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Formazione permanente sulla sostenibilità

Maire Tecnimont ha dedicato all’aggiornamento delle sue risorse umane 160 mila ore, quest’anno. La tecnologia evolve e va reimparata costantemente. Ma la digitalizzazione agevola e abilita la crescita

18 Novembre 2021

Redazione Web
Formazione permanente sulla sostenibilità

Avete presente quanto sono lunghe 160 mila ore? Quanto 20 mila giornate di lavoro. Ovvero il lavoro di 85 persone in un intero anno.

Ebbene: nella formazione delle sue risorse umane, Maire Tecnimont – uno dei pochissimi grandi gruppi privati italiani della chimica e dell’impiantistica chimica –  ha investito, quest’anno, ben 160 mila ore. «È uno dei nostri elementi distintivi, uno dei tanti», commenta con semplicità Franco Ghiringhelli, senior vice president per human resources, ICT & process excellence del gruppo. Tanta formazione indirizzata anche, e non in piccola parte, a qualificare impiegati, quadri e dirigenti sul fronte della sostenibilità, che è poi pervasivo in tutte le attività aziendali. Perché sostenibili si diventa ogni giorno di più, imparando a farlo, però: cosa non facile, né automatica.

Folgiero: «per noi l’impegno più avvincente è creare una cultura interna, che va spinta sempre di più su transizione e business»

«Le trasformazioni non sono mai gratis, e quella energetica in corso comporta, a prescindere dalle complicazioni post-pandemia, tutta una serie di ostacoli da superare», osserva Pierroberto Folgiero, che del Gruppo Maire Tecnimont è amministratore delegato, azienda che di anno in anno sta migliorando costantemente le proprie performance. «È in atto un netto shortage di tanti approvvigionamenti legati all’industria sostenibile – continua Folgiero - e c’è un clima emotivo sul tema, con l’opinione pubblica confusa dall’impennata dei costi dell’energia ma attentissima, sull’ecologia, che una volta era un argomento per pochi, insomma da snob, mentre ora è diventata una esigenza sentita da tutti. L’importante per i grandi protagonisti privati e pubblici di questa transizione è non procedere a zigzag sulle strategie e proteggere da questa confusione l’opinone pubblica e la politica, che non devono rispettivamente disilludersi o fermarsi».

Una sfida ardua. Che si combatte con l’arma del know how. «In Maire Tecnimont affrontiamo questa complessità con tre mitigazioni – dice Ghiringhelli – Innanzitutto cerchiamo, a prescindere dal Covid come da tutti gli altri fattori esterni, di fare una politica del personale costante nel tempo che ricarica di energie sempre nuove il team. Solo nel primo semestre del 2021 abbiamo aggiunto 182 risorse, chiuderemo l’anno attorno a quota 300 ed anche nel difficile 2020 ne abbiamo assunte 200. Quanto una media azienda che nasca da zero. Il che impatta sulla qualità e sull’innovazione perché ci arricchisce di sensibilità e competenze. Per quanto il sistema formativo italiano sia migliorabile, in media il livello di formazione di chi entra qui è buono, il che però non ci esime, come i numeri rivelano, di sostenere un grande impegno formativo».

In effetti, la svolta che il sistema economico e sociale italiano si trova davanti è davvero epocale. I primi bandi pubblicati dal governo sui grandi filoni della transizione energetica e dell’economia circolare fanno finalmente vedere in concreto cosa si potrà fare: «Sarà una lunga e faticosa marcia – sottolinea Folgiero – che però se sarà gestita anche attorno a progetti-faro, per indirizzare le risorse a imprese capaci di generare standard progettuali nuovi, sarà preziosa per vincere la vera sfida: cioè l’amplificazione dei fondi del Pnrr. Occorre che i progetti cantierabili e suscettibili del supporto del Recovery Plan siano cofinanziabili anche con capitale privato e debito verde». E su questo terreno Maire Tecnimont si pone in pole position, perché montare i grandi progetti è il suo mestiere. Non solo tecnologicamente ma anche gestionalmente: «Siamo abilitatori dei nuovi progetti finanziabili anche presso il sistema creditizio con gli strumenti del debito verde e del capitale verde», spiega Folgiero: «Rispetto a sei mesi fa, siamo nell’ora X per il settore, e per la transizione in corso. Per noi l’impegno più avvincente è creare una cultura interna, che va spinta sempre di più, sia sulla tecnologia della transizione energetica che sul business collegato. E in questa direzione, stiamo lanciando un programma di gestione delle risorse con lo scopo di valorizzare i 350 migliori che abbiamo in azienda e che sono i futuri leader del ciclo industriale. Vogliamo creare da qui ai prossimi 10 anni un sistema aziendale che, saldamente sostenuto dalle sue profondissime radici scientifiche, che annoverano persino un Nobel, spinga la chioma del suo albero del sapere, per proseguire nella metafora, il più in alto possibile, dove si vede più lontano, per costruire al meglio un nuovo mondo».

