«Non tutti colgono quale potenziale d’innovazione ci sia oggi nel settore dei trasporti. Basti pensare agli utilizzi dell’AI per la sicurezza! Si sottovaluta la velocità del cambiamento. E noi caldeggiamo invece tutto quello che aumenta sicurezza e qualità del lavoro!»: Salvatore Pellecchia, da oltre 7 anni segretario generale della Fit-Cisl, è senza dubbio uno dei sindacalisti più competenti nella complicatissima materia. E in quest’intervista con Economy tratteggia i progressi maturati dal sistema da quando lui ne è parte attiva e protagonista ma anche i problemi ancora aperti.

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Iniziamo dal trasporto pubblico locale, segretario…

Allora lei vuole iniziare dalle note dolenti… Ebbene, posso dirle che su questo tema noi di Fit-Cisl abbiamo sviluppato una sorta di ossessione. Perché non possiamo accettare che in Italia ci sia una tale frammentazione del sistema da arrivare ad avere oltre 800 imprese operative sul territorio. Gli altri Paesi europei ne hanno al massimo 4 o 5. Una frammentazione di questa portata implica un enorme dispendio di risorse, per la moltiplicazione dei costi di staff e di governance; e una inevitabilmente minore efficienza gestionale. È impossibile praticare economie di scala… Si pensi solo alle flotte più vecchie: è vero, il Pnrr ha stanziato risorse importanti perché le aziende le rinnovassero, ed è anche avvenuto, ma senza le economie di scala che sarebbero state possibili se i grandi costruttori avessero avuto di fronte 5 o 6 interlocutori grandi e non 800 piccoli!

E come si risolve un simile problema?

Favorendo una strategia di aggregazione tra le imprese più piccole, che induca gli enti locali e unire le forze. Incentivi, sicuramente. E forse anche un po’ di moral suasion.

Segretario, ma qualcuno potrebbe eccepire che tutto sarebbe più facile, anche attivare questo processo aggregativo virtuoso, se il fondo nazionale trasporti fosse più presente e incisivo…

È un obiettivo che avevamo condiviso con il Governo, in particolare con il viceministro Rixi, quando aprimmo la trattativa per il rinnovo del contratto del Tpl: rafforzare strutturalmente il fondo, svincolandolo dall’aggancio frenante con la legge di bilancio e introducendo un sistema di rifinanziamento del fondo a carico delle aziende stesse, tutte, e delle accise, visto che non si può dare la possibilità di agire sui prezzi. Il Tpl è una forma di trasporto sociale, i cui costi non possono essere scaricati totalmente sui passeggeri, che sono pensionati, studenti e operai. Ma è chiaro che sarebbe necessario poter prelevare risorse dal fondo, reintegrandole poi con i proventi delle aziende più ricche e con altre fonti di finanziamento. Ma il progetto è rimasto fermo, insisteremo con decisione.

E c’è poi un altro tema spinoso: il personale sempre più scarso…

Il settore fatica ad assumere perché non dà soddisfazioni economiche consistenti a chi ci lavora. Consideri, ad esempio, che per guidare un autobus c’è bisogno della patente D e ci vuole anche la Carta di qualificazione del conducente (Cqc). Occorrono almeno 4000 euro per acquisire questi documenti. Inevitabile che poi un giovane, che da autista di bus prende di stipendio 1400-1500 euro al mese, preferisca fare il driver per Amazon con la sua semplice patente B e guadagnando 500 o anche 600 euro in più al mese. Quindi bisogna reinvestire sui costi delle professionalità che mancano, pagando stipendi adeguati.

