Marco Simon Puccioni

di Diletta Talenti

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Nel 1219, mentre la Quinta Crociata insanguina l’Egitto, Francesco d’Assisi attraversa il campo di guerra per incontrare il Sultano al-Malik al-Kamil. Non porta armi, non cerca una vittoria: cerca un dialogo impossibile. Ottocento anni dopo, Marco Simon Puccioni torna a quell’episodio con “Terrasanta“, un film storico internazionale sulla possibilità della pace quando la guerra sembra essere tornata l’unico linguaggio del mondo.

Per Puccioni, regista, sceneggiatore e docente alla Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté di Roma, “Terrasanta” non è un film religioso in senso convenzionale, né una semplice ricostruzione medievale. È il nuovo capitolo di un percorso autoriale che da oltre trent’anni attraversa innovazione tecnologica, diritti civili, conflitti sociali e domande politiche profonde: un cinema che cerca nella storia non un rifugio, ma una lente per leggere il presente. Il progetto ha già ottenuto il patrocinio del Comitato Nazionale per l’VIII centenario della morte di San Francesco d’Assisi. La sceneggiatura è all’attenzione di Rai Cinema e la produzione guarda alla coproduzione internazionale. “Terrasanta” nasce infatti come film multilingue, coerente con il mondo cosmopolita delle Crociate: un crocevia di lingue, culture, appartenenze religiose e identità politiche che si incontrano e si scontrano. Accanto al progetto si sta formando una squadra artistica e tecnica di alto profilo nei reparti chiave — fotografia, scenografia e costumi — con professionisti capaci di dare forma visiva a un racconto che richiede rigore storico, respiro cinematografico e forza simbolica. La produzione è inoltre in contatto con interpreti internazionali che hanno manifestato interesse per la natura del film, pensato per il pubblico italiano, il mercato estero, i festival e le platee internazionali. «Francesco non è interessante perché appartiene al passato, ma perché parla a una domanda del presente: cosa significa cercare la pace quando tutti intorno chiedono guerra?», racconta Puccioni. «La guerra riunisce molti dei conflitti che attraversano anche il nostro tempo: migrazioni, disuguaglianze, fanatismi, fratture sociali».

Questa tensione tra presente e storia attraversa da sempre il cinema di Puccioni. Autore di “Quello che cerchi”, tra i primi lungometraggi italiani realizzati interamente in digitale, ha scommesso sulla tecnologia quando il digitale era ancora una frontiera incerta. Già negli anni Novanta aveva esplorato la televisione interattiva, anticipando una trasformazione del rapporto tra immagini, pubblico e partecipazione. Eppure, per lui, la tecnologia non è mai stata un fine. «Mantieni comunque tu il controllo creativo di quello che vuoi dire», osserva. “La tecnologia può abbattere costi e aprire possibilità, ma non può sostituire l’esperienza umana che fonda il racconto cinematografico”. Dalla pellicola al digitale, fino all’intelligenza artificiale, ogni strumento ha senso solo se serve a restituire un’esperienza umana, un conflitto, una domanda.

È anche per questo che il cinema di Puccioni ha spesso lavorato sulle zone più sensibili della società italiana: identità, famiglie, minoranze, trasformazioni del costume. Con “Il filo invisibile”, realizzato per Netflix, ha portato nel cinema italiano una famiglia con due padri dentro una commedia popolare, confermando una linea di lavoro che intreccia racconto, diritti civili e immaginario collettivo. Questa idea di cinema come esperienza condivisa si confronta oggi con una crisi evidente della sala. «Oggi il cinema non può limitarsi a inseguire il pubblico: deve tornare a dargli un motivo per uscire di casa. Una sala si riempie quando un film diventa esperienza, discussione, comunità».

Puccioni, che siede nel direttivo dei 100autori, osserva la trasformazione del cinema italiano da una posizione insieme artistica, didattica e politica. Da autore e da docente, sa che non basta difendere il cinema come tradizione: bisogna restituirgli urgenza, rischio, necessità. In un tempo in cui guerra, religione e identità tornano a dividere il mondo, Marco Simon Puccioni torna a San Francesco non per cercare una figura rassicurante, ma per interrogare il presente da una distanza più radicale. “Terrasanta” pone così una domanda semplice e vertiginosa: è ancora possibile attraversare il campo nemico senza rinunciare alla propria umanità?