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Sustainability & circular economy

«Il green deal non è una moda, ma una necessità»

Il monito arriva da Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont nonché promotrice e presidente del Kyoto Club: «Sta agli Stati adottare un approccio sistemico per trasformare gli obiettivi in opportunità»

Sergio Luciano
«Il green deal non è una moda, ma una necessità»

Se si parla tanto di sostenibilità non è per un effetto-moda superficiale, ma perché le persone sono ormai consapevoli della necessità di prevenire le catostrofi climatiche che altrimenti si verificheranno; è necessario comunque definire e utilizzare parametri di misurazione dei comportamenti sostenibili nell’economia come nella società; anche perché la sostenibilità è diventata a tutti gli effetti un fattore di competitività. E per il nostro Paese, le opportunità offerte da questa transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili sono grandissime, soprattutto nel settore della bieconomia. Questi ed altri concetti arrivano da Economy da Catia Bastoli, amministratore delegato di Novamont, promotrice e presidente del Kyoto Club, tra le massime personalità italiane sui temi all’incrocio tra ambiente ed economia.

La definizione di indicatori chiari e sistemici per la misura della sostenibilità è essenziale per monitorare i risultati

Dunque presidente, la sensibilità su questo tema è tutta di buona lega, non è anche moda?

Oggi gli effetti devastanti dell’azione antropica, dell’eccessivo sfruttamento degli ecosistemi e del conseguente cambiamento climatico sono sempre più evidenti agli occhi di tutti, e le perdite economiche dettate dalle catastrofi dirompenti sono tangibili. La transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili non è un’opzione quindi, ma una necessità per il futuro dell’economia e delle persone. Sicuramente le policy europee, a cui si aggiungono le 5 Missions lanciate dalla Commissione Europea (Salute del suolo e cibo, Clima e trasformazione sociale, Città, Salute delle acque, Cancro) che affrontano le grandi sfide che la società deve vincere, rappresenteranno un driver importante per trasformare questa enorme criticità in una fenomenologia autentica e concreta. Infatti, di fronte allo sconvolgimento del business as usual provocato dal Covid, anche l’Europa ha preso sempre più coscienza della propria responsabilità e della rilevanza di poter indirizzare il cambio di modello uscendo da una fase di alleanza prevalentemente economico- monetaria. Con l’ambizioso progetto del Green Deal e i target recentemente rivisti su decarbonizzazione e circolarità, l’Europa non mette in campo soltanto una visione ma anche strategie e target ambiziosi chiari e concreti, nonché le risorse necessari alla loro realizzazione.  Sta poi ai singoli Stati adattare le strategie alle esigenze e ai problemi dei territori con approccio sistemico per trasformarli in imperdibili opportunità 

Ma non sarebbe ora di individuare parametrazioni affidabili per valutare il vero grado di compliance di imprese e istituzioni alla sostenibilità?

La disponibilità e la definizione di indicatori chiari e sistemici per la misura della sostenibilità e circolarità è una conditio sine qua non per permettere un attento monitoraggio dei risultati su campo, un eventuale adattamento delle azioni intraprese qualora si verificassero scostamenti significativi rispetto agli obiettivi fissati. Diventa così possibile implementare progetti di innovazione in una logica inclusiva e di learning by doing fondamentali per il profondo cambio culturale a livello individuale e collettivo necessario alla transizione. In questo contesto le imprese devono essere consapevoli del loro ruolo essenziale nella società, che va oltre il profitto dell’oggi e deve poter produrre valore diffuso per i territori. Va in questa direzione il movimento globale delle B Corp, in grado di fare da driver  nei progetti di recovery. Per poter diventare B-Corp, infatti, le aziende devono sottoporsi ad un percorso complesso e strutturato che valuta il loro approccio sistemico sul business sull’ambiente e sulla società (nel B Impact Assessment).  

Come valuta l’impatto della sostenibilità sulla competitività delle nostre imprese? È di freno o di spinta?

Ormai tutte le indagini sulle tendenze di consumo mostrano che i fruitori di prodotti e servizi sono sempre più attenti e interessati alla sostenibilità delle filiere, agli impegni delle aziende nei confronti dei territori e dell’ambiente, all’impronta sul Pianeta e al rispetto dei diritti dei lavoratori. Per questo sempre di più servirà avere manager e imprenditori, nonché investitori e istituzioni, che comprendano appieno il valore del capitale naturale e della stabilità sociale e vogliano includerlo nei loro piani di sviluppo, perché il valore del capitale naturale e del capitale sociale stanno diventando sempre di più un fattore di competitività per le imprese, permettendo loro anche di avere informazioni sui rischi e le opportunità dei mercati del futuro.

