distributori di benzina
Più poteri a mister prezzi

Il G7 fa un passo avanti in quella che ora sembra una battaglia navale, dando l’ok al tetto al prezzo del petrolio russo, il cosiddetto price cap. (Qui la nota ufficiale del G7 e del Ministero delle Finanze italiano).

“Il G7 – si legge nella nota ufficiale del gruppo – ha compiuto un passo avanti fondamentale per raggiungere il nostro doppio obiettivo di abbassare le pressioni sui prezzi energetici e negare a Putin e a Mosca i ricavi per finanziare la sua brutale guerra in Ucraina“.

I ministri delle Finanze dei grandi sette hanno appena deciso, nel corso di un summit virtuale, che faranno cartello per fermare con urgenza la speculazione di Mosca sul caro carburanti che utilizza la guerra in Ucraina e la conseguente crisi energetica come strumento di ricatto. Usa, Regno Unito, Giappone, Canada, Germania, Italia e Francia sperano così di fare da apripista per il futuro, bloccando per necessità il libero mercato dei combustibili.

Parallelamente a questa mossa, si attende anche la decisione europea sull’ipotetico price cap al prezzo del gas per frenare la stangata e gli aumenti in bolletta a carico di famiglie e imprese.

Al tetto sul petrolio, Mosca risponde proprio con il gas. Inevitabili e a stretto giro son arrivate le minacce di Medvedev. Gazprom ha comunicato l’ennesimo guasto alle tubature del gasdotto Nord Stream 1. La società controllata dal regime parla di “perdite“, in realtà è un evidente presto per chiudere i rubinetti e annunciare che le forniture non riprenderanno alle 2 di notte di domani, orario in cui dovevano essere ripristinate al 20% del totale.

 

Come funziona il tetto al prezzo del petrolio?

Tecnicamente il price cap deciso dal G7 consisterà in 2 azioni:

  1. Sospensione dei finanziamenti a tutti i mezzi e navi che trasporteranno il greggio dalla Russia comprato a prezzi superiori rispetto a quelli imposti dal tetto.
  2. Sospensione anche dell’assicurazione marittima a queste navi che non rispetteranno il tetto.

La Russia è convinta che i suoi più vicini alleati, ossia Cina e India, contribuiranno al fallimento del tetto, acquistando volumi ancora più elevati di petrolio russo.

I teorici difensori del piano, sostengono, al contrario, che crescerà l’interesse da parte di Pechino e Nuova Delhi ad acquistare il petrolio da Mosca a prezzi sempre più bassi, ma talmente bassi da far collassare il mercato russo, che non saprebbe più come coprire i costi.

 

Ma quanto bassi devono essere i prezzi del petrolio?

G7 e Unione europea sono convinti di poter stringere la Russia nella morsa delle sanzioni e dei prezzi ribassati, al punto da far crollare il mercato di Mosca, che a quel punto non avrebbe più risorse per portare avanti le politiche muscolari e le minacce di guerra. Funzionerà? Diamo un’occhiata ai listini attuali, per poter rispondere alla domanda e capire di quanto deve essere questo tetto al prezzo del petrolio.

 

Quanto costa il petrolio?

Il Brent è quotato da 90 a 100 dollari al barile. I cinesi e gli indiani stanno facendo grandi scorte di petrolio grezzo grazie agli sconti rilanciati in questi mesi da Mosca di circa 40 dollari al barile.

Il price cap teoricamente funzionerebbe solo se fosse basso, ma al punto da mettere la Russia nelle condizioni da non riuscire a coprire i costi di produzione che, a Mosca, si aggirano attorno ai 4 dollari al barile. Poco.

 

Di quanto si può abbassare il prezzo del petrolio?

Dunque, calcoli alla mano, anche se il tetto imposto fosse di 25 dollari al barile, Mosca potrebbe farcela e le misure inciderebbero di poco.

A quel punto lo scenario della battaglia navale si sposterebbe sulle assicurazioni dei cargo che trasportano carburante russo. Il price cap, infatti, prevede di colpire le assicurazioni alle navi che trasportano petrolio a prezzi superiori della quota fissata dal tetto.

È vero che la compagnia assicurativa inglese International Group of Protection copre il 95% della flotta mondiale di navi petrolifere. Con gli inglesi, che sono alleati, teoricamente saremmo al sicuro. Ma è altrettanto vero che esiste un numero non precisato di trasportatori di petrolio russo coperti da contratti assicurativi non occidentali. Tanto per cambiare, Cina e India per primi hanno firmato contratti con compagnie assicurative russe, come la Russian National Reinsurance Company, anche lei gestita dal regime del Cremlino. I manager di queste aziende controllate che si oppongono al regime di Putin fanno la fine di Ravil Maganov, presidente russo di Lukoil, l’ultimo ma uno dei tanti suicidi sospetti.

 

Cina, India e Ungheria fanno scorte di petrolio russo

Insomma, in questo scenario da battaglia navale, il funzionamento del price cap dipenderà anche da Cina e India, e da quanto si potrà abbassare la leva del tetto ai prezzi. La misura del tetto sarà ancora decisa, e dovrà comunque passare dalle forche caudine dei Paesi europei più filorussi ed euroscettici, Ungheria in primis. A proposito, Budapest continua a fare scorte di gas e petrolio russi.

L’Italia continua a prelevare gas dall’Algeria. Mentre Jinping a Orban continuano a fare scorte di carburante russo. Il loro potere contrattuale in questa guerra sporca di oro nero rischia di salire pericolosamente.