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La notizia è arrivata nel cuore della notte italiana, a meno di novanta minuti dalla scadenza dell’ultimatum fissato da Donald Trump. Dopo quaranta giorni di guerra, bombardamenti, lo Stretto di Hormuz paralizzato e i mercati energetici globali sull’orlo del collasso, Stati Uniti e Iran hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane. La condizione posta da Washington è stata netta: riapertura immediata, completa e sicura dello Stretto.

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Teheran ha accettato, anche grazie all’intervento dell’ultimo minuto della Cina e alla mediazione del Pakistan, che ospiterà venerdì 10 aprile a Islamabad il primo round di negoziati diretti tra le delegazioni guidate dal vicepresidente americano JD Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.

Petrolio e gas: il crollo più violento da anni

Il Brent con consegna a giugno è crollato del 16%, precipitando intorno ai 92 dollari al barile — il livello più basso da metà marzo e ben lontano dai picchi sopra i 115 dollari toccati nelle settimane più acute della crisi. Il WTI americano ha registrato un calo analogo, tornando sotto i 96 dollari. In poche ore, il mercato petrolifero ha bruciato quasi tutto il premio di rischio accumulato dall’inizio del conflitto il 28 febbraio.

Ancora più spettacolare il movimento del gas naturale: al TTF di Amsterdam i contratti sono precipitati del 19%, a 43 euro al megawattora. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che il transito attraverso lo Stretto sarà possibile in sicurezza per le prossime due settimane, sotto il coordinamento delle forze armate di Teheran. Già ieri dieci navi avevano attraversato Hormuz, un segnale timido ma concreto dopo settimane in cui il passaggio era stato ridotto praticamente a zero.

Ma gli analisti invitano alla prudenza: anche in caso di accordo definitivo, il rischio geopolitico nello Stretto è strutturalmente aumentato. Come sottolineano diversi osservatori, Teheran potrebbe sentirsi incoraggiata a minacciare la chiusura con maggiore frequenza in futuro, e il mercato ne terrà conto con un premio di rischio permanente.

Le Borse festeggiano, ma con cautela

Tokyo ha chiuso con un balzo del 5,39%, Seul ha segnato un +6,87%, Hong Kong +3,2%, Shanghai +2,5%, Mumbai +3,82%. In Europa, Francoforte ha aperto con un +4,8%, Parigi +3,54%, Londra +2,61%. A Piazza Affari il FTSE MIB guadagna con forza: Unicredit segna +9%, Buzzi +6,85%, Stellantis +6,83%. Lo spread BTP-Bund è crollato a 77 punti base, in netto calo rispetto ai 91 della vigilia, con il rendimento del decennale italiano sceso al 3,69%.

In controtendenza, come prevedibile, i titoli petroliferi: Eni cede oltre il 7%, Tenaris il 3,83%, Saipem il 2%. Il settore oil paga il ribasso del greggio che, per quanto positivo per l’economia globale, erode direttamente i margini delle compagnie energetiche.

Sul fronte valutario, il dollaro si è indebolito significativamente: l’euro è salito a 1,17, con un guadagno dello 0,97%. Lo yuan cinese ha toccato il livello più alto degli ultimi tre anni contro il biglietto verde. Segnale che i mercati stanno riprezzando l’intero quadro macro: meno inflazione, meno pressione sui tassi, più propensione al rischio.

Le criptovalute accelerano: Bitcoin a 71.700 dollari

La giornata di oggi potrebbe rivelarsi un punto di svolta anche per il mercato degli asset digitali. Bitcoin è balzato del 4,5% a 71.726 dollari — il livello più alto dalle ultime settimane di febbraio. Ethereum ha fatto ancora meglio, con un rialzo del 6,6% a 2.244 dollari. Il comparto crypto nel suo complesso ha registrato afflussi significativi nelle ore successive all’annuncio della tregua.

Il dato è rilevante perché conferma una tendenza che gli osservatori più attenti avevano già individuato durante il conflitto: Bitcoin, in questa crisi, non si è comportato come un asset puramente speculativo ma ha mostrato una resilienza strutturale, tenendo i supporti chiave in area 60.000-67.000 dollari anche nelle fasi più acute dello stress geopolitico, e reagendo con forza alla prima apertura diplomatica.

