Alla fine l’inflazione potrà farci addirittura bene, nonostante tutto, almeno se si fermerà dov’è arrivata e poi ripiegherà. Perché ci sta facendo capire, o ricordare, l’importanza di portare efficienza ai nostri risparmi, facendoli lavorare per noi. Questo rialzo dei prezzi imprevisto ci sta suggerendo scelte sagge, come quella di non “far da sé” nella gestione dei propri patrimoni, ma di affidarli a consulenti competenti. 

Ne è convinto Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum nonché interprete autentico, con Massimo Doris, di quella visione del mondo e dell’economia in chiave positiva ed ottimistica che aveva da sempre contraddistinto e accompagnato il lavoro straordinario – quasi una missione, come sa chi l’ha conosciuto bene – del fondatore Ennio Doris.

«Il grande balzo inflattivo, probabilmente col tempo, andremo ad ascriverlo più a un tema sociologico che economico», ricostruisce Volpato in quest’intervista esclusiva con Economy. “Credo che questo periodo di inflazione importante sia riconducibile ai cambiamenti indotti da un fenomeno secolare e globale come la pandemia. Il Covid ha modificato la percezione che ciascuno ha della vita, rendendo vivido il senso di precarietà. Questa condizione ha modificato conseguentemente le nostro abitudini, cambiando l’idea del godersi la vita. E questa nuova consapevolezza ha avuto un forte impatto sui consumi”.

Ma l’inflazione in sé resta un pericolo, non trova?

Certamente il rialzo dei tassi, che si traduce in un maggior costo dei debiti delle famiglie, unito a una dinamica salariale non proprio così agganciata all’inflazione, porteranno a un raffreddamento dell’inflazione stessa e, nel tempo, anche dei consumi. Tuttavia vorrei soffermarsi su due effetti positivi. Da una parte, il conto dell’inflazione che abbiamo pagato e stiamo ancora pagando, ci sta stimolando verso la ricerca di quell’efficienza che il decennio di tassi a zero aveva offuscato a favore della liquidità in conto. A livello macro, inoltre, le banche centrali stanno mettendo sufficiente fieno in cascina per poter tornare a fare una politica opposta, più distensiva, riabbassando i tassi e ridando fiato all’economia.

Una specie di pendolo?

Io credo che dovremmo recuperare la saggezza dell’osservazione della natura. Cosa voglio dire? Che l’osservazione dei fenomeni nel tempo ci dice come vanno solitamente le cose. Da sempre, viviamo all’interno di un movimento di lungo termine di crescita perenne che si chiama progresso, fatto di un’alternanza certa tra momenti di sviluppo più veloci e altri meno intensi, magari frammentati da qualche momento di decrescita per frangenti circoscritti. Ciò che resta chiaro è il fatto che il mondo corre sempre, oggi con un acceleratore straordinario che si chiama tecnologia digitale, di cui fra qualche anno avremo più consapevolezza, tutti.

In effetti i mercati finanziari segnano bel tempo…

Certamente, lo dicono i numeri. Dai minimi del novembre 2022, lo S&P è cresciuto del 15%, l’Eurostoxx del 33%, e addirittura la nostra Italia di oltre il 36%. Eppure, tra le persone continua ad aleggiare un senso di pessimismo. Perché? Perché ci facciamo condizionare da una visione distorta della realtà, le distorsioni cognitive, che ci restituiscono un mondo non attinente al vero, ma rispondente al nostro modo di approcciarci al mondo, a come noi vogliamo rappresentarcelo. 

Quindi è il tempo di pianificare i propri investimenti o, al contrario, di portare a casa i guadagni?

È sempre il tempo di pianificare! A me piace riferirmi agli insegnamenti della natura. C’è il tempo della semina, quello della maturazione e il tempo del raccolto. Questa metafora ci permette di tornare su un assioma importante: fare le cose per bene! Che vuol dire? Vuol dire comprendere ancora una volta come i nostri risparmi, frutto di rinuncia al consumo, quindi frutto di sacrificio, sono la risposta e la risorsa per far fronte a tre aree importantissime per ciascuno di noi: fragilità, bisogni e progetti di vita, i nostri sogni.

Ci spieghi!

Le fragilità sono questi imprevisti che, se accadono, possono creare un impatto economico che mette in difficoltà la famiglia. I bisogni sono esigenze molto delicate che si manifestano in maniera dinamica. Il bisogno che si presenterà tra 20 anni si fa fatica ad immaginarlo oggi, perché abbiamo una visione statica del domani.  E’ importante quindi comprendere i bisogni prima, soprattutto perché si stanno dilatando sull’asse temporale in maniera eclatante.

Cioè?

