Travolte dalla Csrd (Corporate Sustainability Reporting Directive), smarrite nei meandri degli Esrs (European Sustainability Reporting Standards), sopraffatte dalla Sustainable Finance Disclosure Regulation (Sfrd), investite dalla Corporate sustainability due diligence directive (Csddd), non stupisce che le imprese italiane non si siano ancora accorte che un nuovo troncone della bulimia legislativa europea si sta abbattendo sul loro business: si tratta del “Regolamento Deforestazione” che, a dispetto del nome, non riguarda solo l’industria del legno, anzi. Per capirlo, basterebbe già dare un’occhiata al nome completo, “Regolamento (UE) 2023/1115 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 maggio 2023, relativo alla messa a disposizione sul mercato dell’Unione e all’esportazione dall’Unione di determinate materie prime e determinati prodotti associati alla deforestazione e al degrado forestale”. Quali prodotti? Si tratta di sette materie prime (bovini, cacao, caffè, gomma, palma da olio, soia e legno) e alcuni prodotti finiti che contengono o che sono stati nutriti o fabbricati usando le materie prime in questione (tra i quali, ovviamente, carne bovina, cuoio, burro di cacao, cioccolato, alcuni derivati a base di olio di palma, mobili, carta stampata, compensato, pneumatici, battistrada e camere d’aria di gomma).

Ebbene: se la vostra impresa fa in qualche modo parte della filiera (dall’importazione alla lavorazione, fino alla commercializzazione di questi prodotti), il Regolamento sulla deforestazione riguarda anche voi. Perché, come sottolinea la Commissione europea, tra il 1990 e il 2020 sono scomparsi 420 milioni di ettari di foreste, ossia circa il 10 % del totale delle foreste che restano sul pianeta e l’espansione agricola è responsabile di quasi il 90 % della deforestazione a livello globale.

«Il Regolamento (UE) 2023/1115 sulla deforestazione e il degrado forestale impone obblighi molto gravosi per le aziende interessate», spiega a Economy l’avvocato Arnaldo Bernardi, partner di Dentons, studio legale globale che offre assistenza ad imprese nazionali e multinazionali in tutto il mondo. «È entrato in vigore il 29 giugno 2023 e impone un obbligo di due diligence affinché le aziende verifichino che determinate materie prime non siano state prodotte su terreni oggetto di deforestazione o degrado forestale dopo il 31 dicembre 2020». In parole povere, significa che le imprese che commercializzano sul territorio Ue prodotti o derivati di queste filiere dovrebbero non solo sapere su quali appezzamenti è transitata ogni singola mucca, dove è nato ogni singolo chicco di caffè, da dove arriva la cellulosa di ogni rivista… con i riferimenti  di ogni singolo piccolo agricoltore, ma anche avere la prova provata (e l’unica prova potrebbe essere il confronto fra fotografie satellitari) che i relativi appezzamenti non siano stati oggetto di deforestazione o degrado forestale dal 1 gennaio 2021. Il che è, allo stato, pressoché impossibile. Peccato che il Regolamento sia già direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, Italia compresa.

«Il Regolamento si applica alle persone fisiche e giuridiche che nel corso di un’attività commerciale immettono una materia prima o un prodotto interessato sul mercato dell’Unione o li esportano», spiega Bernardi, «e a quelle che, nel corso di un’attività commerciale, mettono a disposizione sul mercato dell’Unione i prodotti interessati per la distribuzione, l’uso o il consumo. Purtroppo, per i prodotti immessi nel mercato da operatori extra Ue, il rispetto degli obblighi ricade in capo al primo operatore stabilito nell’Ue. Nei gruppi societari, se l’implementazione delle misure può essere centralizzata, ciascuna filiale rimarrà responsabile della conformità dei prodotti commercializzati e della relativa redazione della dichiarazione di dovuta diligenza. L’obbligo per le grandi e medie imprese scatterà già il 31 dicembre di quest’anno mentre le piccole e micro imprese avranno fino al 30 giugno 2025».

