Startup, crollano gli investimenti ma a salvarvi sarà un mentor

Se la bibbia della digital economy, TechCrunch, lancia l’allarme sostenendo che a breve l’era delle startup terminerà, c’è da prendere sul serio questa affermazione. La tesi è che le dimensioni e le capitalizzazioni di Facebook, Google-Alphabet, Microsoft, Amazon e Apple stiano fagocitando qualsiasi possibilità di crescita per realtà più contenute come, appunto, le startup. Il valore di borsa di queste cinque società vale all’incirca due volte il pil italiano e sta scompaginando completamente lo scenario: prima, infatti, le startup potevano affermarsi e sperare poi di essere acquistate da uno di questi colossi (come nel caso di Instagram e Whatsapp). Oggi, invece, i Big 5 sono talmente grandi che possono permettersi di sperimentare qualsiasi cosa venga loro in mente senza neanche doversi prendere il disturbo di farlo fare ad altri. 

In un anno gli investimenti in startup sono crollati del 39% a 110,8 milioni una legge efficace ci sarebbe ma manca il sistema paese

In questo panorama a tinte fosche, l’Italia è lontana anni luce. I famosi unicorni – startup che valgano oltre un miliardo di euro – sono un miraggio e tutti gli imprenditori innovativi che hanno un’idea su cui puntare spesso e volentieri scelgono di emigrare a Londra o, ancora più spesso, nella Silicon Valley. La tiritera è nota e anche piuttosto banale: mentre in Francia si stanziano 13 miliardi per l’innovazione, di cui 2 a sostegno delle startup, in Italia abbiamo partorito una buona legge – voluta da Corrado Passera nel 2012 – ma non abbiamo trovato le risorse. Lo Startup Day organizzato qualche giorno fa dai principali operatori del settore – da Digital Magics a Talent Garden – ha posto l’accento su un crollo degli investimenti in startup (-39% rispetto al 2016). Cala anche il numero delle operazioni e perfino il taglio medio. Siamo passati dai 178 milioni di due anni fa ai 110,8 del 2017. Per dire, in Portogallo ci hanno già superato e in Polonia stanno per farlo. Di fronte all’immobilismo istituzionale, sono i privati a doversi muovere. Come? La nuova parola d’ordine è mentorship, ovvero l’affiancamento delle startup da parte di imprenditori affermati che hanno saputo portare l’innovazione nel nostro paese. Progetti no-profit che si pongono l’obiettivo di creare quell’ecosistema per le imprese che abbiano intenzione di lanciarsi nelle nuove possibilità di business ma che non sanno neanche da che parte iniziare. 

Il primo è B Heroes, il programma di accelerazione lanciato da Fabio Cannavale – CEO di Lastminute.com – con Intesa SanPaolo. Il meccanismo è simile a quello dei casting: in 14 appuntamenti in tutta Italia, il team di B Heroes ha incontrato oltre 600 startup, scegliendone 32 che sono state presentate a stampa e potenziali investitori negli scorsi mesi. Poi, verrà ridotto il numero delle aziende coinvolte, portandolo a 12, e avviando il “boot-camp”, il vero e proprio procedimento di affiancamento. Le aziende prescelte vengono divise in quattro “cluster” tematici: social&sharing, prodotti, lifestyle e business innovation. Ognuno di questi gruppi avrà un coordinatore, che in B Heroes chiamano “super coach”: Davide Dattoli di Talent Garden per la categoria lifestyle, Ugo Parodi Giusino di Mosaicoon per Business Innovation, Luca Ferrari di Bending Spoons per i prodotti e Gian Luca Comandini di You & Web per Sharing e Social. Il processo durerà circa quattro mesi e porterà ala definizione del vincitore, che potrà aspirare a un contributo di almeno 500.000 euro. «Il progetto – ha raccontato Cannavale – ha un investimento minimo garantito (proprio 500.000 euro) ma essendo prevista la presenza di molti investitori, la cifra finale potrebbe anche aumentare. Parliamo di un mentorship totalmente no-profit, senza fini di lucro. Per quanto riguarda le startup selezionate, non abbiamo applicato nessun filtro, se non il fatto che devono esistere, non devono essere aziende ancora in fase embrionale». I partner dell’iniziativa, che offriranno servizi alle imprese, sono molti e hanno nomi altisonanti: si va da Facebook, Microsoft e Google ad Amazon Web Services.

BHeroes ha stanziato fino a 500mila euro per le startup le aziende seguite da Endeavor raddoppiano il fatturato in un anno

Il secondo esempio di un supporto “disinteressato” alle startup è quello di Endeavor, un progetto nato 20 anni fa negli Stati Uniti con l’obiettivo di creare crescita economica e sviluppo, oltre che occupazione di qualità. Endeavor Italia esiste dal 2016 e ha scelto una sede che facesse capire subito qual è la sua vocazione: il Fintech District di Milano, complice il fatto che il presidente è Pietro Sella, numero uno di quella Banca Sella che ha immaginato uno spazio condiviso per accogliere l’innovazione. Inizialmente, l’idea di Endeavor era quella di focalizzarsi sui paesi emergenti, poi, dopo la crisi economica, si è scelto di aprire uffici anche in paesi maturi con economie complesse come Spagna, Grecia, Giappone e Italia. «Abbiamo una rete di 3.000 mentor pro bono – ci ha raccontato il Managing Director di Endeavor Italia, Raffaele Mauro – che attiviamo per supportare le aziende. Se dovessi fare un nome solo citerei Diego Piacentini. Il nostro compito non è quello di aiutare chiunque, né tantomeno di offrire denaro a pioggia. Endeavor Italia dà supporto a 11 aziende, frutto di un lavoro molto duro di screening». In effetti, il primo step, quello di selezione massiccia, aveva portato a individuare 916 possibili imprenditori, che si sono ridotti fino a raggiungere l’attuale quota. L’obiettivo è quello di aggiungere ogni anno non più di quattro o cinque realtà. I risultati però si vedono: il fatturato delle scale up affiancate da Endeavor è raddoppiato dal 2016 al 2017, facendo crescere di quasi il 20% il numero dei dipendenti delle aziende coinvolte. L’obiettivo è creare un ecosistema in cui chi ha beneficiato del mentorship possa diventare domani egli stesso mentor.