidenti”.

La conseguenza è che, oggi, la diplomazia vaticana ha perso credibilità in un eventuale (e molto improbabile) tentativo di mediazione per arrivare alla pace. E ha perso credibilità proprio perché il suo approccio ai dossier internazionali è di tipo “pacifista” come se la Chiesa di Roma fosse una Ong.

Quell’approccio da Ong che non giova alla pace

In effetti, per la particolare formazione culturale di Papa Francesco che, ripetiamolo, non ha lo spessore politico del papa polacco Wojtyla, la diplomazia vaticana “entra” negli affari internazionali partendo sempre e solo da quella che il gesuita italo-argentino considera la questione più importante di questo secolo: i migranti. Un approccio da Ong, come dicevo prima, non da grande soggetto politico com’è (o dovrebbe essere) la Santa Sede che oggi è chiamata a svolgere un ruolo “politico” su uno scenario internazionale fiammeggiante, con le bombe e i missili che devastano l’Ucraina e certi sgherri putiniani – vedasi il suo ex braccio destro Medvedev – che proclamano che Mosca non lascerà mai quei territori.

Ebbene, di fronte a questa apocalisse, l’approccio del Vaticano è quello della “Pastorale umanitaria” come dicono i politologi cattolici alla Mabille, critici con Papa Francesco, i quali ricordano anche che l’ultimo intervento della Santa Sede contro il nucleare di Mosca risale al 1977, all’epoca degli euromissili dislocati dalla Nato (anche da noi, in Sicilia) come strumento di deterrenza contro i missili nucleari sovietici.

Se continua così, finirà che Putin, infastidito, chiederà ai suoi “ma quante divisioni ha il Papa?” come fece il suo mito Stalin alla conferenza di Yalta del ‘45 che divise il mondo in due, occidente e oriente, democrazie e dittature.