Andrea Dellabianca, neo presidente della Cdo

«Siamo un’associazione di categoria atipica, che ha come mission la valorizzazione delle tante ‘opere’, siano esse professionali, sociali o educative, perché siamo convinti del valore sociale di ogni impresa, profit e non profit, da difendere e conoscere all’interno di un costante dialogo volto al Bene comune. Un processo che rende possibile una sorta di ibridazione tra diversi mondi: educazione, formazione, solidarietà e capacità di generare profitto, si interfacciano e si sfidano in un continuo confronto positivo. Non firmiamo contratti nazionali, non abbiamo privative. Per questo motivo, quotidianamente siamo chiamati ad intercettare i bisogni dei nostri associati. E questo ci rende particolarmente vicini a loro!»: Andrea Dellabianca, neo presidente della«,guida una realtà tutta particolare nel quadro composito e fin troppo affollato dei “corpi intermedi” e della “rappresentanza” in Italia. “E siamo sicuri di potere e dovere rappresentare un punto di riferimento concreto soprattutto su quella dimensione cruciale per la vita economica di tutti noi che è la sostenibilità. Perché sul punto forse più critico, indicato dalla esse dell’acronimo Esg, cioè il valore della sostenibilità sociale, abbiamo la base di soci più fervida, convinta e coerente che si possa desiderare».

Ok, poi ci spiega meglio. Ma in concreto?
In concreto oggi le imprese devono imparare nuovi linguaggi e acquisire nuovi strumenti, e devono farlo in modo socialmente sostenibile. Le nostre imprese, in particolare, vogliono anche farlo così. Noi stiamo al loro fianco concretamente con la formazione, con il contrasto del mismatch professionale, con le soluzioni del welfare aziendale, con la fertilizzazione reciproca delle esperienze d’avanguardia che noi possiamo rappresentare e diffondere.

Quante imprese rappresenta oggi la Cdo?
I nostri associati sono 10 mila. Una piccola parte di quelli che furono. Che qualunque presidente desiderebbe avere con sé. Una base non solo stabile: in crescita. Imprenditori – e imprese – integre nelle loro convinzioni, nel loro impegno, nitide nella loro identità, e concentrate certamente a fare business ma a farlo includendo proprio nel dna delle loro giornate quei valori che il main stream ha riassunto con la lettera esse ma nei fatti non sono certamente i più praticati.

Dovesse sintetizzarci quale ruolo vuol dare alla Cdo, con la sua presidenza?
Aiutare il nostro sistema economico a recuperare il valore della persona come relazione, oggi troppo spesso sostituita dall’impiego quasi meccanico di un individuo isolato e manipolabile, o rimpiazzabile. L’idea della persona come soggetto della relazione è quella su cui è stata costruita l’Europa. Si tratta di non tradire valori chiari da tempo e poi trascurati, portando quindi un contributo sano alla loro tutela.

Invece?
Invece quel che vediamo accadere troppo spesso è che la relazione viene sostituita dalla ricerca del consenso, che però non costruisce nulla a lungo. La relazione è il tema fondante sia nella costruzione di un’azienda sia nel rapporto con il lavoro e con il senso del lavoro.

Il lavoro è cambiato e sta cambiando profondamente. Cosa resta?
Una volta lavoro era l’unica vera priorità, oggi è percepito in un nuovo equilibrio con gli altri interessi e le altre urgenze dell’individuo. Il gusto del lavoro ha bisogno di essere ridefinito con nuovi contenuti, e questo dato di fatto interroga in primo luogo gli impreneditori, che cercano nuovi paradigmi cui ispirarsi. Tutto il tema del welfare aziendale è investito da questo: oggi è spesso uno strumento finalizzato a dare maggior capacità di acquisto ai propri collaboratori sfruttando i varchi aperti dal fisco, mentre il vero senso è soddisfare i bisogni dei lavoratori, facendoli stare meglio, senza commettere l’errore di usare gli strumenti nuovi con le logiche vecchie.

