mercato tutelato
DAVIDE TABARELLI NONISMA ENERGIA

“Suggerisco di fare il pieno questo weekend”. È la battuta con cui Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, chiude l’intervista a “Conti in Tasca”, condotto da Sergio Luciano, direttore di Economy. Il punto di partenza è il caro carburante e la crisi di Hormuz. Nell’immediato, spiega Tabarelli, non si vedono soluzioni significative. E anche ridurre la pressione fiscale sui carburanti, secondo il presidente di Nomisma Energia, sarebbe un errore: “Bisogna stare attenti a non commettere errori, come quello di ridurre le tasse: ridurle è una droga per i consumatori”. Dal price cap dell’Eni al petrolio, dal ritorno del nucleare all’ETS, fino alla crescita delle rinnovabili e ai nuovi consumi elettrici legati anche ai data center: Tabarelli traccia un quadro nel quale la questione energetica torna a intrecciarsi con quella della sicurezza degli approvvigionamenti. E avverte: “I pasti gratis non esistono: bisogna anche accettare gli impianti”.

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Partiamo dal price cap dell’Eni sui carburanti. Quanto può incidere?

“È una riduzione dell’ordine del 5%. A parte che l’Eni ha una quota del 30% del mercato italiano dei carburanti: c’è il problema dell’altro 70%. Quindi sì, è un piccolo aggiustamento in una situazione che si sta facendo difficile; anzi, questa decisione conferma proprio quanto stia diventando grave. Come ricordava lei, azioni di questo tipo sono già state fatte in passato: ricordo anche Bernabè, negli anni Novanta, quando ci fu una simile moral suasion da parte del governo, che obbligò l’Eni a ridurre di 50 lire al litro il prezzo dei carburanti; si andava verso la quotazione in Borsa. Le notizie importanti, in realtà, sono quelle di stamattina: Trump ha rifiutato la proposta di riapertura di Hormuz”.

A Trump conviene il caro petrolio?

“No, è terribile. L’economia è forte, ma è una delle principali, se non la principale preoccupazione in questo momento. È vero che i petrolieri guadagnano tanto, ma sono una fetta della ricchezza americana, non la più importante. Come da noi in Italia, anche negli Stati Uniti tutti viaggiano in auto, tutti pagano di più la benzina, c’è l’inflazione: e ogni presidente, ogni politico che deve farsi rieleggere nella nostra democrazia – ed è giusto così – sta attento a ciò che innervosisce i consumatori. È il primo problema”.

E perché allora i prezzi non sono esplosi come ci si poteva attendere?

“Una spiegazione del perché i prezzi non siano esplosi come ci si poteva attendere – sono alti, ma non catastrofici – è proprio che da un momento all’altro ci si aspetta che Trump faccia la pace, perché per lui è un grande problema. I mercati non riescono a capire come possa andare avanti: sembrerebbe un suicidio politico. Tuttavia si è incastrato in questa guerra e fa fatica a uscirne, perché le posizioni negoziali, politiche e militari sono larghissime, molto distanti”.

Il precedente della Groenlandia può far pensare a una soluzione soprattutto comunicativa?

“Certo, fa queste boutade, queste uscite, però qui con l’Iran c’è qualcosa di molto più concreto”.

Veniamo al nucleare. Come valuta la legge e il ritorno al nucleare in Italia?

“È una notizia positiva, coerente con le promesse elettorali, anche se un po’ in ritardo, e coerente con la linea politica del ministro, di Forza Italia, il partito di Berlusconi – un partito liberale e filoindustriale – che il nucleare lo aveva già approvato nel 2010; poi ci sono stati l’incidente e il referendum del 2011. Da favorevole all’energia nucleare, la giudico positiva. Certo, arriva 40 anni dopo l’incidente di Chernobyl, dell’aprile 1986, seguito dal referendum del 1987: questa distanza testimonia le difficoltà che abbiamo in Italia a fare il nucleare. Sarà difficilissimo. È un primo passo, ci sono tanti decreti attuativi da fare”.