Un impegno a tutto campo che coinvolge partner di primissimo piano, come la Luiss: «Sì, con l’Università abbiamo collaborato su due nuove cattedre: una nel 2020 sull’open innovation, che ci ha permesso di portare in Europa molta open innovation nata negli Usa e un’altra, più recente, dedicata proprio allo studio del management dell’economia circolare, dove gli studenti lavorano insieme sui temi operativo-gestionali, regolatori e sociali».

Ma il top-management di un’azienda come Maire Tecnimont riesce a sua volta a studiare e ad aggiornarsi quanto presumibilmente servirebbe? «È una cosa che accade implicitamente quando ci si occupa di formazione», risponde Folgiero: «Ed è una bellissima opportunità, che rientra a sua volta in quel che io considero la svolta che stiamo vivendo, una fase in cui si stanno ridando le carte e può toccare l’opportunità, e insieme l’onere, di incidere sul futuro. Una grande fortuna. Da vivere proprio come tale, e non come minaccia, soprattutto se ci si può confrontare e affiancare ai giovani. Si capisce che c’è una generazione che ha tante cose in comune ma anche tante eterogeneità rispetto alla nostra, e valorizzando tutto si impara a gestire sempre meglio».

Una chiave di volta è la digitalizzazione: «Un altro enorme abilitatore del cambiamento – conferma Ghiringhelli – anzi forse il driver principale sulla strada della transizione sostenibile di tutta l’industria. La digitalizzazione consente all’azienda evidenti recuperi di produttività – non parliamo di quel che è stato possibile durante la pandemia grazie al digitale! – ma consente anche di rompere storiche barriere geografiche, gestendo elementi e processi delocalizzati in modo governato, il che ci permetterà di condurre impianti di grande complessità e dimensioni modeste. E poi c’è un aspetto sociale della digitalizzazione che è altrettanto cruciale ma a volte sottovalutato: il digitale consente di fare attività formative in modalità agevole e immersiva, riuscendo a formare le risorse umane coinvolte e a trasferire loro il necessario know how, a titolo di esempio  sulla  manutenzione di package complessi, “agevolmente e semplicemente”. Dunque, la digitalizzazione non come scopo ma come fattore abilitante della crescita».

Ghiringhelli: «il lavoro del futuro deve conciliare la produttività con le esigenze sociali e con un nuovo balance of time»

Sul tema sociale – la “s” del fatidico acronimo della sostenibilità: Esg – la linea di Maire Tecnimont  è molto lucida. Buona governance significa chiarezza nei processi. Conferisce identità all’impresa. E va vista in chiave innovativa: non solo responsabilità dirigenziali ma coinvolgimento e cooptazione, con una costante modalità di confronto. «E devo dire – spiega Ghiringhelli – che oggi su questo terreno raccogliamo istanze che vent’anni fa erano impensabili. Quando sono entrato nel mondo del lavoro non è che mi ponessi il tema del mio balance of life. Il mio obiettivo era assecondare da un lato le mie motivazioni e dall’altro le indicazioni che mi arrivavano dal capo. Oggi è diverso: il quadro della richiesta che dalle nostre risorse arriva all’azienda include esigenze personali, etiche, di gratificazione che sono parti della nuova socialità da gestire».

Anche qui, però, in modo anticonformista: «Per esempio sul tema dello smart-working, dove la parola sbagliata è “smart” ma dovrebbe essere semplicemente “working” – dice Ghiringhelli – Il lavoro del futuro deve sempre e comunque conciliare esigenze sociali e produttività, le motivazioni e le interazioni dell’azienda e delle nuove generazioni impone nuovi paradigmi. Parlare semplicemente di carriera non ha molto appeal, e c’è l’esigenza di un balance of time diverso da quello al quale siamo abituati a pensare. Per cui magari la mattina la dedico a me stesso, al riposo o alla famiglia ma lavoro dalle 15 avendo per quel giorno un task lavorativo che mi collega a persone su altri fusi orari. Naturalmente questo lavoro agile deve produrre risultati economici sostenibili e perseguire obiettivi chiari. Perché il lavoro agile è più dello smart-working. È il mix bilanciato e intelligente delle esigenze di tutti».

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