È arrivato il momento di dare alla formazione la dignità di essere considerata elemento della filiera dell’Export. Questo perché oggi è indispensabile non sottovalutare l’approccio innovativo che coinvolge  questo comparto e che si traduce nella figura del Digital Export Manager: tutti i processi di esportazione infatti sono ormai abilitati dal digitale in una logica di omnicanalità, sia nella distribuzione B2C che in quella B2B.

In questo panorama servono competenze diffuse che siano cross-dipartimento e attraversino tutte le funzioni aziendali. Competenze che devono discendere direttamente dai vertici o dall’imprenditore, perché assolvono a un ruolo strategico che consente di raggiungere gli obiettivi di crescita e di sviluppo dell’impresa.

Sono processi da disegnare in fase di strategia perché insistono sulla logistica,  sul marketing, sulle pubbliche relazioni, sul commerciale, sul legale,  sulle risorse umane e richiedono doti complesse di amministrazione, finanza e controllo per gestire i numerosi dati provenienti da Paesi diversi.
Non dimentichiamo, inoltre, la capacità di gestire team multiculturali soprattutto in situazioni in cui le vendite raggiungono Paesi con usi, costumi, fusi orari, leggi, regole, tassazioni molto diverse tra loro.

Per questo motivo figure professionali come l’Export Manager, ma anche tutto il team aziendale che con questa figura si interfaccia, richiedono una formazione adeguata, che sia in grado di anticipare le dinamiche di cambiamento dei contesti nei vari territori in cui opera e di proporre misure di adattamento che siano immediatamente attuabili. Il lavoro è complesso, ma anche molto affascinante, perché consente di fare consulenza interna di altissima qualità all’imprenditore e indirizzarlo laddove ci siano opportunità di crescita e di sviluppo del business.

Oggi ancor più in un contesto congiunturale tanto complesso dopo il crollo delle esportazioni post pandemia, il recupero richiede visione, fiuto e capacità di cogliere i segnali deboli provenienti dai mercati che vivono un profondo disorientamento e anche una grande aleatorietà finanziaria ed economica. Nel nostro Paese è fondamentale anche avere la capacità di cogliere le opportunità offerte dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e in un contesto di incertezza politica non è per nulla facile.

La risposta non può che essere l’aumento della qualità manageriale dei nostri manager. Noi in 24ORE Business School crediamo in una modalità formativa basata sul confronto con i massimi esperti dei vari settori e sulla possibilità di costruire network. Per questo motivo oltre a organizzare master dedicati a queste specifiche figure professionali, creiamo anche moltissimi approfondimenti dedicati alle varie industry, penso al Food, alla Moda, ai Viaggi perché è fondamentale formare sia in modalità orizzontale per competenze che verticale per settori. Da sempre crediamo che si debba lavorare a fianco delle aziende e costruire percorsi di formazione mirata sulla base delle loro esigenze specifiche. La domanda di profili cambia e molto spesso ci troviamo a creare un ponte tra la richiesta di profili manageriali capaci di affrontare il mondo del lavoro e una formazione universitaria che è spesso troppo teorica o, peggio, ancorata a logiche del passato in un mondo che cambia ad accelerazione continua.

Un’accelerazione del cambiamento che alterna momenti di crescita con momenti di forte freno come quello che stiamo attraversando. Le vulnerabilità alimentate dall’evoluzione della pandemia e dalla guerra in Ucraina rendono ancora più complesso fare pianificazioni di medio periodo, in quanto le stime riguardo alla crescita macroeconomica e il recupero della fiducia dei mercati sono soggette a variabilità continua. 

Tutto ciò non solo penalizza il nostro Paese da un punto di vista commerciale, ma impedisce ad aziende, come per esempio quelle dell’agroalimentare, di sviluppare agricoltura smart, dove sono fondamentali competenze sulla sostenibilità, sul digitale, sulla comunicazione e la tecnologia. Questo mentre registriamo un tasso di disoccupazione giovanile al 24%, come osserva l’Istat, in Germania al 5,6%, e cifre ancora più allarmanti se pensiamo ai Neet, i giovani inattivi, che non studiano e non lavorano. 

Velocità di adattamento e profondità della formazione possono andare d’accordo solo se si lavora con chi ogni giorno è sul campo. In questo noi crediamo molto, perché la nostra missione è quella di creare un link tra la vocazione e il successo delle persone e questo è il motore della creazione di valore di lungo termine per le aziende. Parlo di vocazione perché l’altra fondamentale competenza di un manager è la sua forte motivazione e non esiste forma migliore di motivazione che quella di riuscire ad assecondare le proprie vocazioni.

Credo sia fondamentale un vero e proprio “patto formazione-lavoro” che ci permetta non solo di irrobustire la nostra economia, ma di produrre buona occupazione, di creare percorsi dove chi lavora può trovare senso e scopo. Di permettere ai giovani di realizzare i loro progetti, di innovare anche nella tradizione più eccellente della nostra industria, in un momento in cui sono ancora i dati dell’ISTAT a dirci che il nostro Paese ha visto quasi un milione di nostri connazionali andare all’estero. Un patto che permetta di far crescere le nostre esportazioni e ampliare  sempre più le frontiere del nostro  made in Italy nel mondo.