Secondo l’OMS, un aumento dell’1% della velocità media è associato a circa il 4% in più di rischio di incidente mortale; una riduzione del 5% della velocità media può invece ridurre le vittime di circa il 20%. Sempre nel dataset dell’OMS, l’Italia appartiene alla categoria 3, quella che soddisfa i criteri considerati di migliore pratica: una normativa nazionale sulla velocità, un limite urbano generale non superiore ai 50 chilometri orari e la possibilità, per le autorità locali, di introdurre limiti inferiori. Ciò non toglie che ogni anno, in Italia, si registrino circa 3.000 morti per incidenti stradali. Sarebbero di più o di meno, se quei limiti di velocità fossero più permissivi o non esistessero affatto?
Non lo sappiamo con certezza. L’OMS, però, e non soltanto l’OMS, rileva un rapporto causale tra l’aumento della velocità e quello delle vittime della strada. Quale governo si assumerebbe mai la responsabilità di allentare i limiti o, addirittura, di abolirli?
Questo stesso ragionamento va applicato, pari pari, al recentissimo divieto introdotto ieri nell’ordinamento francese, seguendo la strada già percorsa dall’Australia, che aveva adottato una misura analoga qualche mese fa. «Che cosa c’entrano le due cose?», potrebbe domandarsi un osservatore superficiale.
C’entrano. I controlli capillari necessari per verificare che davvero nessun minore — o, comunque, nessun ragazzo al di sotto dei 15 anni — utilizzi i social sarebbero più che difficili: sarebbero quasi impossibili. E sancire per legge qualcosa di sostanzialmente inattuabile è diseducativo, sul piano sociale, perché suggerisce che possano esistere norme promulgate per pura apparenza.
Eppure… eppure no. Esistono moltissimi divieti poco rispettati e rarissimamente sanzionati — si pensi, per esempio, al reato di insider trading — che, tuttavia, con il loro semplice esistere stigmatizzano determinati comportamenti, qualificandoli come illeciti. Certo: questo può aggiungere a quei comportamenti un sapore di trasgressione. È un argomento caro agli antiproibizionisti e a chi, rileggendo la storia delle crociate dei governi americani contro l’alcol, ne ricorda gli effetti spesso contrari alle intenzioni. D’accordo. Ma ogni epoca ha le proprie droghe e le proprie forme di dipendenza.
Far capire ai genitori dei quindicenni di oggi che i social possono davvero rincoglionire i loro figli, e stimolarli così a vigilare sul rispetto del divieto, è un tentativo forse destinato all’insuccesso, ma simbolicamente significativo.
Resta il paradosso di un Occidente che, ormai stabilmente e da almeno quindici anni, permette che sul web si consumino impunemente reati gravi, se non turpi — la diffamazione è soltanto il più lieve — che nella realtà “fisica” ed extradigitale continuano a essere sanzionati e, spesso, puniti sul serio. Un paradosso la cui responsabilità morale ricade interamente sul dissennato laissez-faire americano, culla dell’Alien che sta divorando le nostre teste: l’Idiota Collettivo. Negli algoritmi dei social, votati unicamente alla quantità dei clic, esso trova il terreno di coltura ideale per far prosperare la propria velenosa scemenza. Velenosa per la democrazia, tanto per essere chiari. Non è un caso che la democrazia assista, tremando, al continuo deterioramento del proprio stato di salute: in America, dove il fenomeno è visibile a occhio nudo “grazie” a Trump, ma anche in Europa, sotto le consuete ipocrisie di facciata.
I divieti contro l’uso dei social da parte dei minori — quelli tentati da Australia e Francia e quelli che verranno — per quanto velleitari e impotenti possano apparire, rappresentano dunque almeno un accenno di risposta immunitaria del sistema. E chissà che, alla fine, non riescano a prevalere sul virus letale della demenza collettiva da social.
