Chi non si adegua rischia grosso: in caso di potenziale difformità, l’autorità di controllo – per l’Italia il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste – potrà adottare misure provvisorie come il sequestro dei prodotti e la sospensione della commercializzazione, se accertata la violazione del Regolamento potrà comminare misure correttive, che vanno dal ritiro dei prodotti al divieto di commercializzarli, e sanzioni pecuniarie fino al 4% del fatturato annuo nell’intera area Ue, confiscare i proventi, ed escludere l’impresa da appalti e finanziamenti pubblici fino a 12 mesi. «All’autorità è demandato il compito di effettuare controlli secondo piani stabiliti annualmente che dovranno rispettare precisi obiettivi quantitativi fissati dal Regolamento», spiega il legale. Ed è qui che sta il nocciolo della questione: «Tali controlli dovranno essere realizzati senza preavviso. L’autorità potrà richiedere l’esibizione di documenti inerenti il sistema di dovuta diligenza realizzare ispezioni in loco o analisi chimiche per identificare l’esatto luogo di produzione del prodotto».

E dunque, come adeguarsi? Operatori e imprese devono avere piena visibilità sulla propria catena di approvvigionamento, il che significa, spiega il legale di Dentons, «raccogliere dati, informazioni e documenti che confermino che i prodotti non sono associati a pratiche di deforestazione o degrado forestale, realizzare una valutazione dei rischi sulla base delle informazioni raccolte, adottare misure volte a minimizzare gli eventuali rischi, e predisporre una dichiarazione di dovuta diligenza che attesti che i rischi relativi ai prodotti interessati sono nulli o trascurabili. Le grandi imprese dovranno pubblicare una relazione annuale sul sistema di dovuta diligenza». Per ciascuna spedizione occorre dunque raccogliere una quantità impressionante di informazioni. Si va dalla descrizione e la quantità dei prodotti interessati all’identificazione del Paese di produzione; dalla geolocalizzazione di tutti gli appezzamenti, all’indirizzo postale e indirizzo di posta elettronica di qualsiasi impresa o persona presso cui l’operatore si sia rifornito, e molte altre…

Poi c’è l’obbligo della valutazione dei rischi: «deve tener conto di diversi criteri, tra i quali il rischio attribuito al paese di produzione, la presenza di foreste e/o di popoli indigeni, la complessità della catena di approvvigionamento o l’esistenza di sanzioni internazionali…» elenca Arnaldo Bernardi. «E ciascun operatore è tenuto a riesaminare la propria valutazione del rischio con cadenza almeno annuale».

Come conformarsi in concreto, allora? «Serve stabilire un piano d’azione efficace», sottolinea il partner di Dentons, «innanzitutto definendo una specifica governance interna con precisi ruoli e responsabilità, ma anche adeguando i propri modelli contrattuali. L’ideale è farsi assistere da consulenti specializzati, noi siamo già in contatto con diverse società, anche per quanto riguarda la realizzazione di valutazione dei rischi e la predisposizione di misure di mitigazione di questi ultimi».

E per assicurare la tracciabilità di prodotti e materie prime lungo tutta la catena di approvvigionamento? «È chiaro che nessuna società è in grado di farlo in autonomia. Sul mercato esistono diversi tool assai completi – tra cui Source Intelligence, Global Traceability e Agritask, ndr – ma occorre comunque assicurarsi che i profili di rischio attinenti a ciascuna società siano correttamente integrati». Insomma: se girare la testa dall’altra parte è altamente sconsigliato, lo è anche il fai-da-te. «Il Regolamento richiede la messa in atto di diverse misure di carattere operativo», conclude Bernardi, «ma, più in generale, si tratta di obbligazioni complesse in materia di compliance che richiedono una strategia, anche in un’ottica potenzialmente difensiva».