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energia, si cambia!

I fanghi sono preziosi, altro che rifiuti

Dalla produzione di biometano per alimentare la flotta (ma anche scaldare gli ambienti) all'idrogeno green: ecco come il gruppo Cap ha saputo valorizzare dal punto di vista energetico il depuratore di Bresso

Sergio Luciano
I fanghi sono preziosi, altro che rifiuti

Immaginatevi una vasca grande quanto una piscina dove si accumulano le scorie che i filtri di un depuratore urbano trattengono. Ecco, non provateci nemmeno a immaginarla, c’è di meglio da immaginare, nella vita. Eppure in quella vasca c’è un tesoro: «Indubbiamente si crea valore. Per dare un’idea, con il biometano prodotto dal nostro attuale impianto di Bresso alimentiamo la flotta delle nostre 500 auto aziendali che percorrono in media 15mila chilometri all’anno», spiega Andrea Lanuzza, direttore generale di gestione del gruppo Cap, un colosso atipico – dalla proprietà pubblica e coriandolare, visto che fa capo a 200 Comuni, e dall’efficienza ed innovatività massime – che occupa oggi 887 persone assicurando i servizi idrici a circa due  milioni di abitanti nella cintura metropolitana di Milano con 6.000 chilometri di acquedotti e rete fognaria, 40 depuratori, 826 milioni di euro di patrimonio netto, 344,7 milioni di valore della produzione, 96 milioni di margine operativo lordo e 56,2 milioni di investimenti per abitante per un totale – nel quinquennio 2020-2024 – di ben 524,1 milioni di euro.

Dottor Lanuzza, andiamo con ordine: innanzitutto, sorprende e fa piacere riscontrare un approccio così efficiente in un Paese dove l’acqua, pubblica, fa notizia soprattutto per una dispersione media del 43%, tassi di difettosità e insolvenza preoccupanti e insomma, nell’insieme, un’immagine da parastato inefficiente. Che cosa c’è sotto?

Persone in gamba che hanno phanno dato il via alla nostra storia e hanno sempre sostenuto le scelte aziendali, approvando nel 2013 un progetto di fusione di diverse società che ha permesso a Gruppo CAP di diventare un soggetto industriale che per dimensioni, competenze e capacità di investimento si pone tra le prime monoutility italiane nel campo dell’acqua. Con una parola d’ordine comune: far funzionare bene le infrastrutture. Perché c’era una sfida comune, anzi peggio: un ultimatum. Quello europeo, perché Bruxelles aveva rilevato una serie di infrazioni sulla rete fognaria e sull’attività di depurazione. Quindi innanzitutto la regola d’oro di far bene il proprio lavoro; poi la scelta di aggiungere valore culturale a quest’attività, superando la dimensione tradizionale e però minima dell’idraulico che esce per controllare il tubo o cambiare la valvola. C’è stato un reclutamento di nuove risorse con forti competenze su tutti i processi cruciali del nostro business che ha rapidamente cambiato l’azienda. Abbiamo capito che i nostri depuratori, a parità di infrastrutture, potevano fare di più. Abbiamo più spazio nel motore, più capacità residua da esprimere.

Nel 2017 avete vinto il premio Top Utility come migliore Utility italiana…

Secondo noi l’eccellenza nel servizio di base è un mix di tantissimi fattori. L’idrico è un’industria che ha bisogno di processi industriali. Se gestita con la logica dei Kpi (key performance indicator), come tanti altri settori, anche l’idrico può eccellere. Sono cruciali le competenze e gli investimenti. E poi il rispetto dei Kpi. Ne utilizziamo 200 anche per definire i premi che vengono dati a tutto il personale. Però, attenzione: la cultura dell’acqua, qui in Cap, ha 90 anni di tradizione. Sono stati un’eredità preziosa.

E veniamo al biometano…

Direi che è un caso di innovazione a matrice geografica. Ossia, siamo andati a vedere com’è l’innovazione nel nostro settore dove la fanno. In questo caso la Finlandia, che da 25 anni produce biometano da fanghi. Nel 2016 abbiamo varato il nostro masterplan per l’economia circolare con cui abbiamo pianificato attività e investimenti per lavorare sui depuratori in una logica diversa: estrarre fertilizzanti, bioplastiche, cellulosa, sabbia per edilizia. E biometano, per alimentare la nostra flotta, produrre energia elettrica, recuperare il calore. In una logica di simbiosi industriale: cioè capire quali fossero le esigenze del mercato a noi contigue. Fatto il piano, il primo tassello è stata la realizzazione del primo impianto da fanghi di depurazione, appunto a Bresso.