Quanto pesa il problema del rapporto con i territori?

“È un problema di tutte le democrazie, e noi ce l’abbiamo più serio, più accentuato. Per esempio – ed è una delle critiche degli oppositori del nucleare – non abbiamo ancora trovato il sito per il deposito delle scorie vecchie. È una cosa richiesta dall’Europa, siamo in infrazione, e questo testimonia le difficoltà di questi 40 anni. Il fatto che si farà di nuovo un referendum: è una scelta che andrà appoggiata da tutto il Parlamento, non solo da una parte. È estremamente difficile”.

Ma l’Italia già importa elettricità prodotta dalle centrali nucleari degli altri Paesi…

“Però ricordo a tutti gli italiani che, tra i grandi paesi industrializzati e manifatturieri, il primo per dipendenza dall’importazione di elettricità è l’Italia: importiamo circa il 15% dell’elettricità dall’estero, soprattutto al Nord, e quasi tutta viene dalle centrali nucleari della Francia e in parte della Slovenia. Sono vicinissime, e il rischio – se ci fosse, ma francamente non lo vedo più – di incidenti modello Chernobyl ce lo danno già: sono a due passi, oltre le Alpi, a 200-300 chilometri”.

E quell’elettricità dobbiamo pagarla anziché produrla noi.

“Esatto. Per questo, se adesso ci lamentiamo tanto delle bollette, il cui aumento è dovuto soprattutto al gas mediorientale e al blocco di Hormuz, senza i 56 reattori nucleari francesi i prezzi sarebbero molto più alti e le bollette molto più salate”.

Passiamo all’ETS. Perché l’Europa non lo sospende?

“Innanzitutto l’ETS, l’Emission Trading System, grava sul sistema industriale e sulla produzione elettrica, soprattutto sui prezzi della bolletta. Anche sulla logistica, però: le navi. Con l’ETS2 che sta entrando in vigore, molte navi che si rifornivano qui in Italia stanno andando da altre parti, dove questo costo non c’è. Però la grande spesa per i trasporti in Italia riguarda gli automobilisti e i camion, e lì l’ETS non c’è ancora. Lì c’è una fortissima tassazione: più o meno metà del prezzo sono tasse, e il governo è intervenuto sul gasolio”.

Quanto pesa invece l’ETS sull’elettricità?

“L’ETS è una cosa più industriale, una sorta di prezzo da pagare per le emissioni di CO2. Molto grossolanamente: su una bolletta domestica di circa 30 centesimi per kilowattora, circa 4 centesimi sono dovuti a questa componente; per l’industria è comunque un costo aggiuntivo”.

Perché è così difficile metterlo in discussione?

“L’Emission Trading System è diventato il fiore all’occhiello del Green Deal, delle politiche verdi europee. Nel 2024 abbiamo votato un Parlamento europeo con una maggioranza di centrosinistra, che ha riconfermato von der Leyen e che ha fatto il Green Deal. C’è stato un lieve aggiustamento, ma in sostanza la nostra democrazia va coerentemente avanti sulla strada della decarbonizzazione, che secondo me è irrealistica: non ce la faremo mai a raggiungere gli obiettivi, ma ci consente di essere in pace con noi stessi, di fare molto, almeno nelle intenzioni, contro il cambiamento climatico, perché per molti è l’emergenza planetaria – quest’estate morivamo dal caldo, tutte queste cose qua”.

Quindi sospendere l’ETS non è una prospettiva realistica?

“Facciamo fatica a trovare una forza in grado di dibattere, di criticare il Green Deal e di modificarlo. Anche l’industria, che ha i suoi problemi e i suoi difetti, ci prova ma al momento non ci riesce. Quindi l’ETS non lo possiamo togliere: non è verosimile”.

Veniamo alle rinnovabili. I consumi elettrici stanno aumentando, anche per effetto dell’intelligenza artificiale e dei data center. Qual è lo scenario?