La bioeconomia è uno dei pilastri dell’economia italiana: vale il 10% del pil ed è strategica anche per gli investimenti in R&D

L’innovazione digitale e tecnologica è neutra rispetto all’ambiente oppure no?

L’innovazione digitale e tecnologica non è affatto neutra rispetto all’ambiente, anzi può e deve rappresentare uno strumento essenziale della transizione verso modelli sostenibili in moltissimi settori.  In campo energetico lo sviluppo della digitalizzazione è fondamentale per consentire la crescita delle energie rinnovabili e per offrire una maggiore efficienza a tutta la filiera, dal produttore al consumatore. L’industria 4.0 punta fortemente sulla digitalizzazione delle imprese attraverso le nuove tecnologie come l’Internet of Things che facilitano l’adozione di cicli di produzione più sostenibili e circolari, riducendo i consumi, gli sprechi e favorendo il recupero degli scarti. In campo agricolo, l’innovazione digitale e tecnologica è alla base dell’agricoltura di precisione, che contribuisce ad un utilizzo più efficiente di materie prime, a ridurre l’utilizzo di sostanze fitosanitarie, determinando maggiore reddito per le imprese e una netta riduzione degli impatti ambientali. Con riferimento alla degradazione degli ecosistemi ed in particolare dei suolo, l’Unione Europea sta volgendo poi una crescente attenzione verso lo sviluppo di tecniche che consentano una rapida mappatura dello stato di salute dei suoli, attraverso il campionamento e le analisi chimico-fisiche dei terreni tramite l’utilizzo di droni per il proximal ed il remote sensing. Con riferimento all’industria, tecnologie come la blockchain applicate alle catene di approvvigionamento, alla gestione dei rifiuti, alla gestione della burocrazia, potranno poi contribuire a ridurre le frodi, l’inquinamento, le emissioni, ma anche violazioni dei diritti umani, aumentando la trasparenza e la responsabilità e migliorando la gestione dei big data. Tuttavia, il tema etico della proprietà e dell’accesso ai big data è un problema epocale da affrontare quanto prima possibile. Inoltre non va trascurato  l’impatto ambientale significativo della infrastruttura digitale che è in crescita esponenziale.

Le prime tre iniziative che oggi l’Italia dovrebbe assumere per rafforzare la possibilità di allinearsi in tempo agli obiettivi dell’agenda europea 2030.

La bioeconomia, che è quella parte dell’economia che ha a che fare con le risorse rinnovabili, se declinata in una logica circolare, è uno dei settori che maggiormente può contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’agenda europea 2030. La bioeconomia inoltre è uno dei pilastri dell’economia italiana e ne rappresenta più del 10% del valore della produzione. Il Paese è secondo per Ricerca ed Innovazione nella bioeconomia circolare e primo come ricchezza di biodiversità nonché come numero di prodotti ad alto valore aggiunto. Per massimizzare gli ingenti investimenti già fatti in questo settore, ed il suo potenziale rigenerativo e di decarbonizzazione, le prime tre iniziative che oggi l’Italia dovrebbe intraprendere sono nelle seguenti aree: agricoltura e suolo, impianti di trattamento per i rifiuti organici e bioindustrie. Nello specifico, alla luce dello scenario della nuova Pac, bisognerebbe innanzitutto partire dal favorire ed incentivare tutte le pratiche volte a riportare materia organica pulita e di qualità in suolo, prevedendo per gli agricoltori la modalità di pagamento supplementare al sostegno al reddito di base. Sempre nel settore agricolo, servirebbe un nuovo approccio alla certificazione di prodotti fitosanitari per accelerare l’introduzione di biomolecole naturali a basso impatto e incentivare l’adozione di prodotti ausiliari biodegradabili frutto di filiere decarbonizzate, nonché il riconoscimento del ruolo del compost di qualità. Nell’ambito del trattamento dei rifiuti, si dovrebbe favorire l’adeguamento e lo sviluppo di infrastrutture per il recupero e trattamento della sostanza organica e di altri fondamentali nutrienti nei flussi liquidi e solidi del rifiuto organico. Per quanto riguarda le bioindustrie, si dovrebbe sfruttare il potenziale delle filiere virtuose esistenti, nonché supportare lo sviluppo di nuove tecnologie innovative chimiche, fisiche e biotecnologiche per il riuso di scarti, di byproducts e biomasse da terreni marginali incentivando il passaggio critico da impianto pilota a primo impianto industriale e le start-up connesse a filiere e piattaforme esistenti. Per quanto riguarda nello specifico le bioraffinerie, sarà necessario superare gli ostacoli che permangono in tema di end of waste riconoscendo la specificità dei processi della bioeconomia attribuendo nuovi codici Eer/Ateco per le bioraffinerie della bioeconomia circolare e per i loro scarti di processo.

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