Torna a fiorire l'associazione, ultimo baluardo contro il caos

Eppur si muove. Sembrava in declino irreversibile: non era vero. L’associazionismo economico in Italia – da non confondere con quello sociale e culturale, che peraltro va benone anch’esso – sembra diventato un trasversale asse di riferimento per il sistema. Ha resistito a sei anni di crisi devastante. Alle spallate del “primo Renzi” – quello che detestava i corpi intermedi, che ha dimezzato e depotenziato le Camere di commercio e voleva abolire il Cnel – ed ha oltrepassato la lunga fase in cui anche pagare una quota d’iscrizione annuale di poche centinaia e a volte decine di euro sembrava un costo inutile da tagliare.

Tra qualche settimana si vota, e il vero rischio è l’astensionismo, figlio della frammentazione delle forze politiche in un quadro senza nessuna chiara governabilità. Al lato della politica, e fuori da essa, l’associazionismo si fa sentire. La Confindustra tra pochi giorni, a Verona, per la prima volta, proporrà alle proprie assise un “progetto-Paese” con cui intende andare oltre l’angolatura “di parte” con cui, legittimamente e dichiaratamente, ha sempre guardato al futuro, proponendo una visione d’insieme, in cui gli interessi delle imprese coincidano con quelli nazionali.

Il movimento dei manager – articolato in varie sigle decorosamente in armonia, tra le quali Federmanager si distingue per dinamismo – sta prendendo una forza di rappresentanza senza precedenti, di pari passo con la managerializzazione, appunto, di tante imprese ex-familiari ma anche con alcuni degli effetti della crisi, come quello di estromettere prima, ed ora precipitosamente richiamare all’opera, centinaia e migliaia di dirigenti che sembravano “non servire più”.

E’ finita la fase in cui anche pagare una quota d’iscrizione annuale, di poche centinaia e a volte decine di euro, sembrava un costo inutile

E c’è il caso dell’Alis, l’Associazione logistica per l’Intermodalità Sostenibile, ormai un caso di scuola, che rappresenta un’esplosione senza precedenti di associazione di filiera, costruita attorno alla necessità di razionalizzare e appunto fare sistema nella logistica: 1300 aziende iscritte in un anno, con ben 140 mila addetti, che rivendicano, con una capacità argomentativa inedita una politica coerente e innovativa dei trasporti e delle infrastrutture nazionali. 

Attorno, una buona resistenza delle altre grandi associazioni tradizionali: la Confcommercio, la Confesercenti, le varie sigle dell’agricoltura e dell’artigianato, uscite non bene dalla ressa attorno alla legge di Bilancio 2018 ma – almeno – in grado di protestare a voce alta e senza i balbettii da collateralismo tipici del passato.  La liquefazione dei partiti, insomma, si direbbe che abbia indotto un ricompattamento delle associazioni. Che vengono percepite come una “linea di difesa”, l’ultima, contro il caos.

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Del resto, è grazie all’associazionismo e alla sua figlia legittima – la concertazione – che dal ’92, con l’istituzione del “tavolo” intercategoriale di Palazzo Chigi (36 sigle ammesse!) che la politica rigorista necessaria per far accedere l’Italia all’Unione economica e monetaria sin dalla sua prima fase è stata possibile. L’istituzionalizzazione della concertazione ne ha poi, però, gradualmente ingessato i processi. I governi sembravano dipendere da un parlamento-ombra, una specie di “supercamera” non elettiva, che pretese di trasformarsi in una superlobby. La politica iniziò a reagire. Nei suoi cinque anni migliori, lo stesso Berlusconi – che, da bravo consensualista, frequentava volentieri il tavolo della concertazione – contemporaneamente tendeva a bypassarlo, ponendosi come “presidente operaio, presidente artigiano, presidente commerciante” …

E’ stata la concertazione a rendere possibile quella politica rigorista che ha permesso l’ingresso dell’italia nell’euro 

Con l’incalzare della crisi, le rappresentanze hanno fatalmente dovuto fare tutte un passo indietro, e annacquare anche le storiche appartenenze. Hanno assunto un atteggiamento più neutrale. Imparato a fare i conti con governi a sovranità limitata, da Monti in poi. E si sono trovare improvvisamente di fronte all’attacco di Renzi (compreso il sindacato dei lavoratori e la stessa Cgil), che le ha cmesse nel mirino della sua rottamazione. Si è scagliato lancia in resta contro le Camere di commercio dimezzandone il numero e le risorse, col togliere loro i proventi dell’imposta di registro, peraltro tra le meno odiate dalle imprese. A lungo, nel 2014 e nel 2015, per i renziani dare attenzione a una qualsiasi associazione di rappresentanza sembrava essere diventata una bestemmia. In questo quadro va letta la decisione, poi caduta con la bocciatura di tutti gli altri e più importanti quesiti referendari, di sciogliere il Cnel.

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Ma Renzi è un pragmatico. E sei mesi prima del referendum – ancora da presidente del Consiglio – ha deciso di cambiare strada, presentandosi per la prima volta in una grande assemblea associativa, quella della Confcommercio del 2016, in una sala con 1700 persone. Forse percependo la necessità di arginare l’incipiente emorragia del consenso.  

E oggi? Nessuno dei sindacati e delle rappresentanze imprenditoriali ha la nostalgia di tornare alla concertazione classica ma al dialogo sì. E tutti confermano quella linea di maggior neutralità, perfino la Cgil verso la sinistra politica, che intanto si è spaccata. 

Nessuno dei sindacati e delle rappresentanze imprenditoriali ha nostalgia della concertazione classica ma del dialogo sì

Oggi il quadro dell’associazionismo resta complesso ma trasmette ben altra energia di tre anni fa. Certo, dodici sigle associative rappresentano – direttamente nel caso dei sindacati dei lavoratori e indirettamente nel caso delle associazioni d’impresa – il 98% degli italiani che producono. E ce ne sono altrettante che si spartiscono il restante 2%. Ma nell’insieme la macchina si è rimessa in moto. Anche per necessità: la globalizzazione da un lato, la digitalizzazione dall’altro e la burocratizzazione dall’altro ancora sono divenute altrettante sfide insostenibili, da sole, per le imprese. Per un’azienda con meno di 15 dipendenti – il 98% di quelle iscritte ai registri camerali – è proibitivo partecipare senza consulenze ad una gara pubblica per un appalto, presentare la pratica per un finanziamento europeo, una domanda per un concordato con adesione o semplicemente una richiesta di fido in banca o provvedere alla sostituzione del sistema gestionale. E i periodici rinnovi del contratto di lavoro sono ancora oggi uno snodo cruciale per i costi delle aziende. Che sanno di non poter certo “far da sé”. Dare servizi, a buon mercato e di accettabile qualità: è stata ed è l’altra arma segreta dell’associazionismo 2.0.