Starlink cresce in Italia, ma senza personale sul territorio. E per l’erario l’effetto è un incasso fiscale ai minimi termini. Le oltre 50 mila bollette pagate dagli utenti italiani vengono infatti fatturate da Starlink Internet Services Limited, con sede in Irlanda, snodo europeo a fiscalità più favorevole. I ricavi prendono così la via di Dublino e all’erario italiano resta sostanzialmente solo l’Iva al 22%. Tutto formalmente in regola, ma con un impatto fiscale che solleva più di un interrogativo.
Ricavi e fisco di Starlink
Secondo gli esperti, si tratta di una struttura consolidata e tutt’altro che semplice da contestare. Francesco Guelfi, partner e responsabile del dipartimento Tax dello studio legale A&O Shearman, – riporta Repubblica – individua due snodi centrali. Il primo è il transfer pricing, ossia la corretta remunerazione dei servizi eventualmente prestati dalla società italiana alla controllante estera. Le norme impongono che il prezzo riconosciuto sia in linea con quello che verrebbe applicato tra soggetti indipendenti, senza valori di favore finalizzati a ridurre l’imponibile in Italia. Su questa base la società italiana paga le imposte, ma solo sulla quota di attività effettivamente svolta.
La questione della stabile organizzazione
Il secondo nodo, ancora più rilevante, è quello della stabile organizzazione. Perché i redditi di un soggetto estero siano tassati in Italia occorre dimostrare l’esistenza di una presenza stabile nel territorio, fisica o tramite personale. Nel caso in questione, l’assenza di dipendenti e il fatto che gran parte dell’infrastruttura sia rappresentata da satelliti in orbita – dunque fuori dal territorio nazionale – rendono complessa l’ipotesi di una stabile organizzazione tradizionale. Anche qualora si ipotizzasse una stabile organizzazione “occulta”, resterebbe da stabilire quale quota di reddito attribuire alle attività italiane, un esercizio tecnico altamente discrezionale e spesso oggetto di contenzioso.
Il mini-contributo per le frequenze
La questione fiscale – si legge su La Repubblica – non è l’unico fronte aperto. Per operare, il servizio utilizza le bande di frequenza Ku e Ka, necessarie a collegare le stazioni di terra con i satelliti e gli utenti finali. L’uso di queste frequenze comporta un costo, ma molto distante dalle cifre sostenute dagli operatori di telecomunicazioni tradizionali nelle aste miliardarie per il 5G. In base al codice delle comunicazioni elettroniche, il contributo versato si aggira su meno di 30 mila euro l’anno.
Il tema concorrenziale
Secondo Antonio Nicita, ex commissario dell’AGCOM e oggi senatore del Partito democratico, il problema sta nell’evoluzione del mercato. Le tariffe per l’utilizzo di queste bande, originariamente non pensate per servizi di telecomunicazione di massa, non si sarebbero adeguate al nuovo contesto competitivo. Da qui la richiesta, formalizzata anche con un ordine del giorno al governo, di una valorizzazione più coerente di una risorsa pubblica sempre più strategica. Il tema è anche concorrenziale: a fronte di un servizio comparabile a quello offerto dagli operatori tlc tradizionali, il differenziale nei costi regolatori e nelle modalità di remunerazione delle frequenze appare significativo.
La sfida per il legislatore
Sul tavolo restano dunque due partite. Da un lato, la capacità del sistema fiscale di intercettare valore in modelli di business globali e dematerializzati, dove la produzione di reddito non coincide più con la presenza fisica. Dall’altro, la sostenibilità di un quadro regolatorio che deve bilanciare innovazione, concorrenza e corretta remunerazione delle risorse pubbliche. La sfida, per il legislatore e per l’amministrazione, è evitare che l’economia spaziale finisca per orbitare stabilmente lontano dal perimetro del Fisco nazionale.
















