Spagnoli più ricchi? Ma da loro facciamo shopping noi
Giovanni Castellucci amministratore delegato del gruppo Atlantia

Non sono poche le ragioni per cui gli italiani guardano con una certa invidia i risultati dei cugini spagnoli. A partire, naturalmente, dal sorpasso certificato dal Fondo Monetario del potere d’acquisto dei cittadini di Barcellona e Madrid sulle famiglie del Bel Paese, a partire dal tracollo del Mezzogiorno. Ma ci sono altri segnali, dalla promozione da parte delle agenzie del rating di Madrid, salito a Baa1 per Moody’s, addirittura in serie A per Fitch e Standard & Poor’s, allo spread stabilmente sopra il mezzo punto che separa ormai il rendimento dei Bonos spagnoli   rispetto ai Btp. 

In questa cornice sorprende la preoccupazione con cui la finanza iberica segue l’intraprendenza dei gruppi italiani sul fronte delle utilities, l’esatto opposto di quel che accadeva pochi anni fa, quando il governo italiano si era mosso per evitare la cessione del controllo di Autostrade. Al contrario, oggi la Corporate Italia fa shopping in giro come per l’Europa e non solo. E così, non si è ancora spesa l’eco del “catenaccio” alzato per mesi dalle autorità iberiche contro l’Opa di Atlantia su Abertis, espugnata dopo un compromesso con Acs, la holding controllata da Florentino Perez (che, tra l’altro, ha segnato l’ingresso dei Benetton nel settore delle torri con l’acquisto di Cellnex). Ma ecco che si accesa, più aspra che mai, la contesa tra Enel e la spagnola Iberdrola, entrambe impegnate nella conquista della brasiliana Eletropaulo. Di fronte al pressing del colosso italiano, già ben presente in Sud America dopo l’assorbimento delle filiali di Endesa, ai dirigenti del gruppo spagnolo sono saltati i nervi, al momento da inviare una lettera alla Commissione Europea per accusare non solo l’Enel ma lo stesso governo italiano di “concorrenza sleale”. La presenza nel capitale del gruppo italiano dell’azionista pubblico, secondo l’accusa, consentirebbe di avere “un accesso più economico e più facile ai mercati dei capitali”. 

Alcuni grandi gruppi italiani hanno dimostrato proprio in spagna un rinnovato attivismo: da Atlantia all’Enel, senza dimenticare Gavio

Al di là del merito (debole) dell’invettiva di Iberdrola, prendiamo atto che l’Italia, sul fronte delle utilities, torna a far paura. Non è solo il caso di Atlantia, forte tra l’altro del valore strategico del Telepass (tecnologia made in Italy), o di Enel, colosso anche nel campo delle rinnovabili. In conto va messo anche il dinamismo del gruppo Gavio, già all’offensiva in Sud America (grazie allo sbarco in Ecorodovias, uno dei principali operatori del Brasile), che ora promette di accelerare nel mondo delle infrastrutture in partnership con il fondo Ardian, che è già socio al 49% nell’Autovia-Padana (Piacenza-Brescia). Ma anche in altri comparti l’Italia è tornata sulla scena come acquirente e non come venditrice sulla scia di Snam, alla guida del consorzio internazionale che si è aggiudicato il 66% della greca Desfa. Insomma, anche grazie al propellente del denaro a basso costo (caratteristica dell’eurozona), le società italiane si sono rafforzate, al punto da uscire dal mercato domestico con buone prospettive. Certo, ha contribuito un regime regolatorio favorevole, quale quello assicurato alle concessioni autostradali. Ma il risultato è stato il rafforzamento di un pilastro di Piazza Affari capace di assicurare buoni risultati nel tempo. 

Il rischio? Un forte aumento del costo del denaro, in linea con quanto sembra promettere il mercato Usa. Ma l’Europa, anche dopo l’uscita di Mario Draghi dalla Bce tra un anno, sembra destinata a procedere molto lentamente nella normalizzazione. I tassi, oggi sottozero, saranno a zero alla fine del 2019 e se mai la Bce vorrà iniziare a ridurre il suo bilancio sulla scia della Fed, questo non accadrà prima della metà del 2020, anche perché l’Italia offrirà, vista la debolezza della sua finanza pubblica, un buon pretesto per rinviare il più possibile una decisione in questo senso.