PIETRO SALINI WEBUILD

La partita per Trevi-Finanziaria Industriale entra in una fase decisiva. Webuild ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria sulla società cesenate specializzata nelle fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo, mettendo sul tavolo un corrispettivo interamente in contanti di 4,50 euro per ogni azione. La valorizzazione complessiva dell’operazione è di circa 295 milioni di euro. Il prezzo incorpora un premio del 29,8% rispetto alla quotazione di Trevi alla chiusura del 26 giugno 2026, ultimo giorno di Borsa precedente all’annuncio dell’offerta di Icop, quando il titolo aveva chiuso a 3,467 euro. Rispetto alla valorizzazione implicita nella proposta di Icop, Webuild indica inoltre un premio del 14,4%, calcolato sulla base del prezzo ufficiale di chiusura delle azioni Icop del 28 luglio, pari a 29,588 euro.

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L’operazione, annunciata il 29 luglio 2026, è arrivata infatti dopo che I.Co.P., società friulana attiva nell’ingegneria del sottosuolo, aveva comunicato il 28 giugno la propria offerta pubblica di scambio sulle azioni Trevi. Non si tratta quindi soltanto di un’acquisizione industriale: è diventata una contesa a due per il controllo di una società che rappresenta un tassello tecnologico particolarmente rilevante nella realizzazione delle grandi infrastrutture. La proposta Webuild si distingue innanzitutto per la natura del corrispettivo: agli azionisti di Trevi viene offerto denaro, e non azioni di un’altra società. Webuild ha inoltre previsto una soglia minima di adesione pari al 66,7% dei diritti di voto, mentre l’offerta Icop era stata impostata su una soglia del 90% e prevedeva un concambio in azioni Icop.

Il passaggio chiave: dalla finanza all’industria

Dietro i 4,50 euro per azione c’è una strategia che Webuild presenta come un’operazione di integrazione verticale. Il punto non è soltanto aggiungere un’altra società al perimetro del gruppo, ma portare dentro casa competenze considerate strategiche per la realizzazione delle grandi opere: fondazioni speciali, consolidamento dei terreni, ingegneria del sottosuolo e capacità geotecniche. Sono attività che intervengono spesso molto prima che un’opera infrastrutturale cominci a prendere forma e che possono incidere direttamente su tempi, qualità, costi e rischi di esecuzione. L’acquisizione, nelle intenzioni di Webuild, consentirebbe quindi di aumentare il controllo su una parte critica della catena industriale.

Il ragionamento diventa ancora più significativo se messo in relazione con la dimensione raggiunta da Webuild. Il gruppo indica un portafoglio ordini di circa 54 miliardi di euro al momento dell’annuncio dell’operazione e considera Trevi una piattaforma specialistica da mettere al servizio di questa massa di commesse. L’integrazione dovrebbe consentire, secondo le stime della società, un maggiore controllo sui processi esecutivi e sui rischi di consegna, oltre a rafforzare la capacità di partecipare a gare per progetti complessi caratterizzati da un elevato contenuto geotecnico. L’idea industriale è quella di offrire al committente una soluzione più integrata, dalla progettazione alle fondazioni fino alla realizzazione dell’infrastruttura.

C’è poi il capitolo delle sinergie. Webuild stima 80-90 milioni di euro di Ebitda aggiuntivo annuo a regime derivante dalle sinergie industriali e commerciali. Complessivamente, considerando anche il contributo di Trevi, l’operazione viene indicata come capace di incrementare l’Ebitda del gruppo di 150-170 milioni di euro. Sono naturalmente stime formulate dall’offerente e legate alla realizzazione dell’integrazione, ma fotografano bene la logica finanziaria con cui Webuild guarda all’operazione: i 295 milioni necessari per acquisire Trevi vengono messi in relazione con un potenziale incremento strutturale della capacità reddituale del gruppo.

Trevi resta italiana, ma cambia scala

Nella costruzione dell’operazione Webuild insiste anche sulla continuità. L’obiettivo dichiarato è preservare l’identità di Trevi, il suo patrimonio di competenze e il radicamento territoriale, inserendoli però dentro una piattaforma internazionale di dimensioni molto maggiori. Per la società cesenate significherebbe avere accesso a nuove geografie, nuovi clienti e gare di dimensioni più elevate, mentre le competenze specialistiche di Trevi potrebbero essere utilizzate non soltanto nei progetti Webuild ma anche sul mercato di terzi. È la logica del centro di eccellenza: mantenere know-how e autonomia industriale, ma aumentare scala commerciale e capacità finanziaria.