Sarebbe bello se le aziende si facessero carico dei costi di formazione…

E alcune lo fanno: ci sono numerosi esempi di aziende che pagano il corso per le patenti professionali. Altro è ovviamente il mondo ferroviario, dove nessun aspirante macchinista può qualificarsi da solo: può frequentare dei corsi ma poi deve abilitarsi sulla macchina e sulla linea, lavorando già con un’azienda. Poi in generale io credo che sarebbe giusto svolgere delle attività di sensibilizzazione rivolte ai giovani a favore delle professioni del trasporto. Qualcosa che, per citare un precedente particolarissimo, somigli a quel che è stato Masterchef nell’incentivare la curiosità dei giovani verso la professione del cuoco. Per certi versi i nostri mestieri possono essere considerati disagevoli ma presentano anche molti vantaggi, sono meno ripetitivi, si vive fuori dagli ambiti a volte soffocanti degli uffici e dunque le attrattive non mancano. Noi come Fit stiamo facendo alcune attività in questo senso. Abbiamo anche organizzato un convegno pensando ai giovani marittimi… Il comandante generale della Guardia Costiera mi diceva che anche loro faticano a reclutare. Detto questo, mi creda: una ripresa delle assunzioni necessarie si potrà conseguire solo migliorando le retribuzioni e le condizioni di impiego, sia in termini di conciliazione vita-lavoro che di sicurezza.

E superando così anche la riluttanza di molti a sfidare il rischio della scarsa sicurezza…

Certo, un altro forte deterrente alla possibilità di entrare nel nostro settore sono diventate le aggressioni sui mezzi pubblici, un fenomeno purtroppo molto cresciuto.

E per fronteggiare tutte queste esigenze il Fondo non basta?

No, perché fino ad oggi è stato finanziato dallo Stato, con le inevitabili ristrettezze conseguenti. Non a caso, tutte volte che c’è da rinnovare il contratto si fanno salti mortali. Ma sono fiducioso che ad aprile qualcosa di sostanziale cambi per il fondo. Un prelievo di risorse da fonti diverse, verosimilmente le accise.

L’altro tema spinoso del comparto è la conflittualità. Tante, troppe agitazioni delle quali spesso è difficile cogliere il senso, dal punto di vista dell’utente disagiato…

Noi di Fit-Cisl continuiamo ad essere, per riconoscimento espresso del presidente della Commissione di Garanzia, i soggetti che ricorrono allo sciopero soltanto come extrema ratio. Ce ne viene dato atto. Certo, per i passeggeri che comunque restano appiedati è una magra soddisfazione… Perché in tante occasioni di scioperi ai quali noi, ma spesso tutti i sindacati confederali, non abbiamo aderito, si sono comunque ritrovati con il servizio sospeso.

E come migliorare questa incresciosissima situazione?

Noi della Cisl nel 2024 abbiamo promosso e raccolto le firme della legge d’iniziativa popolare poi approvata l’anno scorso con il numero 76, che promuove un sistema di relazioni industriali partecipative molto più adatto di quello tradizionale per prevenire i conflitti e quindi ridurre gli scioperi. Ora bisogna metterla diffusamente in pratica.

Una domanda: ma se una sigla sindacale autonoma e poco rappresentata indice uno sciopero al quale però voi e gli altri sindacati maggiori non aderiscono, com’è che poi spesso il servizio risulta comunque sospeso?

Sono scelte che inevitabilmente dipendono dalle singole aziende: se c’è sciopero, anche minoritario, a volte i responsabili sopprimono i servizi … magari per non prendersi rischi sul fronte della sicurezza, pur conoscendo di solito precisamente la composizione della rappresentanza sindacale e potendo quindi prevedere il tasso di adesione all’agitazione.

In conclusione, dal suo punto di vista di sindacalista di lungo corso al vertice da oltre sette anni… cos’è migliorato e cosa no, nel settore dei trasporti?

Sicuramente l’alta velocità ha riqualificato l’immagine e la sostanza del trasporto passeggeri. Ma d’altronde, volendo fare un bilancio, anche su questo fronte si deve e si può far molto di più. Ci sono tratte caratterizzate da standard di servizio elevati e consolidati, come la Roma–Milano, per velocità e frequenza dei collegamenti, la vera “Metropolitana d’Italia” e altre che presentano, come la Roma-Bari, in particolare lungo il percorso Caserta-Bari, asimmetrie solo in parte colmate, o vicine ad esserlo, grazie ai fondi del Pnrr. Direi che si deve parlare di transizione incompiuta. Risorse ne sono state investite anche tante, ed è positivo. Quel che vedo ancora mancare è una strategia più organica capace di tenere insieme le varie infrastrutture di sviluppo con il miglioramento delle modalità di erogazione del servizio di trasporto e del lavoro in esso.