Parliamo di formazione e mismatch. Cosa state facendo?
Penso che gli imprenditori devono recuperare anche la responsabilità di far crescere le loro persone mentre lavorano e grazie al lavoro. L’idea che un’impresa trovi un giovane di prima occupazione già formato perfettamente, già esperto… è un paradosso. La recente riforma degli Its ha rappresentato un bel progresso, da presidiare ma metodologicamente corretto. La competenza tecnica ci vuole, ma anche la capacità di cambiare ed evolvere sempre. Il rapporto tra aziende e formazione professionale, università comprese, è un rapporto che deve essere costante.

Per mille ragioni si discute, oggi, del rapporto tra grandi e piccole imprese, nei sistemi di filiera come nella prassi dei subappalti. Lei cosa ne pensa?
Sono cose molto diverse. Un conto è, banalmente, lavorare male – come fiiera o come appaltatori; un conto è invece sfruttare la capacità, propria delle grandi aziende, di intercettare economicamente le migliori economie di scala, e la capacità delle imprese specializzate e quindi più piccole di innovare prima e meglio. La combinazione virtuosa esiste, il male, di per sé, è… lavorare male. Ma l’integrazione tra la grande impresa e le piccole e medie è essenziale, è la struttura portante di sistema economico sia italiano in Italia che italiano all’estero. Demonizzare la filiera dando riducendola al concetto grezzo di subappalto, è secondo me un errore strategico che si commette in Italia…

Come sta lavorando, nelle sue nuove vesti associative?
Siamo in fase di ascolto, ascolto intenso, in tutte 24 realtà territoriali, per conoscere le necessità, le opinioni, le priorità e cercare di capire come un contenuto nazionale può supportare le diversissime realtà locali. D’altro canto stiamo iniziando a riportare la Cdo al centro del dibattito politico economico pubblico, e già i primi risultati ci vengono riconosciuti… E stiamo pensando anche ad un evento nazionale che possa riportare in casa nostra il dibattito sugli Esg e, appunto, sulla lettera esse. Ma pensiamo di poter dare un contributo significativo anche sul tema del rapporto tra profit e no-profit, perché raggruppiamo entrambe queste anime; e sul tema della nuova governance che gli stessi principi Esg devono ispirare… Su questi aspetti stiamo lavorando anche con il sistema bancario…

Cioè?
Pensiamo alle banche come a degli innaffiatoi in un grande giardino di progetti sostenibili: hanno il compito cruciale di distribuire le “acque” finanziarie laddove possono nutrire crescita e innovazione. In pratica, la direzione in cui le banche spostano i loro capitali determina dove e come le aziende investono per diventare più sostenibili. È chiaro quindi che non possiamo affidarci solo ai fondi pubblici per “innaffiare” la transizione energetica e il cammino verso la sostenibilità delineato dall’Europa. Quindi, se le banche vogliono essere davvero efficaci, non possono semplicemente “sparare” acqua a caso. Hanno bisogno di conoscere esattamente dove e come le loro risorse possono essere meglio utilizzate per far crescere progetti veramente verdi. Hanno necessità di figure con le competenze giuste. E stiamo osservando che le banche stanno iniziando a collaborare strettamente con esperti di sostenibilità industriale e ingegneristica per capire meglio i progetti che finanziano e per guidare i loro clienti attraverso un percorso di transizione consapevole ed efficiente verso la sostenibilità. Si sta facendo il passo successivo rispetto al solito “ESG Assessment”, che non è più sufficiente

Concludiamo sul tema critico del digitale e dell’intelligenza artificiale…
Ci stiamo lavorando per aiutare la comprensione dei cambiamenti. Abbiano soci che vedono con grande attenzione questi cambiamenti ma hanno capacità economiche ridotte, rispetto all’impegno finanziario che comporterebbe implementarli appieno. Il nostro contributo è volto alla  comprensione di quali sono gli effettivi impatti e benefici di questa nuova rivoluzione… E sicuramente non si può non partire da un’ipotesi positiva!