Trevi, del resto, non è una società costruita ieri. Le sue origini risalgono al 1957, quando Davide Trevisani fondò a Cesena l’Impresa Palificazioni Trevisani. Dieci anni più tardi arrivò la prima grande commessa internazionale, per le fondazioni dell’Apapa Road a Lagos, in Nigeria. Nel 1969 nacque SoilMec, la società metalmeccanica destinata a diventare uno dei pilastri tecnologici del gruppo, mentre negli anni successivi l’espansione internazionale portò Trevi in Argentina, Nigeria, Venezuela e in numerosi altri mercati. La storia industriale della società è quindi strettamente legata alla capacità di portare fuori dall’Italia una competenza molto specialistica.

Ed è proprio questa specializzazione a spiegare l’interesse di Webuild. Le fondazioni di un ponte, di una diga, di una linea ferroviaria o di una grande infrastruttura sotterranea non sono una componente accessoria dell’opera: sono il punto nel quale ingegneria, caratteristiche geologiche del territorio e capacità esecutiva devono convergere. Possedere internamente una competenza di questo tipo può quindi cambiare il modo in cui un grande contractor affronta una gara e, soprattutto, gestisce la fase realizzativa.

La Consob dà il via libera: ora il calendario entra nel vivo

La procedura ha compiuto un passaggio importante il 15 settembre 2026, quando la Consob ha approvato con delibera n. 24131 il documento d’offerta di Webuild. Il documento era stato depositato presso l’autorità il 18 agosto, mentre il procedimento istruttorio era stato temporaneamente sospeso il 24 agosto e successivamente riavviato l’8 settembre, con scadenza dell’istruttoria fissata al 17 settembre. Il via libera della Consob consente ora di passare alla fase operativa dell’offerta, con la pubblicazione del documento e la definizione del periodo di adesione secondo le procedure previste dalla normativa.

Quando Webuild annunciò l’operazione a luglio aveva indicato per il periodo di adesione una durata compresa tra un minimo di 15 e un massimo di 40 giorni di Borsa aperta, salvo proroghe, da concordare con Borsa Italiana. Il perfezionamento dell’offerta è previsto nel secondo semestre 2026, subordinatamente all’avveramento delle condizioni di efficacia. L’offerente ha inoltre comunicato ad agosto le notifiche dell’operazione all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ai sensi della normativa sul golden power.

Webuild detiene già 3.277.680 azioni Trevi, pari al 4,998% del capitale. L’offerta riguarda quindi un massimo di 62.300.536 azioni, equivalenti al 95,002% del capitale. Se al termine dell’operazione Webuild arrivasse a possedere almeno il 90% del capitale, la società ha dichiarato che eserciterà il diritto di acquistare le azioni residue ai sensi dell’articolo 111 del TUF. L’obiettivo industriale dichiarato è dunque accompagnato da una prospettiva di uscita di Trevi da Piazza Affari, qualora le condizioni previste per il delisting vengano raggiunte.

La sfida con Icop e il ruolo degli azionisti

Nel frattempo, la proposta di Icop è entrata nella fase di adesione il 14 settembre 2026 e, secondo il calendario comunicato, terminerà il 16 ottobre 2026. L’offerta friulana prevede un concambio di 0,133 azioni Icop per ciascuna azione Trevi. La differenza rispetto alla proposta Webuild è quindi strutturale: da una parte un corrispettivo monetario fisso di 4,50 euro, dall’altra un’operazione azionaria il cui valore dipende anche dall’andamento del titolo Icop.

È una differenza che rende la contesa particolarmente interessante per il mercato. Webuild presenta i 4,50 euro come un valore certo e immediato; Icop ha invece sostenuto che la propria proposta debba essere valutata anche in funzione del valore industriale che il gruppo combinato potrebbe generare nel piano 2026-2029. Il confronto, dunque, non si esaurisce nel prezzo nominale delle due offerte: mette di fronte due diversi progetti industriali per Trevi, uno costruito sull’integrazione in un grande gruppo globale delle infrastrutture, l’altro sulla combinazione con un operatore specializzato nell’ingegneria del sottosuolo.

La struttura dell’azionariato rende inoltre la partita non banale. Secondo i dati riportati al momento dell’annuncio dell’offerta Webuild, Cdp Equity è presente sia in Webuild sia in Trevi; nel capitale Trevi risultavano inoltre partecipazioni riconducibili a Polaris, pari a circa il 10%, e a Praude, pari a circa il 14%, mentre il flottante di mercato era indicato intorno al 63,6%. La famiglia fondatrice Trevisani non risultava invece più azionista della società.

