elon musk

Nella galassia industriale di Elon Musk, i confini tra automobili, spazio, intelligenza artificiale ed energia appaiono sempre meno definiti. Ora, però, la prospettiva di riunire Tesla e SpaceX sotto uno stesso tetto societario si scontra con un ostacolo grande quanto il mercato cinese: la presenza produttiva e commerciale del gruppo di auto elettriche nella Repubblica popolare. Secondo il Wall Street Journal, i consulenti di Tesla avrebbero esaminato una possibile separazione delle attività cinesi, valutando diverse soluzioni, dalla vendita allo scorporo. Musk ha smentito duramente, ma l’ipotesi riapre il dibattito sul futuro della sua costellazione di imprese.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Le opzioni sul tavolo e la smentita di Musk

I consulenti di Tesla avrebbero discusso la possibilità di vendere, scorporare o, nello scenario più drastico, chiudere le operazioni in Cina. Non risulterebbero tuttavia decisioni definitive né un calendario già stabilito: secondo il Wall Street Journal, le valutazioni sarebbero ancora fluide e potrebbero essere modificate. Elon Musk ha respinto la ricostruzione, affermando che una simile operazione non sarebbe mai stata discussa e definendo la notizia «assurdamente falsa». Reuters, che ha rilanciato il contenuto del quotidiano finanziario americano, ha precisato di non aver potuto verificare in modo indipendente l’esistenza del piano.

L’incastro geopolitico tra Pechino e Washington

Una fusione tra Tesla e SpaceX non sarebbe una normale operazione industriale. SpaceX è uno dei principali fornitori del governo e della difesa degli Stati Uniti, mentre Tesla possiede a Shanghai una delle sue infrastrutture produttive più importanti. La combinazione potrebbe sollevare interrogativi sulla sicurezza nazionale, sulla circolazione dei dati e sui legami di un appaltatore militare americano con la Cina. Anche Pechino potrebbe guardare con cautela a un gruppo capace di integrare automobili connesse, satelliti, sistemi di comunicazione, semiconduttori e tecnologie potenzialmente a uso duale, civile e militare.

Shanghai, il cuore produttivo difficile da separare

Abbandonare la Cina, tuttavia, significherebbe intervenire su uno dei pilastri della struttura industriale di Tesla. La Gigafactory di Shanghai, entrata in attività nel 2019, ha una capacità annua superiore a 950 mila automobili e produce Model 3 e Model Y destinate sia al mercato locale sia alle esportazioni. Secondo Reuters, nel 2025 lo stabilimento ha realizzato più della metà delle consegne mondiali del costruttore. Oltre il 95% dei componenti utilizzati nello stabilimento proviene inoltre da fornitori localizzati in Cina: una catena del valore costruita nel corso degli anni, che sarebbe complesso e costoso replicare altrove.

La concorrenza cinese e il valore dell’operazione

Il mercato cinese resta strategico, ma è diventato anche più difficile. I produttori locali controllano ormai circa il 72% del comparto nazionale delle auto elettriche, mentre le vendite domestiche di Tesla sarebbero diminuite del 9% nel primo semestre del 2026. La Cina rappresenterebbe ancora quasi il 17% dei ricavi del gruppo, ma la crescente pressione di BYD, Xiaomi, Xpeng e Li Auto sta comprimendo gli spazi della casa americana. Un eventuale scorporo potrebbe ridurre i rischi politici e facilitare una futura integrazione con SpaceX, ma imporrebbe una valutazione delicata: gli asset cinesi potrebbero essere ceduti a multipli molto inferiori rispetto alla valutazione finanziaria riconosciuta dal mercato all’intera Tesla.

Una fusione ancora tutta da costruire

La possibile aggregazione tra Tesla e SpaceX resta, in ogni caso, priva di un annuncio formale. Musk aveva recentemente alimentato le speculazioni citando le crescenti aree di sovrapposizione tra le sue società, soprattutto nell’intelligenza artificiale, nei chip e nelle infrastrutture di calcolo. Un’unione permetterebbe di concentrare capitali, tecnologie e potere decisionale, ma porrebbe problemi di governance, tutela degli azionisti e controllo regolamentare. Per il momento esistono dunque un’ipotesi industriale, una valutazione attribuita ai consulenti e una smentita categorica del fondatore: non ancora un’operazione concreta.