Superbonus

La sua liquidazione è andata per pagare il Superbonus, perché né lui né la società che ha fatto i lavori avevano sufficienti crediti fiscali. La storia di Bruno Sega è simile a quella di molti altri “esodati del Superbonus” che volevano effettuare degli interventi sulla propria casa. Per lui lo spalma crediti deciso dal governo rappresenta la pietra tombale sulla possibilità di recuperare qualcosa dei risparmi che gli sono serviti per coprire il buco che è stato originato dai tanti cambi di legge che ha voluto il governo. 

 

Volevo solo sistemare casa col Superbonus

Tutto comincia quando a inizio 2022 Sega decide di approfittare di una possibilità messagli a disposizione dal governo di allora. “Abito in un piccolo condominio. – dice – Siamo quattro famiglie e siamo tutte parenti tra noi. A inizio 2022, quando ci è stata data la possibilità di fare queste ristrutturazioni, ho contattato un’impresa edile che mi ha fatto un piano per fare il cappotto, le pompe di calore e un efficientamento energetico dell’immobile. Inizialmente ho fatto un finanziamento. Il valore totale era di 450 mila euro, ma col Superbonus li avremmo recuperati. L’azienda in un primo tempo aveva detto che avrebbe preso direttamente i crediti e avrebbe provveduto a fare i lavori. Per noi l’intervento era a costo zero. Quando l’azienda si è trovata in difficoltà economica ,e non potendo cedere i crediti ha sospeso i lavori. Ci siamo messi attorno a un tavolino e abbiamo messo mano al portafoglio”.

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La liquidazione per coprire le spese

Con il cantiere a metà, Sega e i suoi familiari hanno dovuto mettere, così, mano al portafoglio. “ Abbiamo cercato di terminare quelle attività che ci consentivano di fare il salto energetico. – spiega – In quattro abbiamo finito di fare il cappotto con 150 mila euro. Abbiamo messo le pompe di calore e poi abbiamo concluso  tutti quei lavori che arrivano di conseguenza. Abbiamo chiuso al 31 dicembre 2023. Ma noi siamo persone con lavori normali. Per noi non ha senso spalmare questi crediti su dieci anni. Miio cognato ha fatto un prestito ponte, perché credeva che sarebbe rientrato cedendo il credito alle poste. Le poste gli hanno bocciato la pratica. Si trova da una parte a pagare gli interessi, le poste non gli hanno accettato il credito e in più se gli spalmano i crediti in dieci anni invece di quattro è un vero disastro”. E l’azienda? “L’impresa con la quale abbiamo ottimi rapporti – continua – ha due milioni e mezzo di crediti, che dovrebbe smaltire 700 mila euro l’anno. Per quanto dovrebbe pagare tasse non ha capienza fiscale per scontarli. Intanto ha iniziato a licenziare”.