risparmio italiani

La tredicesima potrebbe presentarsi sotto l’albero di Natale con un peso fiscale più leggero. È questa una delle misure che il governo sta studiando in vista della prossima legge di Bilancio, con l’obiettivo politico ed economico di aumentare il netto in busta paga soprattutto per i lavoratori con redditi più bassi. La cifra indicata come possibile beneficio massimo arriva a 500 euro in più, con l’auspicio di riuscire a rendere operativa la misura già con la mensilità aggiuntiva del prossimo dicembre. Non si tratterebbe di un nuovo aumento salariale, né di un bonus una tantum, ma di una riduzione delle imposte applicate a una somma che il lavoratore già matura nel corso dell’anno.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

LEGGI ANCHE Manovra 2027, la partita dei bonus sul lavoro: mamme, premi e tredicesime cercano spazio

Per comprendere il meccanismo bisogna partire da un equivoco piuttosto diffuso sulla tredicesima. La mensilità aggiuntiva non è infatti, tecnicamente, uno stipendio che il datore di lavoro regala a dicembre. Nel corso dei dodici mesi viene accantonata una quota pari a un dodicesimo della retribuzione e quella somma viene poi corrisposta normalmente a fine anno. Il problema è che, quando arriva in busta paga, la tredicesima viene sottoposta a un trattamento fiscale meno favorevole rispetto alle normali mensilità. In particolare, non beneficia delle detrazioni per lavoro dipendente che incidono sulle retribuzioni ordinarie e contribuiscono a ridurre l’Irpef effettivamente pagata dal lavoratore.

Perché la tredicesima oggi pesa di più sul fisco

È qui che si concentra l’intervento che la maggioranza sta valutando. A parità di retribuzione lorda, il netto della tredicesima può risultare proporzionalmente più basso rispetto a quello di una normale mensilità. Non perché sulla tredicesima venga applicata necessariamente un’aliquota Irpef più elevata in senso stretto, ma perché manca quel sistema di detrazioni che alleggerisce il prelievo durante l’anno sulle buste paga ordinarie. Il risultato è una mensilità aggiuntiva che arriva a dicembre, proprio quando famiglie e consumatori devono affrontare una concentrazione particolarmente elevata di spese, ma che fiscalmente viene trattata con minore favore.

La scelta del governo sarebbe quindi quella di intervenire direttamente sul netto della tredicesima, lasciando invariato il meccanismo di maturazione della mensilità. È una differenza importante anche sul piano politico: l’operazione avrebbe un effetto immediatamente visibile sulla busta paga, senza trasformarsi formalmente in un nuovo trasferimento o in un incremento della retribuzione contrattuale. Per il lavoratore significherebbe semplicemente vedere una quota maggiore della tredicesima finire sul conto corrente anziché nelle casse dello Stato.

Il punto ancora aperto, però, è quanto dovrà essere ampia questa riduzione fiscale e, soprattutto, a chi dovrà essere riconosciuta. Le ipotesi circolate prevedono infatti un ventaglio piuttosto ampio: dalla possibilità di azzerare completamente il prelievo sulla tredicesima fino a un sistema selettivo che applichi un’imposta sostitutiva molto più bassa dell’attuale tassazione ordinaria. Il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, ha indicato come obiettivo quello di arrivare, se possibile, a una detassazione fino al 100%, con una particolare attenzione alle fasce di reddito più basse.

Il nodo delle coperture: 5 miliardi per il taglio totale

La promessa di una tredicesima integralmente detassata si scontra però con il problema più concreto di qualsiasi legge di Bilancio: quanto costa. Secondo le stime della Ragioneria generale dello Stato, l’eliminazione completa della tassazione sulla tredicesima per tutti i lavoratori dipendenti avrebbe un impatto sul gettito compreso tra 3 e 5 miliardi di euro. Una cifra tutt’altro che marginale, soprattutto considerando che il governo deve distribuire le risorse disponibili tra numerose priorità fiscali e di spesa.

