economia circolare
Itali, l'eolico fra le energie alternative in attesa dei decreti attuativi

L’Italia è la miglior economia circolare in Europa, ma è ancora al palo riguardo alla transizione ecologica. Nel continente è in assoluto la peggiore. A spiegarlo è il  terzo Rapporto di Circonomia, il Festival dell’economia circolare e della transizione ecologica in corso ad Alba, promosso in collaborazione con Legambiente, Kyoto Club, Fondazione Symbola.

Il Rapporto è stato presentato all’interno dell’evento “L’energia in transizione” e mette a confronto le performance italiane con quelle di tutti gli altri Paesi europei. Fra gli ospiti presenti il curatore del Rapporto Duccio Bianchi, il presidente di Elettricità Futura Agostino Re Rebaudengo, il direttore di Enel-Italia Nicola Lanzetta, il  Francesco Ferrante, l’AD di Egea Pierpaolo Carini, moderati dal giornalista Rai Marco Frittella.

“Quest’anno Circonomia – spiega il direttore del Festival Roberto Della Seta – cade alla vigilia delle elezioni politiche. Coincidenza ovviamente casuale ma significativa: i temi affrontati nei tanti appuntamenti della rassegna, dalla transizione ecologica all’energia, sono sempre più centrali nel dibattito pubblico. Così, in particolare, per i contenuti del terzo Rapporto sul cammino ‘green’ dell’Italia, che fornisce una fotografia di grande interesse e spesso sorprendente, sui punti di forza e di debolezza della transizione italiana verso l’economia circolare e l’energia sostenibile. Questa settima edizione di Circonomia e questo terzo Rapporto giungono in un anno reso drammatico dalla guerra in Ucraina, alle porte dell’Europa, scatenata da Putin: guerra che rende ancora più vistosa l’urgenza in particolare per l’Europa di uscire dalla dipendenza dalle energie fossili che minaccia non solo la stabilità climatica ma la nostra libertà”.

Il terzo rapporto di Circonomia prende le mosse da due elementi. L’uno è la crisi climatica l’altra è l’impennata dei prezzi del gas, tra loro legati in modo stretto. Si parte così dalla proposta di una risposta basata sulla decarbonizzazione dei sistemi energetici, per arrivare a una proposta concreta per fronteggiare l’impennata del gas.

Il ruolo dell’Italia nell’economia circolare 

L’Italia si conferma leader in Europa in merito alla circolarità e all’efficienza d’uso delle risorse. In assoluto è la migliore tra i 27 Paesi dell’Unione nell’indice di circolarità costruito su 17 diversi indicatori, prima per consumo interno di materia procapite e percentuale di riciclo sul totale dei rifiuti, più avanti degli altri grandi Paesi europei (Germania, Francia, Spagna, Polonia) per energia consumata/unità di Pil e consumo di materia/unità di Pil. Questo primato accomuna, complessivamente, tutte le aree del Paese, in particolare vede come assolute eccellenze europee sia la macroregione del Nord sia quella del Centro.

I dati del Rapporto mostrano un rilevante ritardo del Sud nella transizione ecologica: le regioni meridionali ottengono anch’esse un brillante risultato complessivo, ma dovuto prevalentemente a bassi livelli dei consumi, e della conseguente pressione sulle risorse naturali. Insomma, nel Sud dell’Italia l’impatto moderato delle attività umane sull’ambiente è frutto più di arretratezza economica che di efficienza nell’uso delle risorse.

Ancora lontani dalla transizione energetica

Le buone performance italiane nell’economia circolare sono decisamente contraddette da un dato negativo: negli ultimi anni la transizione ecologica dell’Italia ha segnato il passo. Lo stallo tocca la sua massima espressione nei numeri sulla transizione energetica verso la decarbonizzazione, e soprattutto in quelli che mostrano l’arresto pressoché totale nello sviluppo delle nuove energie rinnovabili, in particolare solare ed eolico: in Italia non crescono più dal 2015 (solo recentemente si sono manifestati segni di un’iniziale ripresa), in controtendenza rispetto a buona parte d’Europa e malgrado la progressiva e significativa riduzione dei costi di produzione dell’energia sia solare che eolica. La nuova potenza elettrica rinnovabile installata in Italia tra il 2016 e il 2020 è stata pari a circa un terzo della media procapite europea (72 W/ab contro 201) e a quella della gran parte dei Paesi dell’Unione (nei Paesi Bassi il dato è 9 volte quello dell’Italia); nel periodo 2015-2019 (escludendo il 2020, anno largamente condizionato dall’emergenza Covid) la quota di rinnovabili nella produzione elettrica italiana è cresciuta solo di 0,7 punti, a fronte dei 2,1 della media UE e di valori superiori in tutti gli altri grandi Paesi europei, mentre nel settore termico la crescita è stata pari a 0,4 punti percentuali contro i 2,1 della media europea. I blocchi sono spesso dovuti alla burocrazia.

LEGGI ANCHE:La transizione ecologica protagonista del Green Logistics Expo

Una generale perdita di velocità si registra anche nei processi di miglioramento dell’efficienza energetica, parametro nel quale l’Italia in Europa tradizionalmente ha primeggiato: nel 2000 eravamo il Paese con la migliore produttività energetica d’Europa, oggi siamo quarti, mentre il nostro vantaggio percentuale rispetto alla media europea è sceso dal 28% al 19%. Da segnalare che mancano, a oggi, dati significativi sugli effetti del “superbonus” 110% quanto ad efficientamento dei consumi energetici residenziali. In tema di energia, l’Italia è in grande affanno anche nei rimi di penetrazione della mobilità elettrica: siamo tredicesimi nell’Unione Europea (compreso il Regno Unito) per immatricolazioni di auto elettriche (4,6% nel 2021, media Ue 10,3%), abbiamo meno di 50 punti pubblici di ricarica per veicoli elettrici su 100 mila abitanti contro una media Ue di 73.

Tra le prove principali di questa mancanza di visione strategica vi è la consolidata debolezza italiana in fatto di capacità di innovazione tecnologica verde. Nel periodo 2008-2018, la quota di brevetti italiani nell’area “ambiente e cambiamento climatico” è rimasta stabile intorno all’1,8% sul totale dei Paesi dell’Ocse: ciò significa che il totale dei brevetti italiani nel decennio considerato è stato inferiore a quello della Danimarca, sostanzialmente identico a quello dell’Olanda, pari al 33% di quello della Francia e al 13% di quello della Germania.