Par di capire che ci guadagnate!

Non potrebbe essere diversamente. Ogni nostro investimento deve avere un Irr - internal rate of return, ndr - positivo, perché noi investiamo le risorse che provengono dalle tariffe del servizio idrico integrato, cioè da tariffe regolate. E quindi i proventi si riverberano positivamente su tutti i nostri stakeholders, perché la tariffa del servizio idrico integrato scende se i costi scendono, e col nostro biometano abbiamo appunto ridotto i costi.

Dunque avete iniziato a Bresso…

Sì, precisamente nell’area di Niguarda, a chilometro zero rispetto alla metropoli. Dopodiché, a causa di alcune scelte normative italiane, abbiamo presto atto che non era possibile produrre biometano dalla digestione anaeroibica dei fanghi, ma lo si poteva fare solo dai rifiuti organici. Abbiamo reagito cercando un’alleanza scientifica di peso, che abbbiamo trovato nel Cnr, che ha ricevuto il nostro progetto di ricerca, lo ha esaminato per oltre sei mesi e alla fine abbiamo convinto il legislatore a seguirci. Quindi ci siamo rivolti al Centro ricerche della Fiat, dimostrando loro come il nostro biometano potesse funzionare benissimo con i loro motori. E siamo partiti. La produzione è in aumento e alimenta, attraverso un contratto di shipping, la nostra flotta e non solo. Faccio notare che tutto ciò ha un impatto ambientale irrisorio. Il biometano oltretutto viaggia in conduttura e non richiede trasporto su gomma.

E adesso – stando al vostro ultimo comunicato stampa – state guardando all’idrogeno verde. Che in fondo viene dall’acqua…

Andiamo con ordine. Cosa si fa col biometano? Si prende il biogas prodotto dai fanghi di depurazione e lo si divide in due grandi parti. Una è, appunto, il metano. Il resto è soprattutto CO2. Ci siamo detti: dall’acqua attraverso il processo di elettrolisi, alimentato da energia rinnovabile che provenga da cogenerazione o da fotovoltaico, produciamo idrogeno. Unendo chimicamente nel modo appropriato l’idrogeno e la CO2 si ottiene CH4, cioè ancora metano. Dunque: producendo idrogeno possiamo sfruttare la CO2 che deriva dal biometano eliminandola dall’atmosfera e incrementare ulteriormente la produzione del metano stesso.

Un ciclo complesso…

Tecnicamente neanche tanto. Quel che è complesso è stabilire se quest’attività, nell’insieme molto apprezzabile sotto il profilo ecologico, possa stare in piedi sul piano economico. Ma anche su questo terreno abbiamo un partner di grande rilievo.

Quale?

Abbiamo rilanciato l’alleanza con Rse, la società di ricerca pubblica del gruppo Gse specializzata nel settore elettro-energetico, che ci aveva già affiancati nella produzione del biometano da fanghi di depurazione. Abbiamo abbiamo collaborato insieme su differenti progetti di ricerca, siamo cresciuti, ci siamo strutturati, abbiamo adeguatamente modificato potenziandolo il piano di sostenibilità. Rse ci sta accompagnando dall’inizio di quest’anno anche nella nuova ricerca sull’idrogeno integrato con il servizio idrico: stiamo sviluppando insieme un progetto sperimentale per la produzione di idrogeno verde, che è poi una fonte di energia rinnovabile cui anche il Pnrr riserva un capitolo di spesa. Per noi la sfida sta proprio nello stabilire se possiamo sostenere il fabbisogno energetico, necessario per l’elettrolisi, autoproducendo idrogeno da fonti rinnovabili (fotovoltaico, energia termoelettrica, etc.) e replicando questo processo produttivo su scala industriale su tutti gli impianti dell’utility lombarda. Vedremo: ma siamo fiduciosi.

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