Sviluppo sostenibile tra legge e consulenza
Massimo Penco

Nell’ultimo decennio è cresciuta sempre più – con un’ulteriore accelerazione nell’ultimo triennio – l’attenzione alla sostenibilità dell’economia e al rispetto di tutti i fattori produttivi coinvolti dal ciclo aziendale.

Alla tematica sono state associate numerose sigle e locuzioni: dalle proposte scientifiche perorate sin dalla Conferenza delle Nazioni Unite di Stoccolma del 1972, sino alla formulazione del sintagma Sviluppo Sostenibile con il Rapporto Bruntland del 1987 e l’Earth Summit dell’Unfcc di Rio de Janeiro nel 1992, passando per la Csr – Corporate Social Responsibility del libro bianco europeo del 2001. Oggi l’importanza del tema è veicolata soprattutto tramite la sigla Esg (Environment, Social, Governance) che rappresenta i “valori fondamentali” attraverso i quali si vuole compendiare i fattori con cui verificare in concreto la sostenibilità delle imprese. In questa evoluzione sono aumentate le questioni di rilievo: dalla concentrazione sul problema ecologico, all’inclusione e al rispetto delle diversità nei luoghi di lavoro e alla corretta gestione delle imprese (prodromica – peraltro – alla garanzia delle stesse prime istanze), evitando sia i conflitti di interesse sia le priorità a favore di specifiche classi di individui a lungo predominanti (i.e.: uomini invece di donne, bianchi invece che altre etnie, anziani vs giovani con competenze specifiche, famigliari in luogo di individui selezionati per merito e indipendenza e così via).

In un primo momento, il riferimento principale su cui si proiettavano le iniziative in questo ambito erano gli Stati e le grandi multinazionali, coinvolte esplicitamente dalla direttiva 2014/95/UE e dal d.lgs. 30 dicembre 2016, n. 254 attraverso la reportistica societaria non finanziaria, il cosiddetto bilancio di sostenibilità. Questo strumento, negli ultimi anni, è consigliato anche alle PMI più virtuose per comunicare la propria compatibilità con le istanze socio-ambientali.

Ciascuna impresa può sviluppare percorsi di valorizzazione del contributo all’ecosistema circostante, a titolo esemplificativo:

implementare misure organizzative (selezione fornitori “a km 0”) o di welfare-wellbeing (nidi, facilities aziendali) al fine di ridurre gli spostamenti;
individuare processi produttivi orientati all’utilizzo consapevole delle risorse (ricorso a impianti fotovoltaici negli stabilimenti per ridurre le emissioni di CO2; sistemi di recupero calore e monitoraggio dei consumi; illuminazione e riscaldamento-condizionamento innovativi; risparmio di materiali e/o riduzione di quelli non riutilizzabili; valorizzazione dell’economia circolare);
proporre iniziative di valorizzazione del territorio, della scuola e delle università (i.e. accordi con istituti scolastici volti a favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, valorizzazione dei prodotti locali).

È evidente, dunque, che sono numerose le opportunità di manifestare la propria compliance alle normative e di innovare anche i migliori principi Esg: ciascuna offre ricadute concrete per il pianeta, come sull’ottimizzazione ed efficientamento del sistema azienda, nonché sulla sua reputazione.

Sarebbe perciò un peccato cadere nelle tentazioni di greenwashing, espressione di una visione miope (incapace di vedere come gli sforzi verso la sostenibilità garantiscano la salvaguardia di tutti e delle future generazioni, oltre a creare valore per la stessa impresa), ma anche illecito con rilevanza, talvolta, sia civile sia penale, sempre più indagato dalle autorità di vigilanza dei Paesi occidentali, compreso il nostro.