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La sindrome Nimby fa ombra al fotovoltaico

Il Gruppo Impianti Solari denuncia l’accanimento delle soprintendenze contro la realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici. Ma andando avanti di questo passo gli obiettivi del Pniec non verranno mai raggiunti

16 Novembre 2021

Marina Marinetti
La sindrome Nimby fa ombra al fotovoltaico

Ai primi posti dal punti di vista dell’innovazione tecnologica, ultima della lista in quanto ad accessibilità del mercato energetico, a causa di norme ambigue, conflitti e barriere all’ingresso. L’Energy Transition Readiness Index 2021, che analizza i mercati energetici di 12 Paesi europei e ne valuta il livello di preparazione rispetto all’adozione di energie rinnovabili, ponendoli a confronto con gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dalla Commissione Europea per il 2030 non lascia adito a dubbi: se andiamo avanti così, l’obiettivo del 55% di energia da fonti rinnovabili da raggiungere entro il 2030 ce lo possiamo anche scordare. E i 57 miliardi di euro della missione Rivoluzione verde e transizione ecologica del Pnrr si infrangeranno contro una barriera ideologica: quella che si rifiuta di trovare un equilibrio tra tutela del paesaggio e sviluppo economico e sociale. Altro che transizione.

Il Pniec prevede che entro il 2030 il fotovoltaico in Italia conti su 52 gw di potenza installata ma oggi siamo fermi a 22 gw

«Cingolani e Draghi che vanno in tv e dichiarano non stiamo rispettando gli impegni presi con Pniec e poi puntualmente chi dovrebbe dare il via libera alla realizzazione degli impianti mette i bastoni fra le ruote», esordisce Raffaello Giacchetti, il presidente del Gis – Gruppo Impianti Solari, una trentina di azienda con impianti per 2 GW e due miliardi di euro di investimenti solo nella provincia di Viterbo, «ma abbiamo anche associati che sviluppano impianti in Sicilia e in Sardegna», sottolinea. Giacchetti ce l’ha con il Ministero della Cultura e le sue emanazioni: le soprintendenze locali: «Gli sviluppatori di impianti fotovoltaici sono presi di mira dalle soprintendenze», sostiene, «specie qui nel Lazio, ormai l’opposizione a qualsiasi impianto è palese».  Il presidente del Gis cita l’esempio dell’impianto da 78 MW a Ferento, nel Viterbese, già autorizzato dalla conferenza dei servizi: «Il sovrintendente ai beni culturali però ha dichiarato agli organi di stampa che, non potendo fare opposizione, tenterà di usare l’art. 150 del Codice dei Beni Culturali per bloccare il progetto. La decisione è delle soprintendenze, ma formalmente il ricorso al Tar è proposto dal Ministero della Cultura. Nel caso citato, l’appello al Consiglio di Stato è stato proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri  e al Ministro della Cultura. La situazione è tragica un po’ ovunque: non vengono rispettate le tempistiche, si è abbandonati alla fortuna del giorno e alla persona che si trova, è impossibile avere un quadro chiaro dell’investimento, quando farlo, come, con chi farlo», prosegue il presidente del Gis. «Abbiamo associati con impianti autorizzati nel 2019 e ancora oggi non sanno che fine faranno, grazie all’ostruzionismo a tutti i livelli: le soprintendenze ricorrono al Tar, poi quando perdono ricorrono al Consiglio di Stato, che puntualmente dà ragione agli sviluppatori. Ma nel frattempo passano gli anni». Gli ultimi casi riguardano il progetto a Tuscania per 150MW e quello da 90 MW a Montalto di Castro: il 22 luglio la sovrintendenza ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro le sentenze del Tar che le davano torto. «Le udienze sono fissate per il 13 gennaio. Poi in Sicilia un nostro associato è stato oggetto di ricorso dai Comuni di Sicuracusa e Canicattì a luglio e a settembre ha ricevuto l’opposizione ad adiuvandum da parte di Coldiretti e Italia Nostra...».

Certo che di questo passo sarà dura raggiungere gli obiettivi del Pniec: nel 2030 il fotovoltaico secondo il piano dovrebbe pesare per 52 GW, passando per l’obiettivo intermedio, fra appena quattro anni, di 28,5 GW. È fantascienza: siamo a 22 GW e da fine 2019 ne abbiamo installati per appena 1,3 GW. Eppure, basterebbe utilizzare l’1% della superficie agricola totale non utilizzata, che è di 4,5 milioni di ettari, per raddoppiare la potenza installata (e le linee guida nazionali stabiliscono che tutte le aree agricole siano idonee, tranne quelle che le Regioni indicano come non idonee). O realizzare gli impianti sulle aree dismesse (cave, miniere, discariche...), che occupano qualcosa come 4mila chilometri quadrati, con un potenziale di circa 30GW. E invece le Regioni non indicano le aree idonee, come la normativa nazionale richiede. Poi, ogni volta chi si individua un’area, scatta la sindrome Nimby: not in my back yard, non nel mio cortile. «La normativa è troppo frammentata», spiega ancora Giacchetti: «ogni Regione entra a gamba tesa con le proprie leggi, che nella maggior parte vengono poi dichiarate incostituzionali. Ormai il fotovoltaico è diventato il nemico pubblico numero uno. Se ci fosse stata la sovrintendenza duemila anni fa, il colosseo non sarebbe stato costruito perché rovinerebbe il paesaggio».

Gli impianti solari sembrano essere diventati il nemico pubblico numero uno

«Siamo addirittura più indietro rispetto al 2010, quando vennero emanate le linee guida ministeriali», interviene il portavoce dell’associazione, l’avvocato Giovanni Sicari. «Allora le rinnovabili non erano ancora un tema da stadio sul quale confrontarci in modo ideologico. Dato che ci sono già nelle linee guida le condizioni per valutare l’impatto ambientale e paesaggistico di un impianto, le soprintendenze dovrebbero attenersi a quelle. Se non lo fanno stanno abusando del diritto», insiste il giurista. «A maggio, con decreto legge 77/2021 convertito con legge il 31 luglio, il governo ha chiaramente stabilito che le soprintendenze non possono impugnare le autorizzazioni basate su queste linee guida se sui terreni non ci sono vincoli paesaggistici o archeologici». Sicari ricorda la conferenza di servizi della Regione Lazio che l’8 settembre ha autorizzato l’impianto di Pian di Giorgio, in provincia di Viterbo: «Si tratta del procedimento 98/ 2019. Il Ministero della Cultura, rappresentato dalla Sovrintendenza dell’Etruria Meridionale, sapendo di non poter fare opposizione all’impianto ha verbalizzato che “farà qualche cosa”: c’è uno scontro ideologico, invece di usare strumenti di legge per farci guidare, ne abusiamo. Nel primo atto a disposizione la Sovrintendenza dell’Etruria Meridionale dichiara che si riserva di bloccare l’impianto attuale facendo applicazione dell’art.150 del codice dei beni culturali, cioè il decreto legislativo 42 del 2004... Si tratta di due leggi nazionali di pari rango, ma il Codice dell’Ambiente e le linee guida sono successive al Codice dei Beni Culturali e quindi in generale prevalgono». Tenere fermi gli impianti per i ricorsi significa farli morire: «Tutte le azioni messe in campo dalle soprintendenze sono finite con sentenze che danno ragione agli sviluppatori», conclude il portavoce del Gis. «Ma anche se il giudice condanna le soprintendenze a rifondere 10mila euro di spese legali, il progetto è comunque morto. E loro hanno vinto».

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