A commentare il dato è Alessio Ippolito, giornalista finanziario, fondatore e direttore di Criptovaluta.it® — la testata giornalistica verticale su Bitcoin e crypto più letta in Italia, con oltre 2 milioni di utenti unici mensili e una community Telegram da 43.000 iscritti:

«Chi investe in Bitcoin senza guardare cosa succede sui mercati delle commodities energetiche sta navigando a vista. Punto. Questa tregua è una notizia positiva, ovviamente, ma attenzione: è una tregua di due settimane, non un accordo di pace. I mercati oggi festeggiano e hanno ragione a farlo — il Brent a -16% vuol dire meno inflazione, meno pressione sui tassi, più ossigeno per gli asset risk-on. Bitcoin lo sta prezzando e lo sta facendo bene: +4,5% in poche ore è un segnale forte. Ma il punto che tutti dovrebbero capire è un altro: Bitcoin ha retto quaranta giorni di guerra aperta, con Hormuz chiuso, il petrolio a 115 dollari e le Borse a picco. Ha tenuto il supporto, ha chiuso marzo in positivo dopo cinque mesi di rosso consecutivo, e oggi riparte. Questo comportamento non è speculazione: è struttura. È l’infrastruttura istituzionale — gli ETF, le corporate treasury, i fondi pensione — che ha cambiato le regole del gioco. Detto questo, sarebbe da irresponsabili lanciarsi in previsioni euforiche. Se venerdì a Islamabad i colloqui saltano e il conflitto riprende, torniamo al punto di partenza. La prudenza resta fondamentale, e chi ti dice il contrario o è ingenuo o ti sta vendendo qualcosa».

I nodi irrisolti

La tregua, per quanto accolta con sollievo unanime dai mercati, lascia aperti interrogativi profondi. Il cessate il fuoco, come precisato dall’ufficio di Netanyahu, non include il Libano. L’Iran, nelle ore successive all’annuncio, ha comunque lanciato missili contro gli Stati arabi del Golfo e Israele. In Bahrein sono scattate nuovamente le sirene d’allarme. Il Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano ha avvertito che le forze armate restano in stato di allerta massima.

I colloqui di Islamabad di venerdì saranno il vero banco di prova. Sul tavolo ci sono i dieci punti della proposta pakistana, che includono la questione nucleare — tema su cui Trump non ha mai fatto concessioni — e le garanzie di sicurezza chieste da Teheran. Il New York Times ha definito la tregua una vittoria tattica che non risolve nessuno dei problemi fondamentali alla base del conflitto.

Per i mercati finanziari, la variabile chiave resta una sola: la durata e l’affidabilità della riapertura di Hormuz. I paesi del Golfo — Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati — hanno ridotto la produzione fino all’80% durante il blocco, e la ripresa delle esportazioni richiederà settimane anche nella migliore delle ipotesi. Lo svuotamento dei siti di stoccaggio, la ripartenza dei pozzi fermati, il ritorno delle petroliere: nulla di tutto questo avviene con un interruttore.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia sta ancora valutando se procedere con un rilascio d’emergenza di riserve petrolifere ad aprile. E la Commissione europea ha già avviato la revisione delle regole sugli ETS, il sistema di scambio delle emissioni, segnale che Bruxelles si prepara a uno scenario in cui i prezzi dell’energia resteranno elevati ben oltre la fine del conflitto.

Il quadro d’insieme e le prospettive future

La giornata dell’8 aprile 2026 si candida a essere ricordata come il giorno in cui i mercati globali hanno tirato un respiro — profondo ma non definitivo. Il petrolio è sceso, le Borse sono salite, le criptovalute hanno accelerato, lo spread si è compresso. Ma tutto resta appeso a una tregua di quattordici giorni, negoziata all’ultimo respiro da un Pakistan trasformatosi in mediatore globale e da una Cina che ha convinto l’Iran a cedere.

Se i colloqui di Islamabad dovessero produrre un framework credibile per una pace duratura, i mercati potrebbero entrare in una fase di normalizzazione che premierebbe in modo particolare gli asset che hanno tenuto durante la crisi — Bitcoin incluso. Se invece la tregua si rivelasse un semplice espediente per guadagnare tempo, il ritorno alla volatilità sarebbe altrettanto violento del rally di oggi.

Come sempre, la verità si troverà probabilmente nel mezzo. Ma una cosa, oggi, appare chiara: il mondo ha visto quanto costa chiudere un corridoio marittimo largo 33 chilometri. E i mercati non lo dimenticheranno.