Webuild arriva alla partita con numeri in crescita

La decisione di investire 295 milioni in Trevi arriva mentre Webuild sta attraversando una fase di forte espansione. Nei risultati al 30 giugno 2026, il gruppo ha registrato 6,7 miliardi di euro di ricavi, sostanzialmente ai livelli record dell’intero 2025 già nel primo semestre, con oltre il 60% dei ricavi generati all’estero. L’Ebitda ha raggiunto 673 milioni di euro, in aumento del 13,6% rispetto al primo semestre 2025, mentre l’Ebit è salito a 464 milioni, con una crescita del 15%. Il margine Ebitda è passato dall’8,9% al 10,1%, quello Ebit dal 6,1% al 7%. La posizione di cassa netta era positiva per 110 milioni di euro, confermando l’ottavo semestre consecutivo con cassa netta positiva.

La guidance 2026 indica ricavi superiori a 13,6 miliardi di euro, Ebitda superiore a 1,2 miliardi e cassa netta superiore a 300 milioni. Il quadro parte da un 2025 che si era chiuso con 13,569 miliardi di euro di ricavi, in crescita del 15% sul 2024, Ebitda a 1,164 miliardi, +18%, Ebit a 705 milioni, +19%, e utile netto a 280 milioni, +13%. La cassa netta normalizzata era pari a 772 milioni, mentre il portafoglio ordini aveva superato i 58,4 miliardi di euro, con nuovi ordini per 13,2 miliardi.

Il contrasto fra i 295 milioni dell’operazione Trevi e la scala finanziaria di Webuild aiuta a leggere l’acquisizione nella sua prospettiva industriale. Per un gruppo che nel 2025 ha generato quasi 13,6 miliardi di ricavi e dispone di un backlog superiore a 58 miliardi, Trevi rappresenta una società relativamente piccola in termini dimensionali, ma potenzialmente rilevante in termini di competenze. È esattamente qui che si concentra la scommessa: non comprare semplicemente fatturato, ma acquisire capacità tecniche difficilmente replicabili e inserirle in una macchina commerciale e industriale molto più grande.

La storia di Webuild: dalle imprese familiari al global player

Per capire perché l’operazione Trevi si inserisca nella traiettoria di Webuild bisogna tornare indietro di oltre un secolo. La storia del gruppo comincia nel 1906, con la fondazione delle imprese di Girola e Lodigiani. Nel 1936 entra nella storia anche la famiglia Salini, con l’avvio dell’attività di costruzioni di Pietro Salini. Per decenni le diverse realtà crescono parallelamente, partecipando alla costruzione delle infrastrutture che accompagnano lo sviluppo italiano. È una storia fatta di dighe, strade, ferrovie e grandi opere, che progressivamente porta le aziende fuori dai confini nazionali.

Il passaggio decisivo arriva nel nuovo millennio. Nel 2011 Salini Costruttori comincia ad acquisire azioni ordinarie di Impregilo. Nel 2012, dopo una complessa operazione sul capitale e sulla governance, Salini riesce a nominare 14 dei 15 componenti del consiglio di amministrazione di Impregilo. Nel 2013 si conclude l’offerta pubblica di acquisto volontaria e nel 2014 prende forma Salini Impregilo, attraverso la fusione per incorporazione di Salini in Impregilo, con efficacia dal primo gennaio 2014. È il passaggio che trasforma definitivamente la storia di un gruppo familiare in quella di un grande contractor internazionale.

Un’altra accelerazione arriva con Progetto Italia, l’operazione di consolidamento del settore delle costruzioni promossa nel 2019. Il progetto porta all’integrazione di competenze e attività e comprende anche l’acquisizione di Astaldi: nel 2020 Webuild completa l’acquisizione del 66,28% di Astaldi, cui si aggiunge una partecipazione indiretta dello 0,95%. In quel momento il gruppo amplia ulteriormente dimensioni, competenze e presenza geografica. Nel maggio 2020 Salini Impregilo cambia nome e diventa ufficialmente Webuild, una denominazione che viene registrata il 15 maggio. Il nuovo nome racconta anche il cambio di scala: da impresa italiana di costruzioni a piattaforma globale per grandi infrastrutture, pur mantenendo il radicamento nazionale.

Oggi Webuild si presenta come un gruppo globale attivo nella realizzazione di infrastrutture complesse, dalle ferrovie all’alta velocità, dalle metropolitane alle dighe, dalle opere idrauliche ai grandi progetti sotterranei. Nel 2025 oltre il 65% dei ricavi è stato generato all’estero e oltre il 90% dei ricavi è arrivato da mercati considerati dal gruppo a basso profilo di rischio, tra Europa, Australia, Stati Uniti e Medio Oriente.