È proprio per ridurre il costo dell’operazione che sul tavolo stanno prendendo forma soluzioni più mirate. Una delle ipotesi è quella di introdurre una flat tax del 10% sulla tredicesima per i lavoratori con redditi fino a 30 mila euro annui. Un’altra opzione sarebbe ancora più selettiva: un’imposta del 15% per i contribuenti con redditi inferiori a 15 mila euro. In entrambi i casi l’obiettivo sarebbe evitare di destinare miliardi di risorse anche ai redditi medio-alti, concentrando invece lo sconto fiscale su chi ha una maggiore necessità di rafforzare il reddito disponibile.

Con un intervento di questo tipo, il costo complessivo per l’Erario scenderebbe secondo le stime verso una fascia compresa tra 1,5 e 2 miliardi di euro. È una differenza decisiva: tra una detassazione universale che potrebbe arrivare a costare 5 miliardi e un intervento selettivo da circa 1,5-2 miliardi c’è infatti lo spazio finanziario necessario per rendere la misura compatibile con una manovra molto più ampia.

La partita si gioca dentro una manovra da 28 miliardi

Il contesto nel quale si inserisce la discussione sulla tredicesima è quello di una legge di Bilancio che, nelle valutazioni attuali, potrebbe arrivare a circa 28 miliardi di euro. La dimensione della manovra è stata ricondotta alla necessità iniziale di circa 14 miliardi, alla quale si aggiungerebbero altri 14 miliardi legati alla flessibilità energetica ottenuta dall’Italia a Bruxelles.

In questo quadro ogni miliardo destinato alla detassazione della tredicesima deve essere sottratto, almeno in linea teorica, alle altre misure oppure trovato attraverso nuove entrate, risparmi di spesa o margini di finanza pubblica. È per questo che la discussione non riguarda soltanto l’opportunità politica di rendere più ricca la busta paga di dicembre, ma soprattutto la platea dei beneficiari. Una misura universale avrebbe un forte impatto comunicativo, ma anche un costo molto più elevato. Un intervento concentrato sui redditi bassi avrebbe invece un costo inferiore e un effetto redistributivo più marcato.

La questione dovrà inoltre essere coordinata con l’altra grande partita fiscale che riguarda l’Irpef e la possibile revisione degli scaglioni ordinari. Il rischio, in assenza di un disegno complessivo, è infatti quello di creare sovrapposizioni tra diversi strumenti di riduzione del prelievo. La tredicesima dovrebbe dunque essere inserita in una strategia fiscale più ampia, evitando che il vantaggio riconosciuto sulla mensilità aggiuntiva finisca per complicare ulteriormente il sistema.

La scommessa politica passa dalla busta paga di dicembre

Dietro la discussione tecnica c’è però una questione eminentemente politica. Una tredicesima più pesante è una misura facilmente comprensibile e altrettanto facilmente visibile: il beneficio arriverebbe direttamente nella busta paga di dicembre, nel momento dell’anno in cui il rapporto tra reddito disponibile e consumi assume un peso particolare per le famiglie. Ed è proprio questa immediatezza a rendere l’ipotesi particolarmente interessante per la maggioranza.

Se il governo riuscisse a portare il beneficio massimo fino a 500 euro, l’intervento avrebbe un impatto concreto sul reddito disponibile dei lavoratori interessati. Quanto effettivamente finirà nelle tasche dei singoli dipenderà però dal reddito, dall’ammontare della tredicesima e soprattutto dalla formula definitiva che verrà scelta. Il valore di 500 euro rappresenta quindi un tetto indicativo del possibile vantaggio, non una somma uguale per tutti.

La discussione politica dovrebbe ora entrare nel vivo, anche attraverso il confronto tra Giorgia Meloni e Antonio Tajani, mentre la maggioranza cerca una sintesi tra la richiesta di Forza Italia di spingere sulla detassazione e i vincoli imposti dai conti pubblici. La parola decisiva, come sempre, sarà quella delle coperture: il governo dovrà stabilire se destinare fino a 5 miliardi a una tredicesima completamente esentasse oppure scegliere una soluzione più selettiva, da 1,5-2 miliardi, capace di concentrare il beneficio sui redditi più bassi.