“Innanzitutto stiamo parlando di energia elettrica. Prima abbiamo accennato ai trasporti e ad altri consumi energetici che non sono elettricità. L’elettricità è una fetta del sistema energetico, ed è il futuro, come in parte è stata il passato: sempre più consumi in tutti gli usi finali, i trasporti con l’auto elettrica, anche se fa molta fatica, il riscaldamento, e molto i data center. Tutti usiamo dispositivi che passano attraverso i data center, e lì i consumi stanno esplodendo. In realtà anche quella sarà una fetta del tutto: speriamo che tutta l’industria continui a usare elettricità, perché vuol dire che produce di più. Il futuro sono più consumi elettrici”.

E questo rende ancora più importante la tenuta del sistema elettrico.

“Il data center è importante perché chi è più anziano si ricorderà – e anche ai giovani ogni tanto capita – che ci sono interruzioni nel servizio elettrico; ci sono stati blackout giganteschi, anche recenti, in Spagna. I sistemi elettrici sono sempre delicati e devono essere sempre disponibili: è fondamentale, e lo diventa ancora di più con l’intelligenza artificiale, perché ormai siamo tutti digitali, e il digitale è sempre un segnale elettrico che passa attraverso fili e data center che vanno raffreddati”.

Quanto possiamo aumentare la produzione da fonti rinnovabili?

“Sul lato dell’offerta, l’elettricità è bellissima perché la possiamo produrre in tanti modi, anche con le rinnovabili. Non abbiamo bisogno dei rivoluzionari ambientali che ce lo insegnino: l’abbiamo sempre fatto in tutto il mondo. Anche l’Italia è stata fra i primi a usare l’idroelettrico, a cavallo tra Ottocento e Novecento e poi dopo la seconda guerra mondiale: abbiamo tantissime dighe, e l’idroelettrico è ancora la prima fonte rinnovabile”.

E per eolico e fotovoltaico?

“Negli ultimi anni c’è stato il tentativo, anche riuscito, di fare più eolico – in Italia un po’ meno – e tanto fotovoltaico, che copre tantissime superfici, sui tetti, sui prati, e si sta espandendo. Nell’ultima statistica annuale abbiamo una produzione di 44 terawattora; in Italia ne consumiamo 310 e ne produciamo 280. Siamo uno dei paesi al mondo dove è cresciuto di più; come quota sul totale del consumo ci supera un po’ la Germania”.

Possiamo raddoppiare o addirittura triplicare?

“Possiamo anche raddoppiare, triplicare, ma con attenzione: non siamo la Spagna, che ha un sacco di deserto, né la Francia, dove ci sono spazi enormi. Siamo sempre in un contesto particolare, un territorio con una vocazione agricola, un patrimonio, delle comunità. È difficile fare i pannelli da noi, oltre che le centrali nucleari. Però piano piano li facciamo, le rinnovabili stanno crescendo. Non bisogna dimenticare che serve tutto: serve anche il gas, il prossimo inverno. Oggi comincia a fare freschino, le scorte in Germania sono basse: dita incrociate, speriamo che il nucleare francese funzioni e che ci sia molto vento nel Nord Europa. Come è capitato l’inverno scorso, e come capita sempre d’inverno, ci sono settimane di nebbia senza un filo di vento nel Mare del Nord: la Germania fa fatica, deve importare di più dalla Francia, che esporta meno, i prezzi salgono e poi noi ci lamentiamo. I pasti gratis non esistono: bisogna anche accettare gli impianti”.

Torniamo ai carburanti. Se non c’è la pace a Hormuz, nell’immediato non si possono prevedere soluzioni significative?

“No, nell’immediato no. Anzi, bisogna stare attenti a non commettere errori, come quello di ridurre le tasse: ridurle è una droga per i consumatori. Il segnale che deve arrivare attraverso il prezzo è invece quello di una seria scarsità, di una crisi grave, perché è così. Poi speriamo che arrivi la pace e che i prezzi, se non altro, non aumentino. Ma vediamo. Suggerisco di fare il pieno questo weekend”.