Mi spiego con un esempio. Il mese successivo al mio diploma, ho trovato subito lavoro rendendomi immediatamente indipendente. Oggi l’età della totale indipendenza economica dei giovani di 20 è a 38 anni, misurata nel 2020, ma diventerà 48 anni, nel 2030! Questo è un bisogno che devo pianificare nel tempo, se ho figli. Già oggi le famiglie che devono farsi carico di un familiare non autosufficiente sono il 35%. Si sta affermando sul mercato il fenomeno della discontinuità lavorativa, che fino a dieci anni fa non conoscevamo! Il 44% degli ultracinquantenni attraversa periodi di disoccupazione. Già nel 2019, prima del Covid, un italiano su due pagava di tasca sua molte prestazioni sanitarie. Il tasso di sostituzione del reddito, passando dal lavoro alla pensione, per gli autonomi è del 45% e per i dipendenti non raggiunge il 70%. È chiaro quindi che parlare di bisogni impone la capacità di vederli per tempo. Ai bisogni si aggiungono poi i progetti, che a differenza dei bisogni sono aspirazionali, perché danno sapore alla vita. Diventa evidente che la parola chiave è efficienza nell’utilizzo delle nostre risorse. Non è più un’opzione, è un obbligo.

Altrimenti?

Altrimenti non si riescono a realizzare i progetti di vita e, peggio ancora, non ci si fa trovare pronti nel momento in cui il bisogno bussa alla porta. 

E Banca Mediolanum come sta agendo per affiancare i propri clienti in questo nuovo scenario?

Premesso che è il bisogno a guidare le scelte delle aziende, penso che i temi legati alla protezione del risparmio, alla pianificazione patrimoniale e alla cura delle persone, da sempre importanti per noi, oggi lo sono ancora di più. E credo che fungeranno da spartiacque tra chi si affida o non si affida a un consulente finanziario. Il consulente finanziario è un professionista totalmente dedicato al cliente, competente, cointeressato, costante nella relazione con il risparmiatore, in grado di mettere insieme competenze tecniche, funzionali per proteggere e risolvere i temi della fragilità, della pianificazione di bisogni e progetti di vita, competenze relazionali ed emotive. Oggi alla famiglia italiana serve più che mai un interlocutore che sia in grado di prenderla per mano, che sappia comprendere l’evolversi del contesto e che sappia portare efficienza agli sforzi della famiglia, ai suoi risparmi.

E operativamente cosa preparate?

La grande sfida è crescere di numero rispetto ad oggi, per rispondere al nuovo enorme bisogno di consulenza. Credo che la consulenza si trovi veramente nella sua età dell’oro. Noi in particolare lavoriamo su due fronti. Il primo consiste nel trasformare il nostro family banker in una vera e propria impresa, ovvero in un direttore d’orchestra, punto di riferimento per il cliente, che si avvale del supporto dello specialista più appropriato per l’esigenza che emerge in quel momento. Quindi, attorno al family banker, ruotano i professionisti del credito, della protezione, del wealth management e dell’investment banking. Ultimo nato di questo network relazionale è il banker consultant, una figura junior che affianca il suo senior abbinato in una cogestione virtuosa del portafoglio del senior, liberando tempo a quest’ultimo che può andare in acquisizione. Con questo modello il servizio offerto al cliente diventa eccellente.

Quindi c’è un progetto dichiarato di crescita dimensionale?

Sì. È un progetto che si muove in due direzioni: organizzativo, per trasformare il professionista in un’impresa e di crescita, attraverso l’inserimento di profili che abbiano sviluppato delle competenze in ambiti diversi, con un’attenzione particolare al mondo bancario. Riteniamo che lì ci siano figure estremamente qualificate che, se messe in condizioni ottimali, possano esprimere le loro potenzialità dando un contributo importante alla nostra crescita. Dal 2010 ad 2021, il canale bancario tradizionale ha visto ridursi la sua quota di mercato dal 72,7 al 61,74%. Intanto, il canale dei consulenti è cresciuto dal 9,2 al 17,7%. Al di là del mio mestiere, mi piace pensare che questo spostamento di gradimento dei clienti vada a vantaggio delle famiglie, nel segno di una modernità che altri Paesi ben conoscono, nel segno della qualità del servizio… Voglio ricordare che tra il 2010 e il 2021, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è cresciuta solo del 32%, contro una crescita del 118% di quelle statunitensi. Questo confronto la dice lunga sul valore che un approccio corretto come quello della consulenza è in grado di garantire alle persone. La cultura finanziaria americana è sicuramente molto più evoluta della nostra e questa differenza va ascritta anche in una maggiore presenza di advisor rispetto all’Italia.